La tincturae injuria du Couronnement d’épines (1501) de Jörg Breu l’Ancien comme première occurrence du tatouage dans l’iconographie chrétienne
di Sarra Mezhoud
La scoperta di una figura tatuata nell’iconografia cristiana apre una nuova linea di indagine sulla storia religiosa del tatuaggio nel Medioevo, un periodo per il quale esistono pochissime fonti su questa pratica. La prima parte di questo saggio esplora come i tatuaggi siano affrontati nelle Scritture cristiane, che tradizionalmente hanno vietato tale pratica nel corso dei secoli. Tuttavia, l’attenzione si concentra su una curiosità artistica: la raffigurazione di una figura tatuata nel pannello del Cristo incoronato di spine dell’altare di Aggsbach (proveniente dal monastero certosino della Bassa Austria), attribuita a Jörg Breu il Vecchio e datata 1501.
Quest’opera viene analizzata nel contesto artistico e stilistico della pittura sacra tedesca tardo-medievale, in particolare per la sua espressività nel rappresentare la violenza e la crudeltà inflitte a Cristo. L’inclusione senza precedenti di un tatuaggio in questo pannello invita a un’analisi iconologica, offrendo inizialmente una chiave interpretativa inconcludente sul significato simbolico del tatuaggio. Il saggio si allontana gradualmente dal testo biblico, che non menziona i tatuaggi, permettendo al lettore di interrogarsi sul rapporto tra arte sacra e rappresentazione del tatuaggio.
Lo studio si chiede infine se l’arte cristiana abbia iniziato ad associare i tatuaggi all’alterità a partire dal XVI secolo. Esplora se Jörg Breu facesse parte di una tradizione di rappresentazione o se questa raffigurazione sia unica. In tal modo, il saggio invita a riflettere se la storia del tatuaggio possa intrecciarsi in modo significativo con la storia dell’arte cristiana, mettendo in discussione le idee preconcette sul ruolo del body art nell’iconografia religiosa.
The discovery of a tattooed figure in Christian iconography opens up a new line of inquiry into the religious history of tattooing in the Middle Ages, a period for which there are very few sources on this practice. The first part of this essay explores how tattoos are addressed in Christian scriptures, which have traditionally forbidden the practice over the centuries. However, the essay focuses on an artistic curiosity: the depiction of a tattooed figure in the Christ Crowned with Thorns panel on the Aggsbach altarpiece (from the Carthusian monastery in Lower Austria), attributed to Jörg Breu the Elder and dated 1501.
This artwork is analyzed within the artistic and stylistic context of late medieval German sacred painting, particularly its expressiveness in depicting the violence and cruelty inflicted on Christ. The unprecedented inclusion of a tattoo in this panel invites an iconological analysis, offering an initially inconclusive key to interpreting the symbolic meaning of the tattoo. The essay also gradually moves away from the biblical text, which does not mention tattoos, allowing the reader to question the relationship between sacred art and the representation of tattoos.
The study ultimately asks whether Christian art associated tattoos with otherness starting from the 16th century. It explores whether Jörg Breu was part of a tradition of representation or if this depiction is unique. In doing so, the essay invites reflection on whether the history of tattooing can intersect meaningfully with the history of Christian art, challenging preconceived notions about the role of body art in religious iconography.
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«Mariae sum, noli me tangere.» A Self-Inscribed Stigma and a ‘Genealogy of Wounded Hearts’ in Early Modern Paintings from the Tomasi di Lampedusa Family Cloister
di Maria Schaller
Questo saggio contribuisce all’analisi del rapporto tra arte sacra e modificazioni corporee, come tatuaggi e scarificazioni, concentrandosi su un ritratto della prima età moderna di Suor Maria Sepellita della Concezione (1625–1692), membro della rinomata famiglia aristocratica siciliana Tomasi di Lampedusa e co-fondatrice del Monastero del SS. Rosario a Palma di Montechiaro. Il ritratto, che raffigura Suor Maria Sepellita con l’abito da suora benedettina, è straordinario perché la mostra mentre incide con un coltello il nome della Vergine Maria sul suo seno sinistro.
Questo atto di auto-iscrizione sfida le nozioni tradizionali di segni divini sul corpo e sul cuore femminili in due modi chiave. Le mistiche come Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (1566–1607) sono generalmente ritratte mentre ricevono passivamente le stimmate come dono divino. Al contrario, Suor Maria Sepellita incide attivamente il nome della Vergine, in una rappresentazione che si discosta notevolmente dall’iconografia abituale. Il ritratto trae ispirazione dalle rappresentazioni dell’auto-stigmatizzazione di Enrico Suso (1295–1366), frate domenicano tedesco. Tuttavia, a differenza di Suso, che incise il Christogramma IHS sul petto, Suor Maria Sepellita incide il nome della sua figura di riferimento femminile, la Madre di Dio.
L’iscrizione “MARIA(E)” è ulteriormente completata dalle parole “SUM, NOLI ME TANGERE” scritte su un rotolo nella sua mano sinistra, aggiungendo significati legati sia a concetti religiosi che secolari di appartenenza e possesso. Seguendo l’auto-percezione della famiglia Tomasi di Lampedusa, si dice che l’atto iniziale di auto-stigmatizzazione di Suor Maria Sepellita abbia causato una serie di stimmate divine, che si manifestarono come tratti biologici sui corpi delle sue discendenti femminili, come dimostrato da un albero genealogico dipinto del XVIII secolo.
Questo affascinante ritratto presenta così una singolare intersezione tra devozione religiosa, agenzia femminile e trasmissione ereditaria di segni sacri, offrendo nuovi spunti sulle dimensioni simboliche e corporee dell’arte sacra e sul suo legame con l’identità personale e familiare.
This paper contributes to the analysis of the relationship between sacred art and body modifications, such as tattoos and scarifications, by focusing on an early modern portrait of Suor Maria Sepellita della Concezione (1625–1692), a member of the renowned Sicilian aristocratic family Tomasi di Lampedusa and co-founder of the Monastery of the Holy Rosary (Monastero del SS. Rosario) in Palma di Montechiaro. The portrait, depicting Suor Maria Sepellita in the habit of a Benedictine nun, is extraordinary in that it shows her knife-carving the name of the Virgin Mary into her left breast.
This act of self-inscription challenges traditional notions of divine markings on the female body and heart in two key ways. Mystics like Saint Mary Magdalene de’ Pazzi (1566–1607) are typically portrayed as receiving stigmata passively, as a divine gift. In contrast, Suor Maria Sepellita actively carves the name of the Virgin, a striking departure from the usual imagery. The portrait draws inspiration from depictions of the self-stigmatization of Henry Suso (1295–1366), a German Dominican friar. However, unlike Suso, who inscribed the IHS-Christogram on his chest, Suor Maria Sepellita engraves the name of her female role model, the Mother of God.
The inscription “MARIA(E)” is further complemented by the words “SUM, NOLI ME TANGERE” written on a scroll in her left hand, adding layers of meaning related to both religious and secular ideas of belonging and ownership. Following the self-conception of the Tomasi di Lampedusa family, the initial act of self-stigmatization by Suor Maria Sepellita is said to have caused a series of divine stigmata that manifested as biological features on the bodies of her female descendants, as evidenced by an 18th-century painted family tree.
This fascinating portrait thus presents a unique intersection of religious devotion, female agency, and the hereditary transmission of sacred markings, offering new insights into the symbolic and bodily dimensions of sacred art and its connection to personal and familial identity.
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Mi Vida Loca. Religione e identità nel tatuaggio e nell’arte cholo
di Francesco Spampinato
Nel XVII secolo, il termine cholo era originariamente utilizzato dai conquistadores spagnoli per riferirsi ai mestizos, individui di discendenza mista, indigena ed europea. Tuttavia, negli anni ’60, fu adottato dai giovani Chicanos — residenti statunitensi di origine messicana — per descrivere uno stile di vita strettamente legato alla criminalità di strada e alla cultura delle gang. La sottocultura cholo si distingue per una propria identità visiva unica, che include tatuaggi e altre forme di espressione artistica vernacolare. Questa iconografia mescola simboli religiosi cattolici con elementi della vida loca (vita folle), un termine usato per descrivere lo stile di vita pericoloso e caotico dei membri delle gang, includendo immagini di volti clowneschi, cani Pitbull e armi da fuoco.
I motivi cristiani più ricorrenti nei tatuaggi cholo includono la Vergine di Guadalupe — un emblema di devozione e simbolo di unità per i popoli di lingua spagnola negli Stati Uniti — oltre a rappresentazioni della passione di Cristo, croci, ex-voto e mani giunte in preghiera. Un caso distintivo è quello di Santa Muerte, una divinità messicana precolombiana raffigurata come uno scheletro vestito con l’abito di un santo cattolico. Il suo culto ha recentemente conosciuto una rinascita, fondendo antiche tradizioni con una devozione moderna.
Utilizzando strumenti della critica d’arte e degli studi culturali e post-coloniali, questo articolo esamina il simbolismo cristiano nei tatuaggi cholo e ne esplora il ruolo come strumenti di identificazione, appartenenza e resistenza alla cultura dominante americana. Lo studio fa anche riferimento al lavoro di artisti come Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant e Tamara Santibañez, i quali hanno esplorato e rappresentato questa sottocultura attraverso la loro pratica artistica. Il tatuaggio cholo diventa una forma complessa di autoespressione, fondendo iconografia spirituale con i segni distintivi dello stile di vita cholo, riflettendo sia l’identità personale che quella culturale.
In the 17th century, the term cholo was originally used by Spanish conquistadors to refer to mestizos, individuals of mixed indigenous and European descent. However, in the 1960s, it was adopted by young Chicanos—U.S. residents of Mexican descent—to describe a lifestyle closely associated with street crime and gang culture. The cholo subculture is distinguished by a unique visual identity, which prominently features tattoos and other vernacular forms of artistic expression. This iconography blends Catholic religious symbols with elements of the vida loca (crazy life), a term used to describe the dangerous and chaotic lifestyle of gang members, including imagery of clown faces, Pitbull dogs, and firearms.
The most recurrent Christian motifs in cholo tattoos include the Virgin of Guadalupe—an emblem of devotion and a symbol of unity for Spanish-speaking peoples in the United States—as well as representations of the passion of Christ, crosses, votive offerings, and hands clasped in prayer. One distinctive case is that of Santa Muerte, a pre-Columbian Mexican deity who has a skeletal figure and is dressed in the attire of a Catholic saint. Her cult has recently experienced a revival, blending ancient traditions with modern devotion.
Using tools from art criticism as well as cultural and post-colonial studies, this article examines the Christian symbolism in cholo tattoos and explores their role as instruments of identification, belonging, and resistance to dominant American culture. The study also references the work of artists such as Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant, and Tamara Santibañez, who have engaged with and portrayed this subculture through their artistic practice. The cholo tattoo becomes a complex form of self-expression, merging spiritual iconography with markers of the cholo lifestyle, reflecting both personal and cultural identity.
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Il sacro sulla pelle. Tatuaggi religiosi in Sicilia: le forme e i contesti
di Sergio Todesco
Nel XVII secolo, il termine cholo era originariamente utilizzato dai conquistadores spagnoli per riferirsi ai mestizos, individui di discendenza mista, indigena ed europea. Tuttavia, negli anni ’60, fu adottato dai giovani Chicanos — residenti statunitensi di origine messicana — per descrivere uno stile di vita strettamente legato alla criminalità di strada e alla cultura delle gang. La sottocultura cholo si distingue per una propria identità visiva unica, che include tatuaggi e altre forme di espressione artistica vernacolare. Questa iconografia mescola simboli religiosi cattolici con elementi della vida loca (vita folle), un termine usato per descrivere lo stile di vita pericoloso e caotico dei membri delle gang, includendo immagini di volti clowneschi, cani Pitbull e armi da fuoco.
I motivi cristiani più ricorrenti nei tatuaggi cholo includono la Vergine di Guadalupe — un emblema di devozione e simbolo di unità per i popoli di lingua spagnola negli Stati Uniti — oltre a rappresentazioni della passione di Cristo, croci, ex-voto e mani giunte in preghiera. Un caso distintivo è quello di Santa Muerte, una divinità messicana precolombiana raffigurata come uno scheletro vestito con l’abito di un santo cattolico. Il suo culto ha recentemente conosciuto una rinascita, fondendo antiche tradizioni con una devozione moderna.
Utilizzando strumenti della critica d’arte e degli studi culturali e post-coloniali, questo articolo esamina il simbolismo cristiano nei tatuaggi cholo e ne esplora il ruolo come strumenti di identificazione, appartenenza e resistenza alla cultura dominante americana. Lo studio fa anche riferimento al lavoro di artisti come Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant e Tamara Santibañez, i quali hanno esplorato e rappresentato questa sottocultura attraverso la loro pratica artistica. Il tatuaggio cholo diventa una forma complessa di autoespressione, fondendo iconografia spirituale con i segni distintivi dello stile di vita cholo, riflettendo sia l’identità personale che quella culturale.
In the 17th century, the term cholo was originally used by Spanish conquistadors to refer to mestizos, individuals of mixed indigenous and European descent. However, in the 1960s, it was adopted by young Chicanos—U.S. residents of Mexican descent—to describe a lifestyle closely associated with street crime and gang culture. The cholo subculture is distinguished by a unique visual identity, which prominently features tattoos and other vernacular forms of artistic expression. This iconography blends Catholic religious symbols with elements of the vida loca (crazy life), a term used to describe the dangerous and chaotic lifestyle of gang members, including imagery of clown faces, Pitbull dogs, and firearms.
The most recurrent Christian motifs in cholo tattoos include the Virgin of Guadalupe—an emblem of devotion and a symbol of unity for Spanish-speaking peoples in the United States—as well as representations of the passion of Christ, crosses, votive offerings, and hands clasped in prayer. One distinctive case is that of Santa Muerte, a pre-Columbian Mexican deity who has a skeletal figure and is dressed in the attire of a Catholic saint. Her cult has recently experienced a revival, blending ancient traditions with modern devotion.
Using tools from art criticism as well as cultural and post-colonial studies, this article examines the Christian symbolism in cholo tattoos and explores their role as instruments of identification, belonging, and resistance to dominant American culture. The study also references the work of artists such as Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant, and Tamara Santibañez, who have engaged with and portrayed this subculture through their artistic practice. The cholo tattoo becomes a complex form of self-expression, merging spiritual iconography with markers of the cholo lifestyle, reflecting both personal and cultural identity.
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Power and Strength: The Tattoo of the Cross in the Middle East
di Atoosa Youkhana
Per molti cristiani che risiedono in nazioni a maggioranza musulmana, i tatuaggi rappresentano un legame vitale per mantenere una connessione personale e duratura con le proprie credenze religiose. Negli ultimi anni, i cristiani in queste regioni hanno subito gravi persecuzioni per la loro fede, spesso affrontando punizioni severe per aver predicato apertamente la parola di Dio. Queste punizioni spaziano dall’imprigionamento alla condanna a morte nei casi più estremi. La paura di essere scoperti costringe molti cristiani a praticare il culto in privato, limitando la loro capacità di esprimere liberamente la propria fede. In risposta, alcuni hanno scelto di tatuarsi iconografie religiose—più comunemente l’immagine della croce—sul proprio corpo, come un modo per riaffermare il controllo sulla propria identità e portare con sé la fede nella vita quotidiana.
Questo saggio si concentra in particolare sui cristiani copti in Egitto, che hanno una lunga tradizione di tatuare la croce sui polsi come simbolo della loro fede e identità. Esplora inoltre il fenomeno in altre nazioni a maggioranza musulmana, dove le minoranze cristiane utilizzano i tatuaggi per mantenere e preservare la propria identità religiosa nonostante le sfide e le persecuzioni affrontate. Attraverso questa pratica, i cristiani creano un segno permanente e personale della loro fede, permettendo loro di esprimere la propria devozione in modo sottile ma potente, anche di fronte alle avversità. Il saggio esamina come questi tatuaggi funzionino sia come forma di resistenza che come mezzo di perseveranza spirituale in ambienti oppressivi.
For many Christians residing in predominantly Muslim nations, tattoos serve as a vital lifeline for maintaining a personal and enduring connection with their religious beliefs. In recent years, Christians in these regions have faced severe persecution for their faith, often enduring harsh punishments for openly preaching the word of God. These punishments range from imprisonment to, in extreme cases, death sentences. Fear of exposure forces many Christians to worship in private, limiting their ability to express their faith freely. In response, some have turned to tattooing religious iconography—most commonly the image of the cross—onto their bodies as a way of reclaiming control over their identities and carrying their faith with them in their daily lives.
This paper focuses particularly on Coptic Christians in Egypt, who have a long-standing tradition of tattooing the cross on their wrists as a symbol of their faith and identity. It also explores the broader phenomenon in other Muslim-majority countries, where Christian minorities use tattoos to maintain and preserve their religious identity despite the challenges and persecution they face. Through this practice, Christians create a permanent, personal mark of their faith, allowing them to express their devotion in a subtle yet powerful way, even in the face of adversity. The paper examines how these tattoos function as both a form of resistance and a means of spiritual perseverance in oppressive environments.
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