Il Torchio Mistico nella pittura di età moderna in Sicilia
di Angelo Faraci
Il Torchio Mistico, ampiamente studiato per la sua unicità iconografica e semantica, è presente in Sicilia in un numero limitato di opere d’arte. Il caso più rappresentativo è offerto dal dipinto conservato nella Chiesa dei Cappuccini di Burgio (Agrigento), un elegante e puro esempio pittorico probabilmente di produzione napoletana ma con significative influenze fiamminghe. Altri esempi sono stati trovati nella zona di Messina, influenzati dai famosi stampe di Hieronymus Wierix, che circolavano nell’isola durante il diciassettesimo secolo. Diverse opere d’arte siciliane sono estremamente peculiari, in quanto ci introducono a una nuova iconografia che unisce il tema dell’effusione del sangue di Cristo e quello del Purgatorio. Una panoramica delle pitture che mostra la profonda simbiosi di valori mistici e radici spirituali, unendo la Sicilia al resto d’Europa.
The Mystical Wine Press, widely studied for its iconographic and semantic uniqueness, is present in Sicily in a limited number of artworks. The most representative case is offered by the canvas kept in the Capuchin Church of Burgio (Agrigento), an elegant and pure pictorial example of probably Neapolitan manufacture but with significant Flemish influences. Other examples have been found in the Messina area, influenced by the famous prints of Hieronymus Wierix, that circulated in the island throughout the seventeenth century. Several Sicilian artworks are extremely peculiar, as they introduce us to a new iconography combining the theme of the effusion of the blood of Christ and that of Purgatory. An overview of paintings that shows the profound symbiosis of mystical values and spiritual roots, uniting Sicily with the rest of Europe.
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Il corallo trapanese nel collezionismo di ieri e di oggi: una raccolta di arte sacra tra Seicento e Settecento alla XXXI Biennale dell’Antiquariato
di Sergio Intorre
La collezione di opere in corallo trapanese esposta alla XXXI Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze dimostra come questa produzione fosse caratterizzata da un livello culturale costantemente elevato e da una raffinata conoscenza artistica. Se a partire dal XVI secolo i principali protagonisti di questa tendenza erano sovrani, nobili e alti prelati, tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, i mercanti d’arte e i privati facoltosi divennero i principali attori, attratti, come i loro predecessori, dall’eccelsa bellezza dei manufatti in corallo trapanese, che continua a comandare prezzi elevati nel mercato dell’arte. L’articolo propone uno studio scientifico delle opere in corallo di Trapani con soggetti sacri esposte a Firenze, che costituivano il nucleo principale della collezione.
The collection of works in Trapanese coral exhibited at the XXXI International Biennial of Antiques in Florence demonstrates how such production was characterized by a consistently high cultural level and refined artistic knowledge. Whereas from the 16th Century onwards the main players in this trend were sovereigns, nobles, and high prelates, between the second half of the 19th and the beginning of the 20th Century, antique dealers and wealthy private individuals became the main players, as they were attracted, like their predecessors, by the exquisite beauty of Trapanese coral artifacts, which still commands high prices in the art market. The article proposes a scientific study of the works in Trapani coral with sacred subjects exhibited in Florence, which constituted the main nucleus of the collection.
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Ricomposizioni per Simone da Firenze
di Orazio Lovino
Il polittico di Senise, datato 1523 e firmato da “M(agiste)R SIMO(n) D(e) FLORE(n)TIA”, è stato il punto di partenza per una ricostruzione critica dell’attività di Simone da Firenze, un pittore nato a Firenze, influenzato dalla scuola napoletana e attivo in Lucania durante la prima metà del XVI secolo. Fino a poco tempo fa, gli studiosi non avevano riconosciuto un pannello che rappresenta San Michele Arcangelo, solitamente attribuito a Cristoforo Scacco o a Pedro Fernández, come sua opera. Il pannello proviene da un polittico smembrato precedentemente condiviso con una Santa Caterina d’Alessandria inedita attualmente presente nel mercato dell’arte. Questo articolo presenta ricerche che attribuiscono i due pannelli a Simone da Firenze e discute un dipinto poco noto di San Paolo, sempre di mano di Simone, nella Galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia, dove è stata verificata la sua provenienza da un polittico un tempo presente in Santa Maria del Sepolcro a Potenza. L’articolo propone considerazioni stilistiche e iconografiche riguardo ai dipinti e, includendo la pubblicazione di un disegno di Simone, offre una ulteriore riflessione sulla pittura del XVI secolo nell’Italia meridionale.
The Senise polyptych, dated 1523 and signed by “M(agiste)R SIMO(n) D(e) FLORE(n)TIA”, was the starting point for a critical reconstruction of the activity of Simone da Firenze, a painter born in Florence, influenced by the Neapolitan school, and active in Lucania during the first half of the 16th Century. Until recently, scholars had not acknowledged a panel representing St. Michael the Archangel, usually attributed to Cristoforo Scacco or Pedro Fernández, as his work. The panel comes from a dismembered polyptych previously shared with an unpublished Saint Catherine of Alexandria currently circulating the art market. This article presents research attributing the two panels to Simone da Firenze and discusses a scarcely known painting of St. Paul, also by Simone’s hand, in the Galleria Franchetti alla Ca’ d’Oro in Venice, where its provenance from a polyptych once in Santa Maria del Sepolcro in Potenza has been verified. It suggests stylistic and iconographic considerations regarding the paintings and, including the publication of a drawing by Simone, offers a further reflection on 16th-Century painting in Southern Italy.
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Per manus fraris Petri de Baro.
Un nuovo scultore del Trecento pugliese per l’abbazia di Santa Maria a Banzi in Basilicata
di Marcello Mignozzi
L’Abbazia benedettina di Santa Maria a Banzi in Basilicata è una delle più antiche dell’intera regione. Fonti documentarie attestano la sua esistenza già nell’Alto Medioevo e seguono la sua storia e le sue trasformazioni nel corso dei secoli. Il momento di maggiore benessere sembra essere stato nel XIV secolo. In quel periodo, un prezioso manufatto in marmo fu commissionato dall’Abate Domenico di Cervarezza (una fattoria ora scomparsa), attualmente riutilizzato nella parte alta della facciata della chiesa di Santa Maria. Si tratta di una grande icona marmorea che raffigura una Vergine Odegitria in trono con il Bambino in braccio sulla gamba destra. Ai margini, un Arcangelo e il patrono stesso, in abiti vescovili, appaiono in dimensioni ridotte. Alla base dell’icona si trova una lunga iscrizione che ricorda il nome del committente e l’anno di esecuzione dell’oggetto, 1331. Sebbene conosciuto dai critici fin dalla fine del XIX secolo e ripetutamente citato dagli studiosi anche nei decenni successivi, durante tutto il XX secolo e fino all’inizio del XXI secolo, l’artefatto non è mai stato analizzato in dettaglio. L’osservazione diretta dell’icona, tuttavia, grazie anche a un recente restauro, ha facilitato la scoperta di una terza riga nell’iscrizione, fornendoci il nome dell’artista e la sua provenienza: un Pietro del monastero di San Vito a Bari. Non sono noti altri lavori di questo scultore, ma la sopravvivenza di altre tre icone in marmo, un tempo nel monastero di San Vito a Polignano e ora nella Pinacoteca Provinciale di Bari, potrebbe aiutarci a ricostruire il suo percorso artistico, assumendo che fosse precisamente esperto nella realizzazione di questo specifico tipo di oggetti. Alcuni elementi tecnici e iconografici, condivisi dalle quattro icone in marmo, possono rivelare un’evoluzione artistica di Pietro nel tempo, garantendo così che l’esecuzione di questi artefatti sia disposta in un ordine cronologico più preciso. Lo studio dell’icona di Banzi, quindi, nei suoi componenti formali e iconografici, consente infine di rintracciare i suoi possibili modelli e di comprendere anche il suo potere di influenza sull’arte locale. Pertanto, emerge una nuova personalità artistica per l’arte pugliese del XIV secolo, arricchendo il repertorio di conoscenze sulla scultura angioina nel Sud Italia.
The Benedictine Abbey of Santa Maria a Banzi in Basilicata is one of the oldest in the entire Region. Documentary sources attest its existence already in the Early Middle Age and follow its history and transformations over the centuries. The moment of major well-being seems to have been in the 14th Century. At that time, a precious marble artifact was commissioned by Abbot Domenico of Cervarezza (a now disappeared farmhouse), currently reused in the highest part of the facade of the church of Santa Maria. It is a large marble icon depicting a Virgin Odegitria enthroned with the marching Child on her right leg. At the margins, an Archangel and the patron himself, in bishop’s robes, appear in reduced dimensions. At the base of the icon is a long inscription that recalls the name of the client and the year of execution of the object, 1331. Although known to critics since the end of the 19th Century, and repeatedly mentioned by scholars even over the following decades, still throughout the 20th and until the beginning of the 21st Century, the artifact has never been analyzed in detail. The direct observation of the icon, however, partly thanks to a recent restoration, has been able to facilitate the discovery of a third line in the inscription, providing us the name of the artist and his provenance: a Peter from the monastery of San Vito in Bari. No other works are known by this sculptor, but the survival of three other marble icons, once at the monastery of San Vito in Polignano and now in the Pinacoteca Provinciale in Bari, might help us reconstruct his artistic path, assuming that he was precisely expert in the realization of this specific type of objects. Some technical and iconographic elements, shared by the four marble icons, may reveal an artistic evolution of Peter over time, thus ensuring that the execution of these artifacts is arranged in a more precise chronological order. The study of the Banzi icon, then, in its formal and iconographic components, finally allows us to trace its possible models and also to understand its power of influence on local art. Therefore, a new artistic personality emerges for the Apulian art of the 14th Century, enriching the repertoire of knowledge on Angevin sculpture in Southern Italy.
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Le opere bizantine nella collezione del cardinale Pietro Barbo
di Lucrezia Sozzè
La collezione del Cardinale Pietro Barbo (1417-1471), poi Papa Paolo II (1464-1471), conta, tra i oltre 3100 oggetti elencati nell’inventario e attualmente custoditi nell’Archivio di Stato di Roma, un consistente gruppo di artefatti bizantini: trentanove icone, tra cui venticinque miniature a mosaico, cinque tessuti e un vaso in pietra dura. Sebbene gli oggetti siano rappresentati da descrizioni accurate, nessuno è collegato in modo positivo a opere sopravvissute. Un obiettivo primario di questo studio è stato, quindi, identificare alcune di queste voci. Sebbene, tra le miniature a mosaico esistenti (meno di cinquanta nel mondo), solo una possa essere, quasi certamente, associata all’inventario – il Cristo Pantocratore nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Chimay – l’articolo suggerisce che altre opere sopravvissute potrebbero appartenere al prelato: precisamente, le icone a mosaico di San Nicola a Kiev e quelle della Vergine Eleousa a New York e Venezia. Non sono state trovate, per ora, tracce delle altre icone, né dei tessuti o del vaso. Inoltre, è stato possibile confermare che, dopo la morte di Paolo II, non tutte le opere d’arte furono vendute dal suo successore, Sisto IV. Alcuni oggetti, infatti, rimasero a Roma e divennero parte delle Collezioni Vaticane: i tessuti di seta, registrati a Castel Sant’Angelo negli anni ’20 del ‘500, e alcune icone, che potrebbero corrispondere a oggetti elencati negli inventari del XV e XVI secolo della Sacrestia di San Pietro.
The collection of Cardinal Pietro Barbo (1417-1471), later Pope Paul II (1464-1471), counts, among the over 3100 objects listed in the inventory and now housed in the Archivio di Stato in Rome – a substantial group of Byzantine artefacts: thirty-nine icons, among which twenty-five were miniature mosaics, five textiles and a hardstone vase. Although the objects are represented by accurate descriptions, none is positively connected to surviving works. A primary aim of this study was, therefore, to identify some of these entries. Though, among extant miniature mosaics (less than fifty in the world), only one can be, almost certainly, associated to the inventory – the Christ Pantokrator in the Church of Sts Peter and Paul in Chimay – the essay suggests that other surviving works could have belonged to the prelate: exactly, the mosaic icons of Saint Nicholas in Kiev and those of the Virgin Eleousa in New York and Venezia. No traces were found, for now, of the other icons, nor the textiles or the vase. Moreover, it has been possible to confirm that, after Paul II’s death, not all the artworks were sold by his successor, Sixtus IV. A few objects, indeed, stayed in Rome and became part of the Vatican Collections: the silk textiles, recorded in Castel Sant’Angelo in the 1520s and a few icons, that potentially match items listed in 15th-and 16th-Century inventories of the Sacristy of St. Peter.
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Minor White. La via dell’anima
di Giovanni Chiaramonte
Minor White è una figura centrale nella fotografia della seconda metà del XX secolo. In mezzo alla profonda crisi dei valori spirituali che avevano sostenuto gli Stati Uniti d’America, White intraprende un viaggio solitario creando un legame irreversibile tra il lavoro fotografico e la misura della preghiera e della contemplazione. White segue e migliora la teoria e la pratica di Alfred Stieglitz, secondo cui la fotografia è l’equivalente visibile dell’esperienza interiore del cuore. La fotografia di White è organizzata secondo sequenze misurate, articolate come metriche nella poesia, che accompagnano sempre la sua creazione visiva. Il presente saggio mette in relazione l’avventura di White con la religione cristiana, ma anche con il buddismo, seguito da molti artisti dell’epoca.
Minor White is a main figure in the photography of the second half of the 20th Century. In the midst of the deep crisis of the spiritual values that had supported the United States of America, White undertakes a lonely journey creating an irreversible connection between the work of photography and the measure of prayer and contemplation. White follows and improves the theory and the practice of Alfred Stieglitz, according to whom photography is the visible equivalent of the interior experience of the heart. White’s photography is organized according to measured sequences, articulated like metrics in poetry, that always accompanies his visual creation. The present essay relates White’s adventure to Christian religion, but also to Buddhism, followed by many artists at that time.
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AmeInforma
Il Codex Vercellensis Evangeliorum e la sua legatura al centro di un progetto internazionale
di Timoty Leonardi
L’attività della Fondazione Museo del Tesoro del Duomo e Archivio Capitolare di Vercelli, durante l’emergenza sanitaria Covid-19, non si è interrotta ma si è focalizzata sulla ricerca scientifica, promuovendo uno sviluppo delle attività in modalità smart working. Per i vercellesi il primo di agosto ricorre la memoria del protovescovo Eusebio (+ 371), patrono della Città e del Piemonte intero. L’Evangeliario a lui legato, datato alla metà del IV secolo, è alla base del primo nucleo dello scriptorium della Biblioteca Capitolare di Vercelli. Il manoscritto, insieme ad alcuni oggetti permanentemente conservati nel Museo, saranno il fulcro delle iniziative che la Fondazione ha iniziato a proporre per celebrare i 1650 anni dalla morte di Sant’Eusebio, in linea con il prossimo anno pastorale dell’Arcidiocesi.
The activities of the Museo del Tesoro del Duomo and the Capitolare Archive of Vercelli Foundation did not stop during the Covid-19 health emergency; instead, they focused on scientific research, promoting the development of activities through smart working. For the people of Vercelli, August 1 marks the commemoration of Saint Eusebius, the first bishop (+371) and patron of the City and the entire region of Piedmont. The Gospel Book linked to him, dated to the mid-4th century, is the foundation of the first nucleus of the scriptorium of the Capitolare Library of Vercelli. The manuscript, along with several objects permanently housed in the Museum, will be the focus of the initiatives that the Foundation has begun proposing to celebrate the 1,650th anniversary of the death of Saint Eusebius, in line with the upcoming pastoral year of the Archdiocese.
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