“As in a Living Picture”: The Madonna of the Rosary in Bologna’s Church of San Domenico
di Esperança Maria Camara
Dall’introduzione del rosario in Italia alla fine del XV secolo, le arti visive hanno svolto un ruolo centrale nella pratica efficace di questa devozione. Il revival del rosario negli ultimi decenni del XVI secolo ha portato alla proliferazione di guide devozionali, stampe e paliotti destinate ad assistere i fedeli nell’esperienza della meditazione come incontro dinamico con le figure della storia sacra. Questo articolo colloca il paliotto della confraternita del rosario di San Domenico a Bologna all’interno delle pratiche devozionali della confraternita. Si sostiene non solo che le devozioni della confraternita attivassero il paliotto, ma anche che gli artisti di Bologna affinassero intenzionalmente il loro linguaggio visivo per migliorare l’efficacia devozionale dell’opera d’arte.
From the time of the rosary’s introduction to Italy in the late fifteenth century, the visual arts played a central role in the devotion’s efficacious practice. The revival of the rosary in the last decades of the sixteenth century resulted in the proliferation of devotional guides, prints, and altarpieces aimed at assisting the faithful in experiencing meditation as a dynamic encounter with the figures of sacred history. This article situates the altarpiece of the rosary confraternity of San Domenico in Bologna within the devotional practices of the confraternity. It argues not only that the confraternity’s devotions activated the altarpiece, but also that the artists of Bologna intentionally refined their visual language to enhance the artwork’s devotional efficacy.
Acquista questo articolo
Pietro Giacomo e Antonio Verda, “intalliatori di Pietra” presso la Veneranda Fabbrica del duomo di Milano (1626 ca.-1674)
di Beatrice Bolandrini
Lo scopo di questo articolo è indagare le attività dei fratelli Pietro Giacomo e Antonio Verda, scultori presso la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano nel XVII secolo. Essi sono quasi sconosciuti, nonostante il loro coinvolgimento nell’imponente impresa di decorazione scultorea della facciata del duomo. Attraverso l’incarico e l’esecuzione di due medaglioni in marmo raffiguranti Sant’Ambrogio e San Barnaba, attestati da documenti d’archivio, scolpiti sui fianchi dei doppi pilastri del portale principale, ho cercato di delineare l’attività di questi due scultori ticinesi all’interno del cantiere. Durante la ricerca, ho identificato altri documenti relativi alla concessione del loro laboratorio, alla decorazione di una finestra della facciata e di alcune sculture di santi, nonché al memoriale di esecuzione per il gradino della cappella della Madonna dell’Albero.
The purpose of this paper is to investigate the activities of the brothers Pietro Giacomo and Antonio Verda, sculptors at the Veneranda Fabbrica of the Milan cathedral in the seventeenth century. They are almost unknown, despite their involvement in the monumental enterprise of the sculptural decoration of the cathedral façade. With the commission and execution of two marble medallions depicting Sant’Ambrogio and San Barnaba, proven by archival documents, carved on the flanks of the double pillars of the main portal, I tried to outline the activity of these two Ticinese sculptors inside the building site. During the research, I identified other documents relating to the concession of their workshop, the decoration of a window of the façade and of some sculptures of saints, as well as the memorial of execution for the step of the chapel of the Madonna dell’Albero.
Acquista questo articolo
La chiesa della SS. Annunziata a Pistoia e i suoi altari tra il Trecento e la fine del Cinquecento
di Alessandro Nesi
La chiesa della Santissima Annunziata dei Servi di Maria a Pistoia fu completata nel 1393, ma iniziò a decorarsi e abbellirsi internamente già nel 1383, quando su uno dei suoi altari fu collocato un importante altarpiece del pittore bolognese Lippo di Dalmasio, oggi perduto. Fino alla fine del XVI secolo, le commissioni si susseguirono e l’assetto artistico degli altari cambiò più volte, ospitando opere di artisti locali come Domenico Rossermini, Giuliano Panciatici, Gerino Gerini, Bernardino Detti e Sebastiano Vini, oltre ad altre di famosi pittori fiorentini come Cigoli e Santi di Tito. Solo una piccola parte delle opere ci è pervenuta. I committenti di queste opere erano importanti famiglie come i Baldinotti, i Peraccini e i Bracali. Altre modifiche architettoniche, patronato e opere d’arte sugli altari furono dovute alla demolizione del coro, originariamente situato nella navata, ma distrutto tra il 1568 e il 1571 in obbedienza ai dettami del Concilio di Trento. Esso fu invece spostato dietro l’altare maggiore. Infatti, sulla parete frontale del vecchio coro vi erano due altari, le cui opere d’arte furono rimosse e poi disperse. Ma la commissione più importante del XVI secolo fu la costruzione tra il 1579 e il 1582 dell’altare dell’Annunziata con il “coretto” annesso, costruito sul modello dell’omonimo santuario di Firenze e finanziato dai Peraccini, con opere di Vini e di Pietro Volponi, detto Scalabrino Junior.
The church of Santissima Annunziata of the Servi di Maria in Pistoia was completed in 1393, but began to decorate and embellish internally as early as 1383, when an important altarpiece by the Bolognese painter Lippo di Dalmasio, now lost, was placed on one of its altars. Until the end of the sixteenth century, the commissions succeeded and the artistic set of the altars was changed several times, hosting works by local artists such as Domenico Rossermini, Giuliano Panciatici, Gerino Gerini, Bernardino Detti, and Sebastiano Vini, as well as others by famous Florentine painters such as Cigoli and Santi di Tito. Only a small part of the works has reached us. Clients of these works were important families such as Baldinotti, Peraccini, and Bracali. Other architectural changes, patronage, and the artworks on the altars were due to the demolition of the choir, originally placed in the nave but destroyed between 1568 and 1571 in obedience to the dictates of the Council of Trent. It was instead moved behind the high altar. In fact, on the front wall of the old choir were two altars, whose works of art were removed and then dispersed. But the most important of the sixteenth-century commissions was the construction between 1579 and 1582 of the Annunziata altar with the attached “coretto,” built on the model of the homonymous sanctuary in Florence and financed by Peraccini, with works by Vini and by Pietro Volponi, called Scalabrino Junior.
Acquista questo articolo
Il presbiterio della basilica di San Francesco ad Arezzo
di Jacopo Benedetti
La Basilica di San Francesco è ampiamente riconosciuta come uno dei grandi capolavori dell’arte cristiana, con un’austera architettura francescana che racchiude il ciclo di affreschi Leggende della Vera Croce di Piero della Francesca. Il presbiterio ha subito profonde trasformazioni nel corso della sua storia, rivelando una relazione in continua evoluzione tra pratiche liturgiche, arte e architettura. Ogni fase significativa dello sviluppo della chiesa verrà brevemente illustrata, evidenziando una tendenza generale – particolarmente evidente dalla fine dell’Ottocento in poi – a separare lo spazio della cappella principale dalla navata. Questo distacco è probabilmente la caratteristica più evidente dell’attuale configurazione della chiesa.
The Basilica of San Francesco is widely acknowledged as one of the great masterpieces of Christian art, an austere Franciscan architecture, encasing the fresco cycle Legends of the True Cross by Piero della Francesca. Its presbyterium underwent profound transformations throughout its history, showing an ever-changing relationship between liturgical practices, art, and architecture. Each significant phase of the church’s development will be briefly outlined, showing an overall tendency – especially from the late 1800s onwards – of separating the space of the main chapel from the nave. This disjoint is arguably the most evident feature of the church’s present configuration.
Leggi questo articolo
AmeInforma
Inaugurato nell’autunno del 2017, il nuovo Museo Diocesano di Volterra si presenta come un caso degno di attenzione e di approfondimento critico per alcune connotazioni caratteristiche. La sede prescelta per il museo è infatti una chiesa del centro della cittadina toscana, con un proprio apparato decorativo, ma, soprattutto, tuttora consacrata e con una destinazione al culto in una cappella con accesso dalla chiesa stessa. La creazione del museo ha consentito di recuperare un edificio che versava in pessime condizioni di conservazione, destinato a un degrado definitivo, nel cuore della città. Tuttavia, la questione della nuova destinazione dell’edificio di culto è certamente un argomento delicato, che necessita una speciale attenzione, tanto più per la museologia ecclesiastica dove non ci può essere indifferenza rispetto a uno spazio originariamente creato per la liturgia. In questo caso, la Diocesi di Volterra ha cercato di trovare una soluzione affidando il progetto museografico a professionisti altamente qualificati. In questo numero della rubrica di AMEI, i curatori del progetto museografico e illuminotecnico, insieme alla Commissione Diocesana di Arte Sacra, descrivono processi e scelte per la realizzazione del nuovo museo. AMEI invita a una riflessione critica sugli esiti museografici e architettonici del singolo episodio e a una più ampia discussione sul rapporto tra chiesa – edificio, museo ecclesiastico e oggetti per il culto.
Inaugurated in autumn 2017, the new Museo Diocesano di Volterra is a case worth consideration and critical study for its peculiar connotations. In fact, the site chosen to host the museum is a still consecrated church in the center of the Tuscan town, with specific artistic decorations, and, above all, a chapel where it is possible to say mass with access from the church itself. The museum’s constitution allowed for the opportunity to regenerate a building leading to complete deterioration, in the heart of the town. Nevertheless, the new use of the church is a delicate issue that needs particular attention, even more so because the new destination is an ecclesiastical museum, which by definition is an institution that cannot be indifferent toward a space originally created for liturgy. In the case considered, the Diocese of Volterra tried to find a solution by handing the museum project to highly skilled professionals. In this issue of AMEI informa, the architects and the lighting designers with the Diocesan Commission of Sacred Art tell processes and choices needed to create the new museum. AMEI invites critical reflections concerning the specific museographic and architectural results of the specific case, and a wider discussion about the connections between church-building, ecclesiastical museum, and sacred objects.
Acquista questo articolo
Recensioni
Elogio di nuove chiese. Una libera sequenza di incontri e di luoghi significativi rivisitati
di Andrea Longhi
Il monaco benedettino Frédéric Debuyst (Wemmel 1922 – Ottignies 2017) può essere considerato uno dei più influenti critici di architettura religiosa del secondo Novecento: protagonista del Movimento Liturgico tra il Dopoguerra e la stagione post-conciliare, si è dedicato al rapporto tra arte, architettura e liturgia. Direttore di Art d’église dal 1959 al 1980, poi collaboratore di Chroniques d’art sacré, è stato testimone dei percorsi di ricerca più sensibili al rapporto tra architettura e liturgia, cui ha dedicato non solo innumerevoli articoli, ma anche alcune sintesi critiche, divenute ormai ineludibili capisaldi della letteratura in materia (L’art chrétien contemporain de 1962 à nos jours, Paris 1988; Le renouveau de l’art sacré. 1920-1962, Paris 1991; Le génie chrétien du lieu, 1997). Molti ricordano la sua discreta presenza ai Convegni Liturgici Internazionali del monastero di Bose, dal 2003. Per tale ragione il monastero stesso, che può vantare agli Atti dei suoi convegni ben cinque interventi di Debuyst, ha avuto l’occasione di pubblicare quella che sarà considerata la sua ultima opera, conclusa e revisionata pochi giorni prima della sua morte.
The Benedictine monk Frédéric Debuyst (Wemmel 1922 – Ottignies 2017) can be considered one of the most influential critics of religious architecture in the late 20th century. A key figure in the Liturgical Movement between the post-war period and the post-conciliar era, he dedicated himself to exploring the relationship between art, architecture, and liturgy. As editor of Art d’église from 1959 to 1980 and later a contributor to Chroniques d’art sacré, he was a witness to the most sensitive research paths concerning architecture and liturgy. He devoted not only numerous articles but also critical summaries to this subject, which have become essential pillars of literature in the field (L’art chrétien contemporain de 1962 à nos jours, Paris 1988; Le renouveau de l’art sacré. 1920-1962, Paris 1991; Le génie chrétien du lieu, 1997). Many recall his discreet presence at the International Liturgical Conferences of the Bose Monastery since 2003. For this reason, the monastery itself, which boasts five of Debuyst’s contributions in its conference proceedings, had the opportunity to publish what would be considered his final work, completed and revised just a few days before his death.
Storie di chiese, storie di comunità
di Davide Fusari
Le 319 pagine che compongono il volume di Andrea Longhi Storie di chiese, storie di comunità propongono al lettore un itinerario che si snoda attraverso trenta chiese italiane progettate, costruite e vissute per e da altrettante comunità in momenti diversi nel periodo compreso tra il secondo Dopoguerra e gli anni a noi più vicini. Le trenta microstorie, pur nella diversità dei casi, sono descritte rispettando una griglia analitica sempre uguale che restituisce il punto di vista attraverso cui l’autore le indaga e che affronta, man mano, le responsabilità e le scelte, i contesti del progetto, il progetto liturgico, il programma iconografico, il progetto ambientale, il progetto ecclesiale, il progetto urbano e la vita della chiesa alla prova del tempo.
The 319 pages of Andrea Longhi’s volume Storie di chiese, storie di comunità offer readers a journey through thirty Italian churches designed, built, and experienced by as many communities at different moments from the post-World War II period to the present day. Despite the diversity of cases, these thirty micro-histories are described following a consistent analytical framework that reflects the perspective through which the author investigates them. This framework progressively addresses responsibilities and choices, project contexts, the liturgical design, iconographic program, environmental planning, ecclesial design, urban planning, and the life of each church as tested by time.
Leggi questi articoli
Notiziario
Visioni, apparizioni, miracoli. La pittura di Giovan Paolo Cavagna (1550 – 1627) e la “mostruosa meraviglia”
Convegno di studi
Dolce è la luce
La luce, esperienza di Dio nella storia
Leggi questi articoli