Editoriale
Giovanni Chiaramonte: fotografie come preghiere
di Arturo Carlo Quintavalle
Per capire Giovanni Chiaramonte credo sia necessario seguire il suo percorso, la sua ricerca dalle origini ai primi anni Settanta mettendo insieme il suo lavoro sul cinema, le sue letture, la sua esperienza della musica, i suoi incontri, le sue amicizie, il tutto considerato come testimonianza di una fede cristiana vissuta quotidianamente, segno di una visione del mondo profondamente umanistica dove si intrecciano le esperienze di Blaise Pascal e di Joseph Brodsky, di Ezra Pound e di Herman Melville, di Andrej Tarkovskij e di Wolfgang Amadeus Mozart, di Joseph Haydn e di Johann Sebastian Bach. Confesso la mia inadeguatezza a seguire la ricca esperienza umana di Giovanni anche se credo possibile seguire le tracce della sua fede nella composizione, nell’architettura, nelle scelte delle sue immagini. Quindi mi limiterò a proporre qualche riflessione da intendere come guida alla lettura delle sue fotografie tenendo presente il percorso del fotografo, ma sarebbe da dire del narratore, perché le foto di Giovanni sono prima di tutto racconto.
Qual è il contesto agli inizi degli anni Settanta nel quale vanno inserite le immagini di Chiaramonte? Una ricerca che si data 1971-1972 dal titolo Numerazione Desolazione propone le rovine spianate di un bombardamento nei pressi di Sant’Ambrogio, righe sul muro e numeri per un possibile parcheggio. Ecco il racconto sotteso: le rovine, la memoria possibile degli uomini. Memoria delle distruzioni ma anche il segno di una crisi attualissima, sono gli anni dopo il ’68 e la fine di quelle speranze, comunque siamo davanti a immagini da collegare alle ricerche sul linguaggio, alla riflessione concettuale, ma anche alla memoria di una guerra perduta, di una Milano distrutta. Le foto di Giovanni sono scattate con una camera 6×6, dunque quadrate, ecco un punto importante, una scelta che il fotografo porterà con sé per tutta la vita. Il mondo deve essere letto, scoperto, rappresentato come spazio organizzato, e sempre come segno, traccia dell’uomo. Un altro insegnamento dobbiamo trarre da questa ricerca: Chiaramonte propone sempre, nelle sue fotografie, un racconto, ed è questa struttura narrativa che imparenta la fotografia di Chiaramonte con la scrittura letteraria. Nelle fotografie di Chiaramonte c’è sempre una sospensione, una pausa, un silenzio, e anche questa lunga durata lo collega alla creazione musicale, sensibilità per la musica che va dal canto gregoriano in avanti.
Non si comprende la fotografia di Chiaramonte se non si coglie l’idea del viaggio. No, non basta la spiegazione che egli suggerisce, di un siciliano, lui stesso, nato per caso al Settentrione e che sempre ritorna all’amata Gela, che però le trivellazioni, il gas, il petrolio stanno trasformando, anzi distruggendo. Nella ricerca di Chiaramonte l’idea del viaggio è ben altro, è riflessione sul mondo, dimensione cosmica del racconto e insieme esperienza concreta nei diversi luoghi. Ogni foto per Giovanni raggiunge, direbbe Henri Bergson, la lunga durata, ogni singola immagine si propone sempre come meditazione. E alla lunga durata si ispirano le fotografie di Giardini in Sicilia (1974) stampate e ristampate per tre mesi alla ricerca di una perfetta scala dei neri. Ancora un campo quadrato, fotografie bianco e nero a lungo meditate e stampate da Chiaramonte stesso per poter dosare al meglio i toni, le trasparenze. Sono foto che narrano tracce dell’uomo, una scala che sale verso il chiaro; una sedia vuota, un tavolo e un foro nella parete da cui entra la luce; un grande vaso e un volatile in asse più in basso, le zampe e davanti barbagli di chiaro. Ecco un altro tema di Giovanni, il dialogo con la luce. Ed è sempre del 1974 una ricerca sulla luce, anzi sulla scrittura di luce dal titolo La Creazione/Neon. I neon disegnano oggetti, uno spartito musicale, un orologio, un libro aperto ma anche un volto di profilo e, alla fine, una vecchia macchina fotografica a soffietto: segni dell’uomo, trascritti due volte, dal neon e da Chiaramonte.
Nella ricerca intitolata Finestre (1978-1980) il fotografo dosa trasparenze e luci: riprende dall’interno un paesaggio velato da tende che scandiscono lo spazio rettangolare del fotogramma secondo una rigorosa geometria che organizza un luogo sospeso fra interno ed esterno, luogo nel quale affiorano presenze, un vaso vicino, una cupola non lontana. Chiaramonte intende rappresentare ancora una volta la durata attraverso la modulazione di due luci, quella dell’interno schermato dalle tende e l’altra, abbacinata, del fuori. L’architettura, l’analisi del mondo adesso, attorno al 1980, diventata più chiara. In Giardini e Paesaggi (1980) e in Paesaggio Italiano (1982), dove le foto sono tutte riprese con la 6×6, lo spazio rappresentato è quello della prospettiva rinascimentale intesa come finestra sul mondo; qui comincia ad apparire un’altra chiave di lettura, un oggetto simbolico, la colonna, il fusto della colonna o il capitello, da intendere come segni della civiltà in Occidente. O, meglio, tracce scomposte, dirute, disperse di una civiltà che Oswald Spengler nel suo libro Il tramonto dell’Occidente aveva letto come una civiltà giunta alla fine e che Chiaramonte, dagli anni Ottanta in poi e fino alla fine, riconoscerà come civiltà viva e come ordine del mondo. Ecco quindi il fotografo fotografare la colonna, dopo la Grecia e Roma, dopo l’Antico e il Medioevo fino al Rinascimento e al Barocco, fino alle colonne e alle evocazioni del modello classico negli Stati Uniti e negli spazi del Messico, di Cuba, di Trinidad, una colonna che per Chiaramonte è sempre il segno della civiltà cristiana.
Nel 1983 Chiaramonte organizza, per il Meeting dell’amicizia di Rimini, un’imponente mostra con centinaia di fotografie dal titolo Giovane fotografia europea, il punto di partenza di quella che sarà nel 1984 la mostra organizzata da Luigi Ghirri, Gianni Leone, Enzo Velati: Viaggio in Italia. Cito due foto soltanto fra quelle di Chiaramonte esposte nelle due rassegne, la prima, a Giovane fotografia europea, mostra un sedile di treno con sopra una foto di rovine antiche segnate da colonne, di fatto due tempi e due culture a confronto, la memoria dell’antico e la consunta durata del sedile del treno. L’altra foto, esposta a Viaggio in Italia, si intitola Intra, Novara ed è del 1982; qui nello spazio della città, un’edicola trasparente inquadra due giovani che camminano; ecco l’ordine del mondo, lo spazio quadrato che organizza l’immagine e, oltre questa cornice, in trasparenza, due figure. Il confronto fra Ghirri e Chiaramonte, una lunga amicizia che lega i due autori, potrebbe partire da queste fotografie. Ghirri, dopo una ricerca concettuale, dialoga con le avanguardie e con Marcel Duchamp, René Magritte, Max Ernst; Chiaramonte riflette sugli spazi della prospettiva e vede, legge il mondo, dove la luce, come meglio vedremo, acquista sempre un maggiore significato. Terra del ritorno (1985-1988) propone, come sempre in Chiaramonte, un titolo illuminante. Si comincia con una grande veduta del mare di Gela, onde disegnate appena sul bagnasciuga, in lontananza un profilo di terra; poi ecco Tempio romano ad Evora ricco di colonne e Architrave a Berlino, un pezzo romano reinventato; e poi ancora Veduta dell’Acropoli di Atene e Sinagoga Hurva a Gerusalemme; insomma questi sono i luoghi della memoria e insieme i luoghi che danno senso al viaggio che si contrappone al Tramonto dell’Occidente. Alla fine della ricerca ecco Verso Occidente, Porto con la prua della nave arenata volta verso terra e quindi a Occidente.
Un altro titolo, un’altra ricerca, un altro libro di Chiaramonte è importante per stabilire la geografia della sua memoria, si intitola Westwards (1991), appunto ‘verso ovest’. All’inizio una grande foto della riva di Padre Island dal titolo Gabbiani: spiaggia deserta, un tronco in primo piano, lontano un’automobile, traccia, segnale della presenza dell’uomo. Ecco ancora i segni, per Chiaramonte, della civiltà d’Occidente in Colonna a Huston, o in Partenone a Nashville, o in Memoria veneziana con la riproduzione della Piazzetta a Venezia. Le foto di questa ricerca sono a volte quadrate 6×6, a volte rettangolari ma sempre riprese col cavalletto e sempre impostate su un rigoroso impianto prospettico. Chiaramonte sa attendere, sa attendere che la natura oppure le figure umane si collochino, attraversino un determinato spazio, come in Lampo, Mobile o in Tempesta a Port Sulphur dove la riva del mare, l’auto di traverso, sopra l’addensarsi oscuro della tempesta compongono un sistema bloccato in primo piano da un bidone dipinto di azzurro. Sempre ripresi da negativo rettangolare sono i paesaggi di Ai confini del mare (1999) e converrà ricordarne due soltanto, Gela con la spiaggia dilatata, un palo a fare da asse al sistema e due figure nel semicerchio centrale, una terza celata dal movimento. L’altra foto è altrettanto emblematica: al centro, in asse, l’ombra di un albero che si innesta sui cespugli che mimano le fronde dell’albero stesso, dietro ancora una colonna e altri alberi ai lati. È in queste foto che Chiaramonte propone un’architettura degli spazi rigorosa impostando la veduta su un asse mediano, organizzando la composizione con pesi e contrappesi, proponendo quindi un ordine del mondo.
Certo Chiaramonte conosce i trattati d’architettura del Rinascimento, conosce quel modo di organizzare il mondo, conosce le tesi di Erwin Panofsky esposte nel saggio La prospettiva come forma simbolica, conosce la storia del come impaginare il mondo da Filippo Brunelleschi a Sebastiano Serlio e Andrea Palladio ma, per lui, questo modo di leggere il mondo intende esprimere, o meglio intende riconoscere, meglio ancora rappresentare il segno del divino. Così forse si spiega quell’organizzazione delle vedute secondo un’architettura rigorosa, quell’organizzazione bilanciata delle forme, quella costante presenza dell’umano, o di una sua traccia, oppure con le figure o i loro strumenti proposti direttamente. Chiaramonte conosce bene, e ha vissuto per molti aspetti la riflessione di Agostino d’Ippona sul naturale, lo spazio dove il divino si percepisce sempre presente, dalle pietre ai virgulti, dagli animali agli uomini. Per Agostino, che riprende il neoplatonismo di Plotino, Dio si manifesta nel mondo e fotografare mettendo lo spazio in prospettiva, costruire questo ordine nelle immagini, vuol dire rappresentare, vuol dire riconoscere il divino negli spazi terreni.
Ho detto del rapporto di Chiaramonte col paesaggio ma il racconto che egli fa di alcuni luoghi, di alcune città dove ha a lungo vissuto e che ha molto amato ci fa capire come Chiaramonte concepisca confrontarsi col passato. Conoscere le città è scoprirne la storia e una ricerca importante è quella di Venezia (2006), per la quale Chiaramonte evoca fin dagli inizi un dialogo con la letteratura fotografando le due tombe di Ezra Pound e Joseph Brodsky sepolti al cimitero del San Michele. Venezia è la città dove Chiaramonte scopre il divino partendo dalle ombre, partendo dai teli trasparenti applicati ai monumenti in restauro, è la città dove il consumo delle immagini è stato per generazioni violento, eppure il fotografo riesce a raccontarci una città diversa dove le pietre corrose, i mattoni sgranati, i marmi lustri di pioggia diventano tracce tangibili di un consumo del tempo, quindi della lunga durata.
Diverso il caso di Berlino (2010) dove il discorso di Chiaramonte, che a Berlino ha operato su richiesta della municipalità per molti anni, si fa consapevolezza della storia. Il fotografo riprende gli spazi vuoti, il nulla degli edifici abbandonati, dei luoghi deserti, a contrasto con altri luoghi dove resti di colonne antiche oppure riprese dell’antico di Schinkel, o magari di Speer, testimoniano la lunga durata della colonna ma, insieme, la distruzione, la fine di un sistema di memorie. Solo il museo, dove Chiaramonte riprende le attese dei turisti e i loro movimenti attorno alla vetrina di Nefertiti, sembra conservare in uno spazio pacificato la memoria degli eventi. Si intitola Interno Perduto (2012) una ricerca sugli effetti del terremoto nella provincia di Modena, e questo è il luogo della memoria e della distruzione, è il luogo delle fattorie crollate e dei muri abbattuti, dei cimiteri sconvolti e delle chiese dove le volte scomparse aprono a cieli contro i quali è sospeso un crocifisso di legno. Chiaramonte racconta di un paesaggio distrutto, il paesaggio tanto amato dall’amico Luigi Ghirri e reso mitico in tante fotografie. Anche su queste rovine appare quella dominante sottilmente giallina, ma con una calda componente di terra d’ombra naturale o bruciata, il cui significato è certamente simbolico.
Per capire converrà considerare una nuova ricerca, Jerusalem (1988). Gerusalemme, la città dove si incrociano le tre religioni monoteiste, città di pietre e di mattoni, di colori fra il bianco appena ingiallito e il verde dei rari alberi. Qui, come in tante altre precedenti ricerche, Chiaramonte fotografa il silenzio. Quello delle lunghe mura antiche che circondano la città, quello gioioso di Conversazione sotto le mura dove su un verde spento sosta una famiglia sotto un albero grigio di foglie. Lo spazio che Chiaramonte rappresenta è sempre attentamente misurato, come in Soglia che mostra gli archi sulla spianata delle moschee, oppure come in Cavallo bianco con l’animale che bruca l’erba sotto le mura. Chiaramonte sa rovesciare il senso delle immagini tradizionali, ed ecco Davanti al muro del pianto dove non vedi il muro, appunto, ma quello che sta davanti al muro, un grande spazio lastricato di chiaro e dove nere figure si dispongono come su una scacchiera. Poi, dopo la concentrazione abbacinata dalla luce di tanti esterni, ecco il raggio di luce che segna un cerchio sul suolo della Via Dolorosa. Il senso simbolico della luce, la lunga durata di una foto a lungo pensata si scopre in Dopo l’ultima cena, spazio bianco, voltato, luce chiara, al fondo l’altare col calice sospeso come un’apparizione. Questo è il valore della lunga, necessaria contemplazione dell’immagine che ci introduce alla funzione del colore o del non colore, della luce e dell’ombra nelle foto di Chiaramonte.
Nasce attorno al 2012 una ricerca densa e raffinata narrata con delle polaroid: una specie di diario, di riflessione sul tempo e sulla vanità delle cose, ma anche sulla memoria e l’amicizia. Così un’immagine dal titolo Milano. Per Luigi Ghirri (2012) mostra uno spartito musicale su un pianoforte e un volto con la scritta «conoscenza», mentre un’altra foto dal titolo Milano 2011 propone uno scaffale di libri che vuol essere ancora un omaggio a Ghirri: qui il volto della Sacra Sindone sta accanto a un ritratto di Galileo Galilei e al De prospectiva pingendi di Piero della Francesca. Prospettiva come modo per cogliere il divino nel creato. Certo è che anche il paesaggio ha una lunga durata e in una foto dal titolo Berlino. Per Caspar David Friedrich (2011), vediamo l’autoritratto di Chiaramonte accostato a una veduta di Caspar David Friedrich dal titolo Le tre età dell’uomo con le navi che dal primo piano si perdono nello slontanare del paesaggio. Un ciceroniano De senectute per via di immagini.
Il segno dell’attenzione umana e dell’impegno civile di Chiaramonte per il mondo degli esclusi si coglie, come un paradigma, nel montaggio di un racconto fotografico scandito in quattro tempi: il luogo dove il protagonista vive in una foto in alto, sotto un trittico con al centro il ritratto e a destra e sinistra le memorie di un passato lontano e i frammenti della vita presente; sono ritratti che vanno sotto il titolo L’altro_nei volti, nei luoghi (2011), sono storie scattate a Palermo e a Milano, storie di migranti dello Zambia o della Costa d’Avorio, della Russia o del Perù o dello Sri Lanka, sono ritratti di persone che vivono nel ricordo delle proprie origini e quel ricordo Chiaramonte ha trovato il modo di rappresentarlo, di farlo percepire con questi trittici densi di impegno civile.
Negli anni fra 1996 e 2003 Chiaramonte compie numerosi viaggi in America Latina, in Messico, a Cuba, a Panama, a Trinidad e Tobago alla ricerca di quelle stesse tracce della civiltà d’Occidente che tanto ha caratterizzato la sua indagine. Anche qui utilizza alcuni segnali fra cui la colonna, il capitello, ma con precisa attenzione anche ai riti religiosi e alla loro importante presenza nella società. La ricerca molto articolata e complessa si conclude con Trinidad e Tobago dove il fotografo si confronta con l’asfalto colante di Pitch Lake che sa comunque organizzare secondo assi precisi mettendo ordine in un magma morbidamente imponente, segno di una natura non ancora organizzata dall’uomo. Eppure anche qui Chiaramonte evoca antiche memorie, le sabbie, le terre fotografate da giovane nella mitica Gela, e scopre anche qui, anzi riscopre la magmatica densità della ricerca materica dell’informale, evidente in diverse foto del periodo giovanile.
Una chiave di lettura importante nell’analisi delle fotografie di Chiaramonte è la sua attenzione alla fotografia nella sua storia: un blocco di fotografie riscoperte di recente e databili agli inizi degli anni Settanta lega Chiaramonte a Henri Cartier-Bresson, il fotografo che vuole cogliere l’attimo decisivo dell’evento, il fotografo come rapitore di immagini. Interessano molto le scelte che Chiaramonte compie nella fase ulteriore. Per lui quindi pesano le immagini di Ansel Adams e la sua lettura lunga, intensa, del paesaggio americano. Sono, per il siciliano, ancora più importanti due altri fotografi americani, uno è Walker Evans con i suoi paesaggi costruiti come architetture e pensati a lungo, sempre ripresi con una camera di grande formato. E credo che anche Dorothea Lange sia stata determinante per Chiaramonte, anche nell’importantissimo periodo della Farm Security Administration. Proprio quei documenti, quei durissimi ritratti della Lange stanno a monte, non sul piano formale ma dell’ideologia, del fotografo come civile testimone, dei trittici degli emigrati incontrati a Palermo e Milano. Vive forse in Chiaramonte la memoria di quelle fotografie di diseredati, contadini divenuti manovalanza che si spostavano nella Dust Bowl, la tazza di polvere negli USA degli anni Trenta. E poi, certo, c’è l’attenzione a New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape, la mostra della George Eastman House di Rochester, curata da William Jenkins nel gennaio del 1975, che confermerà il percorso già iniziato da molti fotografi italiani, a cominciare da Luigi Ghirri e Giovanni Chiaramonte e poi dagli amici di Viaggio in Italia.
Ho ripercorso le tappe principali della ricerca di Chiaramonte che, della cultura fotografica europea è stato per quasi mezzo secolo un protagonista, spaziando dall’insegnamento alla didattica rivolta ai suoi numerosi allievi, dall’edizione di volumi di storia della fotografia a contributi importanti sul cinema, sulla letteratura, sulla didattica. Leggere le sue fotografie senza rendersi conto del suo complesso pensiero appare impossibile e quindi proprio nel filone indicato agli inizi, di meditazione sui testi letterari, sulla dimensione musicale, sulla riflessione filosofica, dovranno puntare le future ricerche. Posso dire che Chiaramonte ha sempre avuto un forte senso dello Stato e grazie alla sua generosità, e adesso a quella dei suoi figli, oltre 700 sue immagini si conservano allo CSAC – Centro Studi e Archivio della Comunicazione, e oltre 200 all’Ape Museo. Ora quindi non resta che riscoprire la filosofia della luce di Plotino, evocata da sant’Agostino, nelle immagini contemplate, densissime, di lunga durata di Giovanni Chiaramonte. Fotografie come preghiere.
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