Celebrazioni per la cattedrale di Cosenza
L’ecfrasi nella Vita Constantini di Eusebio
Pittura murale in San Sebastiano a Pecetto Torinese
Un aer-epitaphios bizantino
Due Orazioni nell’orto di Figino
La Madonna del Castello a Lentini
Manzù disegnatore per l’editoria
El Retablo de la Puridad a València

 30,00

Arte Cristiana n° 932

Pubblicato in settembre/ottobre 2022,
fascicolo numero progressivo: volume CX

322 Giuliano Zanchi Editoriale
326 Laura Franco L’uso dell’ἔκφρασις nella Vita Constantini di Eusebio di Cesarea: l’immagine al servizio dell’ideologia imperiale
334 Bernardo Oderzo Gabrieli Caratteristiche esecutive per cento anni di pittura murale in San Sebastiano a Pecetto Torinese, tra XV e XVI secolo
346 Antonio Milone Un aer-epitaphios bizantino a Caiazzo
354 Mauro Pavesi Due Orazioni nell’orto di Figino ritrovate. Anzi, una e mezza
360 Simone Piazza La Madonna del Castello a Lentini: un’icona-palladio dalla Sicilia federiciana, fra storia, memoria e leggenda
370 Valentina Raimondo Manzù disegnatore per le riviste e l’editoria sacra
382 Lluís Ramon i Ferrer El Retablo de la Puridad del Museu de Belles Arts de València
396 AmeInforma
399 Notiziario

Editoriale

di Giuliano Zanchi

Città bipartita, Cosenza si dispiega in una piana moderna che un nucleo storico dalle ascendenze arcaiche, inerpicato sui colli, fronteggia col suo fascino disadorno. Il Busento, fiume nel quale leggenda vuole che Alarico abbia trovato la morte dopo il sacco di Roma, li separa come un vero confine, dividendo non solo due sezioni urbanistiche succedutesi nel tempo, ma soprattutto due ritmi di vita che convivono nel presente: vitale e animato quello della città nuova, sospeso e appartato quello della città antica. In questa acropoli che la tradizione ha chiamato ‘Atene della Calabria’, sorge la cattedrale dedicata a Santa Maria Assunta, riedificata nel 1222 dopo un disastroso terremoto, che un restauro fine settecentesco ha liberato dalle molte contaminazioni barocche, permettendole di riemergere nel pieno del suo nitore svevo, e riportando alla luce lo splendido sepolcro di Isabella D’Aragona, un capolavoro del gotico francese in terra calabrese.

Grazia Toderi,Il miracolo della peste, 2022, arazzo, Duomo di Cosenza © 8centoCosenza
Grazia Toderi, Il miracolo della peste, 2022, arazzo, Duomo di Cosenza © 8centoCosenza

Per celebrare l’ottavo centenario dell’erezione e della dedicazione della Cattedrale ha preso vita un progetto che ha installato tra le arcate dell’aula sedici arazzi realizzati da altrettanti artisti contemporanei. Sostenuto dalla Regione Calabria, un tale progetto è stato programmato e coordinato dall’Associazione 8centoCosenza aps ed è nato da un’idea della Fondazione Misasi Ereditare la Terra, che ne ha curato gli aspetti organizzativi accompagnando la direzione artistica e quella artigianale, trovando piena sintonia in don Luca Perri, liturgista e parroco del Duomo, nonché sincero appoggio da parte del compianto vescovo della diocesi di Cosenza-Bisignano monsignor Francescantonio Nolè, scomparso nel settembre scorso. Affidata a Giacinto Di Pietrantonio, già direttore della Galleria di Arte Moderna e Contemporanea (GAMEC) di Bergamo, la direzione artistica ha chiamato a questo formidabile impegno artisti di primo piano nel panorama artistico contemporaneo, associando a ognuno di essi un aspetto specifico del ‘progetto iconografico’ elaborato in dialogo con don Luca Perri. Le opere sono di Luigi Presicce, La profezia di Natan al Re Davide; Vedovamazzei, L’annunciazione a Maria; Ugo La Pietra, La costruzione della Cattedrale; Debora Hirsch, La consacrazione del Tempio; Vanessa Beecroft, Gesù che purifica il tempio; Alfredo Pirri, La consacrazione della Cattedrale; Goldschmied & Chiari, Il sacrificio di Melchisedek; Stefano Arienti, L’Ultima Cena; Maurizio Orrico, La consegna della stauroteca; Michele Ciacciofera, Davide che trasporta l’arca dell’alleanza; Mariella Bettineschi, La visita di Maria ad Elisabetta; Giuseppe Stampone, L’Assunzione della Beata vergine Maria; Giuseppe Gallo, La guarigione di Naaman il Siro; Jan Fabre, La guarigione dei lebbrosi; Grazia Toderi, Il miracolo della peste; Michelangelo Pistoletto, La gloria del Paradiso.
Sorprendendo anche le aspettative della diocesi di Cosenza e degli stessi patrocinatori dell’idea, questo progetto, inaugurato in Cattedrale il 4 ottobre scorso, ha subito suscitato grande favore e alimentato buona stampa tra le testate specializzate, sempre attente alle incursioni con cui sempre più spesso esperienze di arte contemporanea animano felici incontri con la vita di Chiesa. Un caso come questo in effetti torna a sollecitare pensieri e questioni che la cultura credente e cristiana non smette di porsi, senza però forse trovare ancora categorie adeguate alla loro elaborazione. Lasciando perciò stare affondi più analitici, che richiederebbero ben altra ampiezza, ci si può limitare in questa sede a un paio di annotazioni utili anche solo a sigillare due elementi di significato e di merito per un progetto che non va confuso con il solito ‘intervento’ di arte contemporanea in uno spazio sacro.
La prima riguarda il fatto che queste opere, di formato 400 x 140 cm steso in verticale fra le campate dell’aula e che fanno ricomparire in una sede privilegiata la tecnica quasi estinta dell’arazzo, compongono un insieme che nei termini dei vecchi dispositivi rituali veniva chiamato ‘apparato effimero’ e che pur non appartenendo agli elementi fissi della scena liturgica, vi si integravano pienamente nei tempora stabilmente previsti dagli ordini rituali. I sedici arazzi pensati e realizzati per questo anniversario, non sono perciò messi temporaneamente ‘in mostra’ nella Cattedrale, ma sono realizzati per essere periodicamente esposti nei tempi predisposti, divenendo così parte integrante dei signa con cui la liturgia effettivamente agisce. Il loro valore ‘significante’ agisce a complemento della loro funzione ‘performativa’. Non è una cosa nuova che dell’arte contemporanea entri nella liturgia all’altezza di questa dignità, ma vedere rinnovata una tale circostanza fa ben sperare per le buone ragioni di un’estetica cristiana.

Vedovamazzei,L'annunciazione a Maria, 2022, arazzo, Duomo di Cosenza © 8centoCosenza
Vedovamazzei, L’annunciazione a Maria, 2022, arazzo, Duomo di Cosenza © 8centoCosenza

La seconda serve a constatare che il lavoro di questi artisti non si limita a quel generico confronto con il ‘sacro’ che rende spesso retorico e salottiero questo genere di operazioni, ma accetta di cimentarsi con l’interpretazione di espliciti temi cristiani, con frutti che possono essere giudicati più o meno riusciti, ma che onorano senza dubbio la sostanza di una prova non aleatoria. In questa disponibilità si realizza uno scambio che gratifica tutti. Un immaginario cristiano riceve da una nuova ricerca artistica visioni che restituiscono smalto ai suoi temi di tradizione, rimessi per via estetica in osmosi con una cultura attuale. Una cultura artistica viene d’altra parte stimolata da una tradizione credente a ritrovare familiarità con un umanesimo spirituale che ormai sembra indispensabile anche alla sopravvivenza delle possibilità creative dell’arte, rimettendola nelle condizioni di ‘parlar bene dell’uomo’, a cui vorrebbe rivolgersi (sono cent’anni che l’arte medita sulla dissoluzione dell’uomo, troppi per tutti). Questa vicendevole frequentazione va benedetta senza riserve e sostenuta in ogni occasione.

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L’uso dell’ἔκφρασις nella Vita Constantini di Eusebio di Cesarea: l’immagine al servizio dell’ideologia imperiale

di Laura Franco

La Vita di Costantino di Eusebio di Cesarea è una delle poche fonti coeve riguardanti la politica religiosa del primo imperatore cristiano e rappresenta un documento prezioso per lo studio della forma originaria di numerosi monumenti costantiniani. L’obiettivo di questo articolo è analizzare un insieme di ἐκφράσεις nel lavoro di Eusebio, in particolare quelle relative alla basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, alla chiesa degli Apostoli a Costantinopoli e alle statue pagane esposte dall’Imperatore nella nuova capitale, al fine di mettere in luce la natura teologica, politica ed encomiastica di questi passaggi. È importante considerare il carattere letterario e retorico delle descrizioni di Eusebio, mirate a celebrare Costantino come patrono della chiesa, per valutare meglio in che misura esse possano essere utilizzate come prove su cui basare ipotesi di ricostruzioni architettoniche.

The Life of Constantine by Eusebius of Caesarea is one of the few coeval sources concerning the religious policy of the first Christian Emperor and it represents an invaluable document for the study of the original shape of a number of Constantinian monuments. The aim of this article is to analyse a set of selected ἐκφράσεις in Eusebius’ work, namely those of the basilica of the Holy Sepulchre in Jerusalem, the church of the Holy Apostles in Constantinople and the pagan statues displayed by the Emperor in the new capital, in order to highlight the theological, political and encomiastic nature of these passages. It is important to consider the literary and rhetorical character of Eusebius’ descriptions, aimed at celebrating Constantine as the patron of the church, in order to better assess to what extent they can be used as evidence on which hypothesis of architectural reconstructions can be based.

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Caratteristiche esecutive per cento anni di pittura murale in San Sebastiano a Pecetto Torinese, tra XV e XVI secolo

di Bernardo Oderzo Gabrieli

L’articolo descrive la tecnica di pittura murale delle campagne decorative che sono ancora visibili nella chiesa di San Sebastiano a Pecetto Torinese. I dipinti risalgono al periodo compreso tra il 1440 e il 1530 e sono attribuiti a una dozzina di diversi maestri, tra cui Guglielmetto Fantini di Chieri, un esempio fulgente del gotico tardivo locale, il misterioso Antonio de Manzaniis, e il pittore rinascimentale comunemente noto come Pseudo Jacobino Longo.
In primo luogo, le caratteristiche tecniche vengono illustrate seguendo la cronologia; successivamente, vengono riassunti i metodi di esecuzione. Con l’evoluzione dello stile, la tecnica della pittura murale è cambiata: l’area di ogni “giornata” è diventata progressivamente più grande; l’uso delle tecniche di trasposizione del disegno si è concentrato sulla costruzione spaziale, e non più solo sulla reiterazione del tessuto a trama; la tecnica dell’affresco è stata limitata, mentre gesso e tempera sono stati utilizzati più frequentemente; la palette è rimasta costante, ma dipendeva principalmente dalla disponibilità del mercato locale (come un tipo specifico di malachite) e dalla ricchezza economica del committente (per l’uso della foglia d’oro o per il numero di personaggi da dipingere); le linee calligrafiche sono scomparse a favore di luci e ombre, studiate direttamente dal disegno sottostante.

The article describes the mural-painting technique of the decorative campaigns that still survive in the church of San Sebastiano in Pecetto Torinese. The paintings date from 1440 to 1530 and are attributed to a dozen different masters such as Guglielmetto Fantini from Chieri, a shining example of the local late Gothic, the mysterious Antonio de Manzaniis, and the Renaissance painter commonly known as Pseudo Jacobino Longo.
In the first instance, the technical features are illustrated following the chronology; subsequently, the methods of execution are summarized. With the evolution of style, the technique of mural painting changed as well: the area of each “giornata” became increasingly larger; the use of techniques of transposition of the drawing was focused on the spatial construction, and no longer only in the reiteration of the woven fabric; the fresco technique was limited, while chalk and tempera were used more frequently; the palette was constant, but depended mainly on the availability of the local market (such as a specific type of malachite) and the economic wealth of the patron (for the use of gold leaf or for the number of characters to be painted); the calligraphic lines disappeared in favor of lights and shadows, studied directly from the underlying drawing.

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Un aer-epitaphios bizantino a Caiazzo

di Antonio Milone

Dal 1863, il Victoria & Albert Museum di Londra ospita l’aer-epitafio (1406/1407) commissionato da Nicola Eudaimonoioannes. Il committente, ambasciatore imperiale al Concilio di Costanza, era un eminente membro di una famiglia originaria di Monemvasia, la cui componente era attiva nel Despotato del Morea nel Peloponneso, un territorio all’epoca nell’orbita economica di Venezia. L’opera fu venduta al museo da Franz Bock (1823-1899), collezionista e studioso tedesco, canonico della cattedrale di Aquisgrana e autore della Geschichte der liturgischen Gewänder des Mittelalters (1859-1871). Da allora, il ricamo, menzionato nei principali contributi sull’arte tessile dell’Impero Orientale e presentato nelle principali esposizioni sull’arte bizantina, è stato sempre attribuito a una città siciliana sfuggente, Calata. Tuttavia, nello studio presente, si dimostra che l’opera, prima del 1628, si trovava a Caiazzo, una città della Terra di Lavoro in Campania, da dove il vescovo Paolo Filomarino (1617-1623) la inviò come dono ai Teatini di Napoli, innescando un significativo dibattito sull’opera, mantenuto vivo tra il XVII e il XVIII secolo, testimonianza di un interesse nascente per l’arte medievale.

Since 1863, the Victoria & Albert Museum in London has housed the aer-epitaphios (1406/1407) commissioned by Nicholas Eudaimonoioannes. The client, imperial ambassador to the Council of Constance, was an eminent member of a family originally from Monemvasia, whose components were active in the Despotate of the Morea in the Peloponnese, a territory then in the economic orbit of Venice. The work was sold to the museum by Franz Bock (1823-1899), a German collector and scholar, canon of the Aachen cathedral and author of Geschichte der liturgischen Gewänder des Mittelalters (1859-1871). Since then, the embroidery, mentioned in the main contributions on textile art in the Eastern Empire and presented in the main exhibitions on Byzantine art, has always been affirmed to come from an elusive Sicilian city, Calata. In the present study, however, it is shown that the work, before 1628, was in Caiazzo, a city of Terra di Lavoro in Campania, from where the bishop Paolo Filomarino (1617-1623) sent it as a gift to the Theatines of Naples, triggering a significant debate on the work, kept alive between the 17th and 18th centuries, evidence of an incipient interest in medieval art.

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Due Orazioni nell’orto di Figino ritrovate. Anzi, una e mezza

di Mauro Pavesi

Nel 1913, il critico d’arte e di musica Theodor Frimmel descrisse l’Agonia nel Giardino, un dipinto di Giovanni Ambrogio Figino, appartenente alla collezione Matswanszky a Vienna. Il dipinto, firmato dall’artista e datato 1577, sembra essere scomparso da allora. Una replica autografa del dipinto è stata recentemente riscoperta in una collezione privata a Milano, in un formato leggermente diverso (mancano però la data e la firma). Il saggio esamina anche un’altra replica del dipinto, questa volta autografa, di cui rimangono solo frammenti intatti, privi della parte superiore del pannello. Lo studio di questo gruppo di opere conduce a una serie di riflessioni sulla carriera precoce di Figino nel suo complesso e tocca il suo misterioso soggiorno alla corte di Urbino. Il saggio esplora ulteriormente la diffusione iconografica del tema dell’Agonia nel Giardino durante gli anni dell’episcopato di Carlo Borromeo. Questo tema è stato affrontato anche da artisti come Antonio e Vincenzo Campi, Giovan Paolo Lomazzo e Simone Peterzano. Si conclude che il tema può essere probabilmente collegato al difficile periodo segnato dalla Peste, che colpì Milano nel 1576-77.

In 1913, art and music critic Theodor Frimmel described the Agony in the Garden, a painting by Giovanni Ambrogio Figino, in the Matswanszky collection in Vienna. The painting, which is signed by the artist and dated 1577, appears to have since disappeared. An autograph replica of the painting has been newly rediscovered in a private collection in Milan, in a slightly different format (without, however, the date and the signature). The essay also examines another replica of the painting, this time an autograph, of which only fragments remain intact, lacking the upper part of the panel. The study of this group of works leads to a series of reflections on Figino’s early career as a whole and touches on his mysterious stay at the court of Urbino. The essay further explores the iconographic diffusion of the theme of the Agony in the Garden during the years of the episcopate of Charles Borromeo. This topic was also addressed by artists such as Antonio and Vincenzo Campi, Giovan Paolo Lomazzo, and Simone Peterzano. It concludes that the theme can likely be linked to the difficult period marked by the Plague, which struck Milan in 1576-77.

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La Madonna del Castello a Lentini: un’icona-palladio dalla Sicilia federiciana, fra storia, memoria e leggenda

di Simona Piazza

La chiesa matrice di Sant’Alfio a Lentini (provincia di Siracusa, Sicilia orientale) conserva un’icona mariana risalente al circa 1240, che è mantenuta in condizioni più che soddisfacenti. Quest’icona è nota come la Madonna del Castello perché originariamente ospitata all’interno della fortezza urbana, a seguito della sua ricostruzione da parte di Re Federico II tra il 1223 e il 1239. L’opera è un grande dipinto su pannello, alto quasi due metri, che raffigura una Madonna a figura intera con il Bambino tra le braccia. L’immagine sacra segue l’iconografia dell’Hodegetria. Le fonti del XVII secolo offrono preziose informazioni sulle origini leggendarie dell’icona, che, secondo la tradizione, fu scoperta sulla spiaggia della costa vicina il 24 giugno 1240. Queste fonti dettagliano anche i vari spostamenti dell’icona nei secoli, il suo culto e un antico restauro effettuato nel 1665. Durante questo restauro, fu riscoperta l’iscrizione “LUCAS AD LEONTINOS” ai piedi della Vergine, suggerendo che l’iscrizione risalga al periodo della creazione del dipinto, contrariamente alle assunzioni precedenti. La Madonna del Castello soddisfa quindi tutti i criteri per essere considerata un palladio, simile alle icone imperiali bizantine: fu finanziata da notabili locali, dipinta dall’Evangelista, arrivò via mare e fu conservata all’interno del bastione militare della città. Nei secoli, il suo potere protettivo ha salvaguardato la comunità locale da guerre e disastri naturali.

The matrice church of Sant’Alfio in Lentini (province of Syracuse, eastern Sicily) preserves a Marian icon dating back to around 1240, which remains in more than satisfactory condition. This icon is known as the Madonna del Castello because it was originally housed within the urban fortress, following its reconstruction by King Frederick II between 1223 and 1239. The artwork is a large panel painting, nearly two meters high, depicting a full-length Virgin with the Child in her arms. The sacred image adheres to the iconography of the Hodegetria. Seventeenth-century sources provide valuable insights into the legendary origins of the icon, which, according to tradition, was discovered on the beach of the nearby coast on June 24, 1240. These sources also detail the various transfers of the icon over the centuries, its cult, and an ancient restoration carried out in 1665. During this restoration, the dedication “LUCAS AD LEONTINOS” was rediscovered at the feet of the Virgin, suggesting that the inscription dates back to the time of the painting’s creation, contrary to previous assumptions. The Madonna del Castello thus fulfills all the criteria to be regarded as a palladium, akin to Byzantine imperial icons: it was financed by local notables, painted by the Evangelist, arrived by sea, and was preserved within the city’s military stronghold. Over the centuries, its protective power has safeguarded the local community from wars and natural disasters.

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Manzù disegnatore per le riviste e l’editoria sacra

di Valentina Raimondo

Tra il 1932 e il 1936, lo scultore Giacomo Manzù realizzò una serie di disegni e illustrazioni che furono pubblicati nella rivista cattolica fiorentina Il Frontespizio, diretta dall’intellettuale Piero Bargellini. I contributi di Manzù come illustratore si estendono a numerose opere grafiche, tra cui quelle per i libri di preghiere Preghiera per la Sposa Cristiana (1935) e Preghiere e letture (1936), nonché per i volumi Architettura (1934) e David (1936) editi da Bargellini. Questo articolo si propone di analizzare queste opere grafiche sia dal punto di vista storico sia stilistico, per delineare l’impegno di Manzù con l’arte sacra durante le prime fasi della sua carriera. Si esplora il significato delle sue scelte iconografiche in questo periodo e si cerca di indagare la relazione tra i suoi disegni e le sue sculture. Confrontando queste due facce del suo lavoro, il saggio mira a fornire una comprensione più chiara dell’evoluzione della pratica artistica di Manzù.

Between 1932 and 1936, the sculptor Giacomo Manzù produced a series of drawings and illustrations that were featured in the Florentine Catholic magazine Il Frontespizio, which was directed by intellectual Piero Bargellini. Manzù’s contributions as an illustrator extended to several graphic works, including those for the prayer books Preghiera per la Sposa Cristiana (1935) and Preghiere e letture (1936), as well as the volumes Architettura (1934) and David (1936) edited by Bargellini. This article aims to analyze these graphic works from both historical and stylistic perspectives to delineate Manzù’s engagement with sacred art during the early stages of his career. It explores the significance of his iconographic choices during this period and seeks to investigate the relationship between his drawings and sculptures. By comparing these two facets of his work, the essay aims to provide a clearer understanding of the evolution of Manzù’s artistic practice.

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El Retablo de la Puridad del Museu de Belles Arts de València

di Lluís Ramon i Ferrer

L’articolo analizza le principali caratteristiche del Paliotto della Puridad, conservato nel Museo delle Belle Arti di Valencia. Inizialmente, viene descritto il contenuto delle iscrizioni presenti sul paliotto. Successivamente, vengono dettagliate le caratteristiche visive fondamentali dell’opera. L’integrazione di questi due aspetti costruisce un messaggio catechetico incentrato sul sacramento dell’Eucaristia e sulla sua profonda connessione con la Vergine Maria, che portò il Figlio di Dio nel suo corpo. Infine, l’articolo confronta ciascuna immagine iconografica del paliotto con sezioni della Vida de Jesucrist di Francesc Eiximenis, un’opera letteraria contemporanea al paliotto. Questo confronto mira a esplorare come gli elementi visivi e testuali riflettano e rafforzino i messaggi tematici e teologici dell’epoca.

The article analyzes the main features of the Altarpiece of La Puridad housed in the Museum of Fine Arts of Valencia. Initially, it describes the content of the inscriptions present on the altarpiece. Subsequently, it details the key visual characteristics of the piece. The integration of these two aspects constructs a catechetical message focusing on the sacrament of the Eucharist and its profound connection with the Virgin Mary, who bore the Son of God within her own body. Finally, the article compares each iconographic image from the altarpiece to sections of Francesc Eiximenis’ Vida de Jesucrist, a literary work contemporary to the altarpiece. This comparison aims to explore how the visual and textual elements reflect and reinforce the thematic and theological messages of the period.

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AmeInforma

Oltre il Museo

di Barbara Mastrocola

Il terremoto del 2016 ha causato un vuoto immenso nell’economia e un senso di smarrimento nella vita quotidiana delle nostre comunità e nei luoghi in cui la nostra vita sociale si svolgeva: la piazza, il teatro, il palazzo comunale e, soprattutto, le chiese, che rimangono per i nostri paesi un centro di socialità oltre che di fede e devozione. Abitando in una zona sismica, siamo abituati a reagire con accettazione, resistenza e tenacia, e abbiamo sempre fatto in modo che la vita continuasse a rifiorire. Il 11 giugno 2022, siamo rinati attraverso la bellezza con la realizzazione del Museo Diocesano, MARec Museo dell’Arte Recuperata, e abbiamo ritrovato la speranza e il tempo per credere nel futuro.

The earthquake of 2016 caused an immense void in the economy and a sense of disorientation in the daily lives of our communities and in the places where our social life took place: the square, the theater, the town hall, and especially the churches, which remain, for our towns, a center of social interaction as well as faith and devotion. Living in a seismic zone, we are accustomed to reacting with acceptance, resilience, and tenacity, and we have always ensured that life continued to blossom. On June 11, 2022, we were reborn through beauty with the creation of the Diocesan Museum, MARec Museum of Recovered Art, and we rediscovered hope and the time to believe in the future.

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Recensioni

Denis Hétier – Éléments d’une théologie fondamentale de la création artistique.
Les écrits théologiques sur l’art chez Karl Rahner (1954-1983)

di Andrea Dall’Asta

Il poderoso volume di Denis Hétier, docente dal 2009 all’Institut Supérieur de Théologie des Arts (ITSA), un’istituzione di secondo ciclo del Theologicum / Faculté de Théologie et de Sciences Religieuses all’Institut Catholique di Parigi, si distingue per la sua rilevanza sotto molteplici aspetti. Con un linguaggio semplice, preciso e puntuale, Hétier esamina una dozzina di testi di Karl Rahner, scritti tra il 1954 e il 1983, dedicati alla riflessione sulla creazione artistica, argomento che non ha ricevuto un’adeguata attenzione né una valorizzazione sufficiente. Il pensiero di Rahner è contestualizzato in modo efficace nel panorama culturale europeo dell’epoca. Hétier confronta continuamente le riflessioni del teologo con quelle di Martin Heidegger, Paul Ricoeur, Yves Bonnefoy, Gaston Bachelard e Maurice Merleau-Ponty, offrendo una panoramica che mette in luce l’originalità e le peculiarità degli interventi di ciascuno. In questo senso, il testo risulta particolarmente ricco di spunti, da meditare e leggere con grande attenzione.

Denis Hétier’s powerful volume, a professor since 2009 at the Institut Supérieur de Théologie des Arts (ITSA), a second-cycle institution of the Theologicum / Faculté de Théologie et de Sciences Religieuses at the Institut Catholique in Paris, stands out for its relevance in multiple respects. Using simple, precise, and timely language, Hétier examines a dozen texts by Karl Rahner, written between 1954 and 1983, dedicated to the reflection on artistic creation—a topic that has not received adequate attention or sufficient appreciation. Rahner’s thought is effectively contextualized within the European cultural landscape of the time. Hétier continually compares the theologian’s reflections with those of Martin Heidegger, Paul Ricoeur, Yves Bonnefoy, Gaston Bachelard, and Maurice Merleau-Ponty, providing an overview that highlights the originality and peculiarities of each thinker’s contributions. In this sense, the text is particularly rich in insights, deserving to be meditated upon and read with great attention.

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