I mosaici dell’anfiteatro di Durazzo
Affreschi di Manno ad Alessandria della Rocca
Benzoni e Panetti a confronto
La Disputa di Gesù tra i dottori del Tempio di Andrea Pozzo
Castello e il tema della Madonna del Rosario
Tre inediti di Ferrantini dagli Occhiali

 30,00

Arte Cristiana n° 948 + pdf

Pubblicato in Maggio/Agosto 2025
fascicolo numero progressivo: Volume CXIII

162 Luigi Codemo Editoriale
164 Barbara Alastra La cristianizzazione dell’anfiteatro di Durazzo: nuove considerazioni sui mosaici della cappella
174 Salvatore Anselmo Un ciclo di affreschi di Vincenzo Manno ad Alessandria della Rocca: analisi stilistico-iconografica e proposta di committenza
188 Paolo Ervas Arcaismo e devozione. Geminiano Benzoni e Domenico Panetti a confronto
198 Silvio Mara Una versione inedita della Disputa di Gesù tra i dottori del Tempio di Andrea Pozzo
206 Rachele Vergani «Et nel fine si scopra l’immagine»: Bernardo Castello e il tema della Madonna del Rosario
220 Francesco Zagnoni Tre inediti di Gabriele Ferrantini dagli Occhiali
230 AmeInforma
237 Recensioni

La parola ritrovata.
Il prompt, la forma, il soggetto: note per un metodo

di Luigi Codemo

Ogni immagine ha una parola alle spalle. Questo è il presupposto che fonda il metodo iconografico e iconologico: la ricerca consiste nel risalire dall’immagine alla parola che l’ha generata, o che l’ha resa possibile. Quando quella parola è un testo come la Sacra Scrittura, la liturgia, il magistero, l’opera d’arte non è soltanto un manufatto, ma una traduzione visibile di un’istanza che la precede e la eccede. La riflessione e la pratica artistica degli ultimi due secoli hanno contestato questo presupposto: l’immagine ha rivendicato una propria autosufficienza, liberando la forma da ogni subordinazione alla parola. Ora accade che, dopo aver visto la massima emancipazione dell’immagine dalla parola, quest’ultima sia tornata a presiedere sulla creazione del visibile. Non attraverso la parola della tradizione rivelata, né quella della poetica personale dell’artista, ma sotto la forma del prompt: un’istruzione verbale e discorsiva rivolta a un sistema di intelligenza artificiale che produce immagini, testi, sequenze sonore, architetture formali. La parola qui precede, convoca, fa esistere. Il fenomeno si sta imponendo con una velocità e una pervasività che la cultura visiva contemporanea ha appena iniziato a elaborare. Per la ricerca sull’arte sacra cristiana, tuttavia, non basta registrare il ritorno della parola: occorre interrogarne la natura. Nella tradizione, la parola che precede l’immagine porta sempre un’intenzionalità teologica, liturgica, devozionale che si inscrive nel processo creativo. Invece, il sistema computazionale attivato da un prompt è senza memoria propria: estrae pattern da un archivio sterminato di immagini e testi in cui l’iconografia cristiana è presente come dato statistico, non come tradizione viva. Un sistema generativo addestrato su secoli di immagini cristiane è in grado di produrre, ad esempio, un’Annunciazione formalmente corretta: l’angelo, il giglio, la Vergine, la colomba, il raggio luminoso. La struttura compositiva è rispettata: l’immagine ha iconografia, ma non ha iconologia. Ha la struttura senza la memoria che quella struttura incarnava. Le relazioni di senso sedimentate in quella disposizione di forme – il rapporto tra l’annuncio e il consenso, tra la trascendenza e l’incarnazione, tra il tempo e l’eterno – non sono presenti nella genesi dell’immagine, perché la macchina le ha estratte come pattern visivi, non come contenuto teologico.

Cristo sul sepolcro sorretto da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, rispettivamente di Pietro Perugino, due di Domenico Panetti e Geminiano Benzoni
Cristo sul sepolcro sorretto da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, rispettivamente di Pietro Perugino, due di Domenico Panetti e Geminiano Benzoni

 

Qui si tocca non soltanto un problema di metodo, ma una questione di fondamento. La tradizione cristiana sull’arte sacra ha sempre presupposto che l’opera nasca da un soggetto che partecipa alla tradizione che è chiamata a servire. Maritain lo aveva formulato con precisione filosofica: l’arte è un habitus dell’intelletto pratico, e la qualità dell’arte sacra non deriva dall’intenzione edificante del suo autore, ma dalla qualità spirituale della visione che l’ha generata. Visione che presuppone un soggetto. Ad essere precisi il prompt non esclude il soggetto: lo sposta. Chi costruisce l’istruzione – se è un teologo, un liturgista, un artista – porta la propria formazione nel modo in cui formula la domanda alla macchina, agendo a monte come un committente rispetto all’artista. Ma l’analogia regge fino a un certo punto: il committente si rivolge a un artefice anch’egli partecipe della tradizione. Lo scarto tra l’intenzionalità dell’esecutore del prompt e la natura del sistema a cui si rivolge rimane strutturale e irriducibile, e da quello scarto emergono esiti imprevedibili. È uno spazio di indeterminazione che la ricerca non può ignorare. La nostra rivista da più di un secolo riflette e indaga sulla parola che si fa visibile, e lo fa attraversando molteplici epoche, stili, luoghi in cui la creatività ha preso corpo. Ora, la parola è tornata nel cuore del processo creativo, e questo è un fatto dirimente che la ricerca sull’arte cristiana non può non registrare. Ma quella parola ha una natura che la distingue radicalmente sia dalla parola sacra della tradizione rivelata, sia dalla parola poetica dell’artista moderno. Interrogarsi su ciò che l’intelligenza artificiale non può fare aiuterà a rendere più visibile ciò che la tradizione dell’arte sacra cristiana ha sempre presupposto e che raramente ha dovuto esplicitare. In questo senso la sfida è un’occasione di chiarezza metodologica. Il problema è ora aperto. La domanda è se quella parola sappia ancora custodire un senso e se la ricerca sappia riconoscere quando lo custodisce e quando no.

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La cristianizzazione dell’anfiteatro di Durazzo: nuove considerazioni sui mosaici della cappella

di Barbara Alastra

In seguito al suo abbandono, l’anfiteatro romano di Durazzo fu rifunzionalizzato mediante la costruzione di diversi spazi di culto. Il più significativo tra questi è una cappella che conserva la più celebre testimonianza protobizantina della città: due pannelli musivi ampiamente studiati. Tali pannelli sono collocati sulle pareti sud e ovest della nicchia situata all’estremità occidentale della cappella. Il mosaico della parete sud raffigura una figura di incerta identificazione, posta tra due angeli e due piccoli donatori. Questo studio propone una nuova interpretazione iconografica di tale figura, prendendo in considerazione il contesto storico della città e le personalità che ne hanno maggiormente influenzato lo sviluppo.

Following its abandonment, the Roman amphitheatre of Durrës was re-functionalized through the construction of several cultic spaces. The most significant of these is a chapel containing the city’s most renowned early Byzantine evidence: two extensively discussed mosaic panels. These panels are positioned on the south and west walls of the niche at the chapel’s western end. The mosaic on the south wall shows a figure of doubtful identification between the figures of two angels and two small donors. This study proposes a new iconographic interpretation of this figure, considering the historical context of the city and the personalities that have most influenced its development.

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Un ciclo di affreschi di Vincenzo Manno ad Alessandria della Rocca: analisi stilistico-iconografica e proposta di committenza

di Salvatore Anselmo

L’articolo propone la prima analisi iconografica e stilistica del ciclo di affreschi, finora sconosciuto, della chiesa del Collegio di Maria ad Alessandria della Rocca (Agrigento), realizzato nel 1808 da Vincenzo Manno. Manno apparteneva alla prolifica bottega palermitana guidata dal fratello Antonio, alla quale partecipava anche l’altro fratello Salvatore. Influenzato dalla nuova visione classicista romana di Pompeo Girolamo Batoni, il ciclo segna l’affermazione di una nuova generazione di pittori. Incentrati sui temi del sacrificio, della sofferenza e della vittoria finale pro auxilio Deo, gli affreschi furono eseguiti nell’ambito dei lavori di rinnovamento della chiesa tra il 1808 e il 1809, promossi da don Cosma Dato, qui identificato come l’ideatore del programma iconografico articolato in nove riquadri e due tele. La committenza è ricondotta ai signori locali titolari dello jus patronatus sulla chiesa, allora sotto il patronato di Giuseppe di Napoli e Naselli, principe di Resuttano (Caltanissetta). L’annesso collegio delle Suore della Sacra Famiglia era stato fondato nel 1762 da Federico di Napoli Barrese e Montaperto, mentre la chiesa fu edificata nel 1674 per volontà di Elisabetta Barrese e Barrese, moglie di Girolamo Di Napoli e Settimo, con la collaborazione del nipote Giuseppe di Napoli Barrese La Grua.

This article offers the first iconographic and stylistic analysis of the previously unknown fresco cycle in the Church of the Collegio di Maria in Alessandria della Rocca (Agrigento), painted in 1808 by Vincenzo Manno. Manno belonged to the prolific Palermo workshop led by his brother Antonio, which also included their other brother, Salvatore. Influenced by the new Roman classicist vision of Pompeo Girolamo Batoni, this cycle marks the emergence of a new generation of painters. Centered on the themes of sacrifice, suffering, and eventual victory pro auxilio Deo, the frescoes were executed as part of the church’s renovation between 1808 and 1809, promoted by Don Cosma Dato—here identified as the mind behind the iconographic program comprising nine panels and two canvases. The commission is traced to the local lords who held jus patronatus over the church, then under the patronage of Giuseppe di Napoli e Naselli, Prince of Resuttano (Caltanissetta). The adjoining college of the Sisters of the Holy Family had been founded in 1762 by Federico di Napoli Barrese e Montaperto, while the church itself was built in 1674 at the behest of Elisabetta Barrese e Barrese, wife of Girolamo Di Napoli e Settimo, with the collaboration of her nephew Giuseppe di Napoli Barrese La Grua.

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Arcaismo e devozione. Geminiano Benzoni e Domenico Panetti a confronto

di Paolo Ervas

L’articolo propone la prima analisi iconografica e stilistica del ciclo di affreschi, finora sconosciuto, della chiesa del Collegio di Maria ad Alessandria della Rocca (Agrigento), realizzato nel 1808 da Vincenzo Manno. Manno apparteneva alla prolifica bottega palermitana guidata dal fratello Antonio, alla quale partecipava anche l’altro fratello Salvatore. Influenzato dalla nuova visione classicista romana di Pompeo Girolamo Batoni, il ciclo segna l’emergere di una nuova generazione di pittori. Incentrati sui temi del sacrificio, della sofferenza e della vittoria finale pro auxilio Deo, gli affreschi furono eseguiti nell’ambito dei lavori di rinnovamento della chiesa tra il 1808 e il 1809, promossi da don Cosma Dato, qui identificato come l’ideatore del programma iconografico articolato in nove riquadri e due tele. La committenza è ricondotta ai signori locali titolari dello jus patronatus sulla chiesa, allora sotto il patronato di Giuseppe di Napoli e Naselli, principe di Resuttano (Caltanissetta). L’annesso collegio delle Suore della Sacra Famiglia era stato fondato nel 1762 da Federico di Napoli Barrese e Montaperto, mentre la chiesa fu edificata nel 1674 per volontà di Elisabetta Barrese e Barrese, moglie di Girolamo Di Napoli e Settimo, con la collaborazione del nipote Giuseppe di Napoli Barrese La Grua.

This article offers the first iconographic and stylistic analysis of the previously unknown fresco cycle in the Church of the Collegio di Maria in Alessandria della Rocca (Agrigento), painted in 1808 by Vincenzo Manno. Manno belonged to the prolific Palermo workshop led by his brother Antonio, which also included their other brother, Salvatore. Influenced by the new Roman classicist vision of Pompeo Girolamo Batoni, this cycle marks the emergence of a new generation of painters. Centered on the themes of sacrifice, suffering, and eventual victory pro auxilio Deo, the frescoes were executed as part of the church’s renovation between 1808 and 1809, promoted by Don Cosma Dato—here identified as the mind behind the iconographic program comprising nine panels and two canvases. The commission is traced to the local lords who held jus patronatus over the church, then under the patronage of Giuseppe di Napoli e Naselli, Prince of Resuttano (Caltanissetta). The adjoining college of the Sisters of the Holy Family had been founded in 1762 by Federico di Napoli Barrese e Montaperto, while the church itself was built in 1674 at the behest of Elisabetta Barrese e Barrese, wife of Girolamo Di Napoli e Settimo, with the collaboration of her nephew Giuseppe di Napoli Barrese La Grua.

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Una versione inedita della Disputa di Gesù tra i dottori del Tempio di Andrea Pozzo

di Silvio Mara

Il contributo presenta una versione autografa inedita di un soggetto sacro dipinto da Andrea Pozzo nel 1675 per la chiesa di San Defendente a Romano di Lombardia. L’opera rappresenta la quarta replica di piccolo formato finora nota di questo tema. Per chiarire le circostanze della sua realizzazione, lo studio offre un aggiornamento dello stato delle ricerche sull’argomento e ricostruisce il processo creativo dell’artista. Inoltre, il dipinto viene analizzato sotto il profilo materiale, tecnico e iconografico. I risultati sono messi a confronto con quelli delle altre tre repliche, conducendo all’ipotesi che questa versione inedita sia la più antica e presenti caratteristiche molto vicine al primo abbozzo preparatorio.

This paper presents an unpublished autograph version of a sacred subject painted by Andrea Pozzo in 1675 for the church of San Defendente in Romano di Lombardia. This work represents the fourth known small-scale replica of this theme. To clarify the circumstances of its creation, the study provides an updated overview of current research on the subject and reconstructs the artist’s creative process. Additionally, the painting is analyzed in terms of its material, technical, and iconographic features. The findings are compared with those of the three other replicas, leading to the hypothesis that this unpublished version is the earliest, closely resembling the initial preparatory sketch.

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«Et nel fine si scopra l’immagine»: Bernardo Castello e il tema della Madonna del Rosario

di Rachele Vergani

L’articolo esamina l’iconografia della Madonna del Rosario nell’opera dell’artista genovese Bernardo Castello (1559 ca.–1629). Attraverso due casi di studio — la Madonna del Rosario in Sant’Antonio Abate a Dolceacqua (1582) e la Madonna del Rosario inedita in Santa Croce a Moneglia (c. 1584–1585) — l’autore indaga la fase iniziale dello stile dell’artista e colloca la sua produzione nel contesto della committenza e delle pratiche devozionali in Liguria nei primi anni Ottanta del Cinquecento. La sezione finale propone una nuova sistemazione cronologica dei dipinti di Castello su questo soggetto, escludendo dal catalogo alcune opere che potrebbero invece essere considerate copie.

This article examines the iconography of the Madonna of the Rosary in the work of the Genoese artist Bernardo Castello (1559 ca.–1629). Through two case studies—the Madonna of the Rosary in Sant’Antonio Abate, Dolceacqua (1582), and the unpublished Madonna of the Rosary in Santa Croce, Moneglia (c. 1584–1585)—the author investigates the artist’s early style and situates his work within the framework of patronage and devotional practices in Liguria during the early 1580s. The final section proposes a new chronological classification of Castello’s paintings on this subject, excluding certain works from his catalogue that may instead be considered copies.

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Tre inediti di Gabriele Ferrantini dagli Occhiali

di Francesco Zagnoni

Il saggio esamina la figura del pittore bolognese tardo-manierista Gabriele Ferrantini (c. 1560–c. 1620), concentrandosi su tre tele inedite conservate nella chiesa di Pieve di Casio, nell’Appennino bolognese. Queste opere sono attribuite a Ferrantini sulla base di confronti stilistici con altri suoi lavori noti, situati a Bologna e nel territorio circostante. La datazione tarda delle tele, sostenuta da analisi iconografiche e stilistiche, consente di delineare lo sviluppo complessivo della sua produzione artistica. Formatosi inizialmente nella bottega del pittore fiammingo Denijs Calvaert, Ferrantini si affermò nel contesto artistico bolognese tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo. Tuttavia, a causa della crescente competizione con artisti di maggiore rilievo, come i Carracci e i loro seguaci, egli si rivolse progressivamente a committenze più periferiche, tra cui le chiese dell’Appennino bolognese — tra queste, quella di Pieve di Casio. Nuove evidenze documentarie contribuiscono inoltre a chiarire alcuni aspetti della sua biografia, in particolare riguardo alle probabili date di nascita e di morte.

This paper examines the figure of the late Mannerist Bolognese painter Gabriele Ferrantini (c. 1560–c. 1620), focusing on three unpublished canvases preserved in the church of Pieve di Casio in the Bolognese Apennines. These works are attributed to Ferrantini based on stylistic comparisons with his other known works, located in Bologna and its surrounding areas. The late dating of these canvases, supported by iconographic and stylistic analysis, allows for an outline of Ferrantini’s overall artistic development. Trained initially in the workshop of the Flemish painter Denijs Calvaert, Ferrantini established himself within the Bolognese artistic milieu between the late 16th and early 17th centuries. However, facing increasing competition from more prominent painters such as the Carracci and their followers, he gradually turned to more peripheral patrons, including churches in the Bolognese Apennines—among them, Pieve di Casio. Newly discovered documentary evidence further clarifies his biography, particularly concerning his approximate dates of birth and death.

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AmeInforma
Dal Patrimonio alla Comunità:
Musei, Archivi e Biblioteche Ecclesiastici
in dialogo per una cultura condivisa

di Francesco Failla e Laura Marino e Licia Meloni

Da alcuni anni, lo scenario in cui si muovono gli istituti culturali della Chiesa in Italia riflette un’importante evoluzione metodologica che vede musei, archivi e biblioteche non più come entità isolate e arroccate nella propria specificità tecnica, bensì come un sistema integrato e vitale. Questa trasformazione è il frutto di una visione matura e condivisa tra le principali associazioni di categoria e l’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della CEI, il cui dialogo costante all’interno della Consulta Nazionale ha permesso di delineare strategie comuni per la tutela, la promozione e la valorizzazione del patrimonio. L’obiettivo fondamentale di questa sinergia risiede nella capacità di generare processi virtuosi che coinvolgano non solo gli addetti ai lavori, ma le intere comunità territoriali, trasformando la memoria storica in un vissuto collettivo capace di rispondere alle sfide della contemporaneità.

In recent years, the landscape in which the Church’s cultural institutions in Italy operate has reflected a significant methodological evolution: museums, archives, and libraries are no longer seen as isolated entities entrenched in their own technical specificity, but rather as an integrated and dynamic system. This transformation is the result of a mature and shared vision among the main professional associations and the National Office for Ecclesiastical Cultural Heritage and Church Buildings of the Italian Episcopal Conference (CEI). Their ongoing dialogue within the National Consultation has made it possible to outline common strategies for the protection, promotion, and enhancement of cultural heritage. The fundamental aim of this synergy lies in its capacity to generate virtuous processes that involve not only specialists but entire local communities, transforming historical memory into a shared experience capable of responding to the challenges of the contemporary world.

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Recensioni
Restauravit
L’Art Bonus per i territori colpiti dal sisma del 2016

di Ileana Tozzi

Pubblicato nella collana Arte per i tipi di Gangemi Editore, il volume Restauravit L’Art Bonus per i territori colpiti dal sisma del 2016 viene presentato al pubblico nei luoghi d’interesse colpiti dal terremoto del 24 agosto 2016 che attraversò le regioni dell’Italia Centrale appenninica dall’Abruzzo al Lazio, dalle Marche all’Umbria stravolgendo il territorio, mietendo vittime, danneggiando sensibilmente il patrimonio architettonico e storico-artistico di interesse civile e religioso.

Published in the Arte series by Gangemi Editore, the volume Restauravit. L’Art Bonus per i territori colpiti dal sisma del 2016 is presented to the public in the places affected by the earthquake of August 24, 2016, which struck the central Apennine regions of Italy—from Abruzzo to Lazio, from the Marche to Umbria—devastating the territory, claiming lives, and causing significant damage to the architectural and historical-artistic heritage of both civil and religious importance.

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Recensioni
Agostino e la sua Arca a Pavia
Tredici secoli di storia, cultura, arte e vita civile

di Maria Antonietta Crippa

Il libro, curato da Renzo Dionigi, si pone con originalità di intenti a conclusione delle numerose attività organizzate dal Comitato Nazionale “Pavia Città di Sant’Agostino” istituito dal Ministero per la Cultura per le celebrazioni del 13.mo centenario della traslazione delle reliquie di sant’Agostino dalla Sardegna a Pavia. In un numero elevato di qualificati eventi, sia scientifici che di alta divulgazione, Comune, Diocesi, locale Comunità Agostiniana e altri Enti aggregati hanno offerto, suo tramite, l’occasione per riflettere sul significato della presenza del corpo di Agostino a Pavia, nella Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, rileggendo in chiave di estrema attualità il pensiero del santo, gigante della cultura d’Occidente, patrono dell’Università di Pavia, instancabile ricercatore della Verità, Padre della Chiesa, filosofo apprezzato da credenti e non credenti, Maestro della autobiografia dell’anima.

The book, edited by Renzo Dionigi, presents itself with an original intent as the culmination of the numerous activities organized by the National Committee “Pavia Città di Sant’Agostino,” established by the Ministry of Culture to mark the 1300th anniversary of the translation of Saint Augustine’s relics from Sardinia to Pavia. Through a wide range of distinguished events—both scholarly and aimed at broader audiences—the Municipality, the Diocese, the local Augustinian Community, and other associated institutions offered an opportunity to reflect on the significance of Augustine’s body being in Pavia, in the Basilica of San Pietro in Ciel d’Oro. This occasion also allowed for a re-reading, in a highly contemporary key, of the thought of the saint—one of the great figures of Western culture, patron of the University of Pavia, an tireless seeker of Truth, Father of the Church, a philosopher appreciated by both believers and non-believers, and a master of the autobiography of the soul.

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