Tatuaggio e arte sacra

 30,00

Arte Cristiana n° 923

Pubblicato in marzo/aprile 2021,
fascicolo numero progressivo: volume CIX

82 Silvano Petrosino, Giuliano Zanchi Editoriale
84 Saverio Carillo Nola, promessa di Paradiso. Design e memorie della città a fior di pelle
96 Angelo Cucco Sacro inchiostro. Tatuaggi sacri in Sicilia tra feste e devozione
104 Diego Mantoan La Parola di Dio iscritta sulla pelle nella prassi artistica post concettuale di Douglas Gordon
114 Sarra Mezhoud La tincturae injuria du Couronnement d’épines (1501) de Jörg Breu l’Ancien comme première occurrence du tatouage dans l’iconographie chrétienne
124 Maria Schaller «Mariae sum, noli me tangere.» A Self-Inscribed Stigma and a ‘Genealogy of Wounded Hearts’ in Early Modern Paintings from the Tomasi di Lampedusa Family Cloister
136 Francesco Spampinato Mi Vida Loca. Religione e identità nel tatuaggio e nell’arte cholo
146 Sergio Todesco Il sacro sulla pelle. Tatuaggi religiosi in Sicilia: le forme e i contesti
158 Atoosa Youkhana Power and Strength: The Tattoo of the Cross in the Middle East

Editoriale

di Silvano Petrosino, Giuliano Zanchi

L’iniziativa di lanciare una call for papers per Arte Cristiana su un tema apparentemente eccentrico come il tatuaggio, oltre a sembrare incongrua per una rivista tradizionalmente dedicata allo studio scientifico della cultura artistica e della sua storia, poteva inizialmente prefigurare aspettative che non andassero oltre un resoconto di costume, volto a nobilitare il fenomeno pop del presente con connessioni, a volte enfatiche, a lontane prassi arcaiche e ai loro significati antropologici. Tuttavia, la ricca risposta a questa chiamata ha sorpreso per il suo interesse accademico, andando ben oltre tali previsioni e giustificando un’incursione in un territorio estetico considerato marginale e difficilmente codificabile.

 

Gregory Halpern, da Let the Sun Beheaded Be (Aperture, 2020) © Gregory Halpern
Gregory Halpern, da Let the Sun Beheaded Be (Aperture, 2020)
© Gregory Halpern

 

Pur non mancando riferimenti alla contemporaneità del tatuaggio, che riaffiora in contesti come le connessioni tra etica della criminalità e immaginario sacro o nelle opere di artisti che letteralmente fanno esegesi sulla propria pelle, gli studi presentati in questo numero aprono sentieri verso un passato non meramente arcaico, ma strettamente legato alla storia cristiana e alla pittura sacra. Toccano fenomeni della devozione popolare e persino implicazioni con la vita mistica del cattolicesimo moderno, quel mondo variegato di santi e contemplativi di cui Michel de Certeau ha decifrato le strategie somatiche, immaginifiche e retoriche, rendendo il panorama religioso del XVI e XVII secolo unico nel suo genere.
Il tatuaggio, spesso associato al kitsch contemporaneo, si rivela sorprendentemente un filo conduttore che permette di attraversare regioni note, offrendo prospettive diverse e visuali tradizionalmente ignorate. Questo percorso ci aiuta a ricostruire un fenomeno che, dalle ombre del rapporto arcaico tra l’essere umano e il proprio corpo signatus, come suggerito da Hans Belting, porta alla straordinaria diffusione del tatuaggio nell’epoca della smaterializzazione digitale. In questo processo, non vi è solo vuoto o occasionali regressioni neotribali, ma continuità che hanno toccato, in modo significativo, anche il fatto cristiano e la storia delle sue forme.
Indagare queste connessioni non rappresenta un semplice esercizio accademico su fenomeni di margine, ma un riconoscimento dell’importanza del corpo come luogo di resistenza alle rappresentazioni. Come suggeriva Paul Valéry: «ciò che vi è di più profondo nell’uomo è la pelle».

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Nola, promessa di Paradiso. Design e memorie della città a fior di pelle

di Saverio Carillo

La Festa dei Gigli di Nola è uno degli eventi religiosi più emblematici ed esuberanti del Sud Italia. La sua natura immersiva e il profondo coinvolgimento popolare hanno portato al suo riconoscimento da parte dell’UNESCO come parte del patrimonio culturale immateriale, insieme ad altre tre festività simili. Il Giglio è una grande struttura in legno, assemblata e smontata ogni anno nel mese di giugno, e poi trasportata sulle spalle da un gruppo di portatori attraverso le strade del centro storico di Nola. La festa si celebra in onore di San Paolino, vescovo del V secolo, che, secondo il racconto di Papa Gregorio Magno, riuscì a liberare i membri della sua diocesi che erano stati ridotti in schiavitù in Africa da Alarico e dai suoi Vandali durante le persecuzioni barbariche. Come segno di gratitudine, i cittadini di Nola accolsero il vescovo al suo ritorno rendendogli omaggio con gigli profumati. Questo atto di devozione viene ripetuto ogni anno dalla comunità in memoria del loro santo patrono.
Il saggio analizza la diffidenza della Chiesa italiana nei confronti dell’arte moderna nel XX secolo e discute l’avversione della comunità scientifica nei confronti della pratica dei tatuaggi, soprattutto nella prima metà del secolo. Inoltre, commenta la devianza percepita associata a comportamenti sociali come il tatuaggio, considerato all’epoca quasi esclusivo dei detenuti, e come ciò si colleghi all’ “esuberanza” eccessiva degli stati emotivi suscitati dalla Festa dei Gigli. Queste riflessioni sono esaminate nel contesto più ampio del processo di secolarizzazione avvenuto in Italia nella seconda metà del XX secolo.

The Festa dei Gigli in Nola is one of the most emblematic and exuberant religious events in Southern Italy. Its immersive nature and deep popular engagement led to its recognition by UNESCO as part of the intangible cultural heritage, alongside three other similar festivals. The Giglio (Lily) is a large wooden structure that is assembled and dismantled annually in June, and then carried on the shoulders of a group of bearers through the streets of Nola’s old town. The festival is celebrated in honor of St. Paolino, a 5th-century bishop who, according to the account by Pope Gregory the Great, managed to free members of his Diocese who had been enslaved in Africa by Alaric and his Vandals during barbaric persecutions. As a token of gratitude, the citizens of Nola greeted the returning bishop by paying tribute to him with fragrant lilies. This act of homage is repeated annually by the community in memory of their patron saint.
The paper analyzes the Italian Church’s 20th-century distrust toward modern art and discusses the scientific community’s strong aversion to the practice of tattoos, especially during the first half of the century. It also comments on the perceived deviance associated with social behaviors like tattooing, which was considered almost exclusive to prisoners at the time, and how this connects to the “excessive” exuberance of emotional states stirred by the Festa dei Gigli. These reflections are examined within the broader context of the secularization process that took place in Italy during the second half of the 20th century.

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Sacro inchiostro. Tatuaggi sacri in Sicilia tra feste e devozione

di Angelo Cucco

Il tatuaggio è un segno polisemico utilizzato per imprimere l’eternità sulla pelle. I tatuaggi sacri attingono all’antica arte del tatuaggio, spesso rielaborandola inconsciamente e arricchendola di nuovi significati legati a questioni sacre contemporanee. Nonostante l’accettazione più ampia, i tatuaggi continuano a portare una reputazione negativa in Sicilia. Questa percezione risale agli etnologi del XIX secolo come Pitré, Lombroso e Berté, che descrivevano i tatuaggi come un marchio di detenuti, criminali e marinai.
Un esempio di tatuaggio sacro in Italia è la marca lauretana, nata a Loreto. Questi tatuaggi servivano a certificare i pellegrinaggi e a ricordare alle persone di evitare il peccato. In Sicilia, i tatuaggi sacri mantengono in parte questa funzione morale, incarnando al contempo un forte senso di identità personale e collettiva. Molti descrivono i loro tatuaggi come ex-voto o voti, ma sottolineano anche l’importanza del riconoscimento sociale. Il tatuaggio deve essere esteticamente piacevole per chi lo indossa e significativo per chi lo osserva.
I tatuaggi sacri in Sicilia dichiarano l’appartenenza a gruppi specifici (come a Palazzolo Acreide), facilitano il dialogo con il divino, commemorano eventi personali o offrono protezione. Questa breve esplorazione, arricchita da testimonianze di tatuatori e persone tatuate, rivela i profondi legami identitari associati alle feste sacre e ai santi patroni, evidenziando anche i modi diversi in cui le persone percepiscono la bellezza e il simbolismo nei tatuaggi.
Esaminando i complessi processi di pensiero che guidano la scelta dei disegni dei tatuaggi, possiamo comprendere meglio la giustapposizione di santi, teschi, fiori, rondini e loghi calcistici. Piuttosto che collezioni casuali, queste sono espressioni delle molteplici identità che i tatuaggi rappresentano.

The tattoo is a polysemic sign used to imprint eternity on the skin. Sacred tattoos draw from the ancient art of tattooing, often unconsciously reworking and imbuing them with new meanings connected to contemporary sacred issues. Despite gaining wider acceptance, tattoos still carry a negative reputation in Sicily. This perception can be traced back to 19th-century ethnologists such as Pitré, Lombroso, and Berté, who described tattoos as the domain of convicts, criminals, and sailors.
An example of sacred tattooing in Italy is the marca lauretana, which originated in Loreto. These tattoos were used to certify pilgrimages and serve as reminders for people to avoid sin. In Sicily, sacred tattoos retain some of this moral function, while also embodying a strong sense of personal and collective identity. Many individuals describe their tattoos as ex-voto or vows, but also emphasize the importance of social recognition. The tattoo must be both aesthetically pleasing to the wearer and meaningful to observers.
Sacred tattoos in Sicily declare inclusion in specific groups (such as in Palazzolo Acreide), facilitate dialogue with the divine, commemorate personal events, or offer protection. This brief exploration, featuring insights from tattoo artists and those who are tattooed, uncovers the deep identity connections tied to sacred festivals and patron saints, while also showcasing the diverse ways people perceive beauty and symbolism in tattoos.
By examining the complex thought processes behind the choice of tattoo designs, we can better understand the juxtaposition of saints, skulls, flowers, swallows, and soccer logos. Rather than random collections, these are expressions of the multiple identities that tattoos represent.

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La Parola di Dio iscritta sulla pelle nella prassi artistica post concettuale di Douglas Gordon

di Diego Mantoan

Il saggio analizza come i tatuaggi, sebbene solo recentemente riconosciuti come un mezzo distinto nell’arte contemporanea, siano emersi come un importante veicolo di espressione religiosa, in particolare all’interno del cristianesimo. Una figura chiave in questo sviluppo è l’artista scozzese Douglas Gordon, una delle personalità di spicco del panorama artistico odierno, che ha esplorato fin dall’inizio della sua carriera il rapporto con la Parola di Dio. I tatuaggi di Gordon sono principalmente testuali, utilizzando il corpo come una tela su cui inscrivere parole che trattano temi come la penitenza, la fede, il possesso e la salvezza.
Nell’arte di Gordon, i tatuaggi servono come potente mezzo per ristabilire una dimensione sacra al corpo umano, permettendo l’espressione di dogmi e verità mistiche, specialmente nel contesto delle divisioni cristiane. Il suo background religioso personale, insieme alle storiche fratture tra le denominazioni cristiane nella sua terra natale, alimentano una profonda riflessione su temi come il peccato e la colpa. Questo è evidente in opere come Tattoo (for reflection) (1997), dove la parola “guilty” è tatuata al contrario sulla spalla, rimanendo invisibile a chi la indossa ma simbolicamente presente, un’allusione al concetto calvinista di predestinazione, visto come un marchio indelebile.
Attraverso tali opere, Gordon reintroduce temi cristiani nella scena dell’arte contemporanea, trasformando i tatuaggi in un ponte tra l’estetica moderna e l’arte religiosa, offrendo un nuovo mezzo per la riflessione e l’espressione spirituale.

The paper analyzes how tattoos, although only recently gaining recognition as a distinct medium in contemporary art, have emerged as an important vehicle for religious expression, particularly within Christianity. A key figure in this development is Scottish artist Douglas Gordon, a prominent figure in today’s art world, who has explored the relationship with the Word of God from the beginning of his career. Gordon’s tattoos are primarily textual, using the body as a canvas for inscribing words that explore themes such as penance, faith, possession, and salvation.
In Gordon’s art, tattoos serve as a potent medium to restore a sacred dimension to the human body, allowing for the expression of dogmas and mystical truths, particularly in the context of Christian divisions. His personal religious background, along with the historical splits between Christian denominations in his homeland, drive a profound reflection on themes of sin and guilt. This is evident in works such as Tattoo (for reflection) (1997), where the word “guilty” is tattooed backwards on the shoulder, remaining invisible to the wearer but symbolically present—an allusion to the Calvinist concept of predestination, seen as an indelible mark.
Through such works, Gordon reintroduces Christian themes into the contemporary art scene, transforming tattoos into a bridge between modern aesthetics and religious art, and offering a new medium for spiritual reflection and expression.

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La tincturae injuria du Couronnement d’épines (1501) de Jörg Breu l’Ancien comme première occurrence du tatouage dans l’iconographie chrétienne

di Sarra Mezhoud

La scoperta di una figura tatuata nell’iconografia cristiana apre una nuova linea di indagine sulla storia religiosa del tatuaggio nel Medioevo, un periodo per il quale esistono pochissime fonti su questa pratica. La prima parte di questo saggio esplora come i tatuaggi siano affrontati nelle Scritture cristiane, che tradizionalmente hanno vietato tale pratica nel corso dei secoli. Tuttavia, l’attenzione si concentra su una curiosità artistica: la raffigurazione di una figura tatuata nel pannello del Cristo incoronato di spine dell’altare di Aggsbach (proveniente dal monastero certosino della Bassa Austria), attribuita a Jörg Breu il Vecchio e datata 1501.
Quest’opera viene analizzata nel contesto artistico e stilistico della pittura sacra tedesca tardo-medievale, in particolare per la sua espressività nel rappresentare la violenza e la crudeltà inflitte a Cristo. L’inclusione senza precedenti di un tatuaggio in questo pannello invita a un’analisi iconologica, offrendo inizialmente una chiave interpretativa inconcludente sul significato simbolico del tatuaggio. Il saggio si allontana gradualmente dal testo biblico, che non menziona i tatuaggi, permettendo al lettore di interrogarsi sul rapporto tra arte sacra e rappresentazione del tatuaggio.
Lo studio si chiede infine se l’arte cristiana abbia iniziato ad associare i tatuaggi all’alterità a partire dal XVI secolo. Esplora se Jörg Breu facesse parte di una tradizione di rappresentazione o se questa raffigurazione sia unica. In tal modo, il saggio invita a riflettere se la storia del tatuaggio possa intrecciarsi in modo significativo con la storia dell’arte cristiana, mettendo in discussione le idee preconcette sul ruolo del body art nell’iconografia religiosa.

The discovery of a tattooed figure in Christian iconography opens up a new line of inquiry into the religious history of tattooing in the Middle Ages, a period for which there are very few sources on this practice. The first part of this essay explores how tattoos are addressed in Christian scriptures, which have traditionally forbidden the practice over the centuries. However, the essay focuses on an artistic curiosity: the depiction of a tattooed figure in the Christ Crowned with Thorns panel on the Aggsbach altarpiece (from the Carthusian monastery in Lower Austria), attributed to Jörg Breu the Elder and dated 1501.
This artwork is analyzed within the artistic and stylistic context of late medieval German sacred painting, particularly its expressiveness in depicting the violence and cruelty inflicted on Christ. The unprecedented inclusion of a tattoo in this panel invites an iconological analysis, offering an initially inconclusive key to interpreting the symbolic meaning of the tattoo. The essay also gradually moves away from the biblical text, which does not mention tattoos, allowing the reader to question the relationship between sacred art and the representation of tattoos.
The study ultimately asks whether Christian art associated tattoos with otherness starting from the 16th century. It explores whether Jörg Breu was part of a tradition of representation or if this depiction is unique. In doing so, the essay invites reflection on whether the history of tattooing can intersect meaningfully with the history of Christian art, challenging preconceived notions about the role of body art in religious iconography.

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«Mariae sum, noli me tangere.» A Self-Inscribed Stigma and a ‘Genealogy of Wounded Hearts’ in Early Modern Paintings from the Tomasi di Lampedusa Family Cloister

di Maria Schaller

Questo saggio contribuisce all’analisi del rapporto tra arte sacra e modificazioni corporee, come tatuaggi e scarificazioni, concentrandosi su un ritratto della prima età moderna di Suor Maria Sepellita della Concezione (1625–1692), membro della rinomata famiglia aristocratica siciliana Tomasi di Lampedusa e co-fondatrice del Monastero del SS. Rosario a Palma di Montechiaro. Il ritratto, che raffigura Suor Maria Sepellita con l’abito da suora benedettina, è straordinario perché la mostra mentre incide con un coltello il nome della Vergine Maria sul suo seno sinistro.
Questo atto di auto-iscrizione sfida le nozioni tradizionali di segni divini sul corpo e sul cuore femminili in due modi chiave. Le mistiche come Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (1566–1607) sono generalmente ritratte mentre ricevono passivamente le stimmate come dono divino. Al contrario, Suor Maria Sepellita incide attivamente il nome della Vergine, in una rappresentazione che si discosta notevolmente dall’iconografia abituale. Il ritratto trae ispirazione dalle rappresentazioni dell’auto-stigmatizzazione di Enrico Suso (1295–1366), frate domenicano tedesco. Tuttavia, a differenza di Suso, che incise il Christogramma IHS sul petto, Suor Maria Sepellita incide il nome della sua figura di riferimento femminile, la Madre di Dio.
L’iscrizione “MARIA(E)” è ulteriormente completata dalle parole “SUM, NOLI ME TANGERE” scritte su un rotolo nella sua mano sinistra, aggiungendo significati legati sia a concetti religiosi che secolari di appartenenza e possesso. Seguendo l’auto-percezione della famiglia Tomasi di Lampedusa, si dice che l’atto iniziale di auto-stigmatizzazione di Suor Maria Sepellita abbia causato una serie di stimmate divine, che si manifestarono come tratti biologici sui corpi delle sue discendenti femminili, come dimostrato da un albero genealogico dipinto del XVIII secolo.
Questo affascinante ritratto presenta così una singolare intersezione tra devozione religiosa, agenzia femminile e trasmissione ereditaria di segni sacri, offrendo nuovi spunti sulle dimensioni simboliche e corporee dell’arte sacra e sul suo legame con l’identità personale e familiare.

This paper contributes to the analysis of the relationship between sacred art and body modifications, such as tattoos and scarifications, by focusing on an early modern portrait of Suor Maria Sepellita della Concezione (1625–1692), a member of the renowned Sicilian aristocratic family Tomasi di Lampedusa and co-founder of the Monastery of the Holy Rosary (Monastero del SS. Rosario) in Palma di Montechiaro. The portrait, depicting Suor Maria Sepellita in the habit of a Benedictine nun, is extraordinary in that it shows her knife-carving the name of the Virgin Mary into her left breast.
This act of self-inscription challenges traditional notions of divine markings on the female body and heart in two key ways. Mystics like Saint Mary Magdalene de’ Pazzi (1566–1607) are typically portrayed as receiving stigmata passively, as a divine gift. In contrast, Suor Maria Sepellita actively carves the name of the Virgin, a striking departure from the usual imagery. The portrait draws inspiration from depictions of the self-stigmatization of Henry Suso (1295–1366), a German Dominican friar. However, unlike Suso, who inscribed the IHS-Christogram on his chest, Suor Maria Sepellita engraves the name of her female role model, the Mother of God.
The inscription “MARIA(E)” is further complemented by the words “SUM, NOLI ME TANGERE” written on a scroll in her left hand, adding layers of meaning related to both religious and secular ideas of belonging and ownership. Following the self-conception of the Tomasi di Lampedusa family, the initial act of self-stigmatization by Suor Maria Sepellita is said to have caused a series of divine stigmata that manifested as biological features on the bodies of her female descendants, as evidenced by an 18th-century painted family tree.
This fascinating portrait thus presents a unique intersection of religious devotion, female agency, and the hereditary transmission of sacred markings, offering new insights into the symbolic and bodily dimensions of sacred art and its connection to personal and familial identity.

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Mi Vida Loca. Religione e identità nel tatuaggio e nell’arte cholo

di Francesco Spampinato

Nel XVII secolo, il termine cholo era originariamente utilizzato dai conquistadores spagnoli per riferirsi ai mestizos, individui di discendenza mista, indigena ed europea. Tuttavia, negli anni ’60, fu adottato dai giovani Chicanos — residenti statunitensi di origine messicana — per descrivere uno stile di vita strettamente legato alla criminalità di strada e alla cultura delle gang. La sottocultura cholo si distingue per una propria identità visiva unica, che include tatuaggi e altre forme di espressione artistica vernacolare. Questa iconografia mescola simboli religiosi cattolici con elementi della vida loca (vita folle), un termine usato per descrivere lo stile di vita pericoloso e caotico dei membri delle gang, includendo immagini di volti clowneschi, cani Pitbull e armi da fuoco.
I motivi cristiani più ricorrenti nei tatuaggi cholo includono la Vergine di Guadalupe — un emblema di devozione e simbolo di unità per i popoli di lingua spagnola negli Stati Uniti — oltre a rappresentazioni della passione di Cristo, croci, ex-voto e mani giunte in preghiera. Un caso distintivo è quello di Santa Muerte, una divinità messicana precolombiana raffigurata come uno scheletro vestito con l’abito di un santo cattolico. Il suo culto ha recentemente conosciuto una rinascita, fondendo antiche tradizioni con una devozione moderna.
Utilizzando strumenti della critica d’arte e degli studi culturali e post-coloniali, questo articolo esamina il simbolismo cristiano nei tatuaggi cholo e ne esplora il ruolo come strumenti di identificazione, appartenenza e resistenza alla cultura dominante americana. Lo studio fa anche riferimento al lavoro di artisti come Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant e Tamara Santibañez, i quali hanno esplorato e rappresentato questa sottocultura attraverso la loro pratica artistica. Il tatuaggio cholo diventa una forma complessa di autoespressione, fondendo iconografia spirituale con i segni distintivi dello stile di vita cholo, riflettendo sia l’identità personale che quella culturale.

In the 17th century, the term cholo was originally used by Spanish conquistadors to refer to mestizos, individuals of mixed indigenous and European descent. However, in the 1960s, it was adopted by young Chicanos—U.S. residents of Mexican descent—to describe a lifestyle closely associated with street crime and gang culture. The cholo subculture is distinguished by a unique visual identity, which prominently features tattoos and other vernacular forms of artistic expression. This iconography blends Catholic religious symbols with elements of the vida loca (crazy life), a term used to describe the dangerous and chaotic lifestyle of gang members, including imagery of clown faces, Pitbull dogs, and firearms.
The most recurrent Christian motifs in cholo tattoos include the Virgin of Guadalupe—an emblem of devotion and a symbol of unity for Spanish-speaking peoples in the United States—as well as representations of the passion of Christ, crosses, votive offerings, and hands clasped in prayer. One distinctive case is that of Santa Muerte, a pre-Columbian Mexican deity who has a skeletal figure and is dressed in the attire of a Catholic saint. Her cult has recently experienced a revival, blending ancient traditions with modern devotion.
Using tools from art criticism as well as cultural and post-colonial studies, this article examines the Christian symbolism in cholo tattoos and explores their role as instruments of identification, belonging, and resistance to dominant American culture. The study also references the work of artists such as Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant, and Tamara Santibañez, who have engaged with and portrayed this subculture through their artistic practice. The cholo tattoo becomes a complex form of self-expression, merging spiritual iconography with markers of the cholo lifestyle, reflecting both personal and cultural identity.

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Il sacro sulla pelle. Tatuaggi religiosi in Sicilia: le forme e i contesti

di Sergio Todesco

Nel XVII secolo, il termine cholo era originariamente utilizzato dai conquistadores spagnoli per riferirsi ai mestizos, individui di discendenza mista, indigena ed europea. Tuttavia, negli anni ’60, fu adottato dai giovani Chicanos — residenti statunitensi di origine messicana — per descrivere uno stile di vita strettamente legato alla criminalità di strada e alla cultura delle gang. La sottocultura cholo si distingue per una propria identità visiva unica, che include tatuaggi e altre forme di espressione artistica vernacolare. Questa iconografia mescola simboli religiosi cattolici con elementi della vida loca (vita folle), un termine usato per descrivere lo stile di vita pericoloso e caotico dei membri delle gang, includendo immagini di volti clowneschi, cani Pitbull e armi da fuoco.
I motivi cristiani più ricorrenti nei tatuaggi cholo includono la Vergine di Guadalupe — un emblema di devozione e simbolo di unità per i popoli di lingua spagnola negli Stati Uniti — oltre a rappresentazioni della passione di Cristo, croci, ex-voto e mani giunte in preghiera. Un caso distintivo è quello di Santa Muerte, una divinità messicana precolombiana raffigurata come uno scheletro vestito con l’abito di un santo cattolico. Il suo culto ha recentemente conosciuto una rinascita, fondendo antiche tradizioni con una devozione moderna.
Utilizzando strumenti della critica d’arte e degli studi culturali e post-coloniali, questo articolo esamina il simbolismo cristiano nei tatuaggi cholo e ne esplora il ruolo come strumenti di identificazione, appartenenza e resistenza alla cultura dominante americana. Lo studio fa anche riferimento al lavoro di artisti come Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant e Tamara Santibañez, i quali hanno esplorato e rappresentato questa sottocultura attraverso la loro pratica artistica. Il tatuaggio cholo diventa una forma complessa di autoespressione, fondendo iconografia spirituale con i segni distintivi dello stile di vita cholo, riflettendo sia l’identità personale che quella culturale.

In the 17th century, the term cholo was originally used by Spanish conquistadors to refer to mestizos, individuals of mixed indigenous and European descent. However, in the 1960s, it was adopted by young Chicanos—U.S. residents of Mexican descent—to describe a lifestyle closely associated with street crime and gang culture. The cholo subculture is distinguished by a unique visual identity, which prominently features tattoos and other vernacular forms of artistic expression. This iconography blends Catholic religious symbols with elements of the vida loca (crazy life), a term used to describe the dangerous and chaotic lifestyle of gang members, including imagery of clown faces, Pitbull dogs, and firearms.
The most recurrent Christian motifs in cholo tattoos include the Virgin of Guadalupe—an emblem of devotion and a symbol of unity for Spanish-speaking peoples in the United States—as well as representations of the passion of Christ, crosses, votive offerings, and hands clasped in prayer. One distinctive case is that of Santa Muerte, a pre-Columbian Mexican deity who has a skeletal figure and is dressed in the attire of a Catholic saint. Her cult has recently experienced a revival, blending ancient traditions with modern devotion.
Using tools from art criticism as well as cultural and post-colonial studies, this article examines the Christian symbolism in cholo tattoos and explores their role as instruments of identification, belonging, and resistance to dominant American culture. The study also references the work of artists such as Gusmano Cesaretti, Estevan Oriol, Mister Cartoon, Chuco Moreno, Dr. Lakra, Mike Giant, and Tamara Santibañez, who have engaged with and portrayed this subculture through their artistic practice. The cholo tattoo becomes a complex form of self-expression, merging spiritual iconography with markers of the cholo lifestyle, reflecting both personal and cultural identity.

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Power and Strength: The Tattoo of the Cross in the Middle East

di Atoosa Youkhana

Per molti cristiani che risiedono in nazioni a maggioranza musulmana, i tatuaggi rappresentano un legame vitale per mantenere una connessione personale e duratura con le proprie credenze religiose. Negli ultimi anni, i cristiani in queste regioni hanno subito gravi persecuzioni per la loro fede, spesso affrontando punizioni severe per aver predicato apertamente la parola di Dio. Queste punizioni spaziano dall’imprigionamento alla condanna a morte nei casi più estremi. La paura di essere scoperti costringe molti cristiani a praticare il culto in privato, limitando la loro capacità di esprimere liberamente la propria fede. In risposta, alcuni hanno scelto di tatuarsi iconografie religiose—più comunemente l’immagine della croce—sul proprio corpo, come un modo per riaffermare il controllo sulla propria identità e portare con sé la fede nella vita quotidiana.
Questo saggio si concentra in particolare sui cristiani copti in Egitto, che hanno una lunga tradizione di tatuare la croce sui polsi come simbolo della loro fede e identità. Esplora inoltre il fenomeno in altre nazioni a maggioranza musulmana, dove le minoranze cristiane utilizzano i tatuaggi per mantenere e preservare la propria identità religiosa nonostante le sfide e le persecuzioni affrontate. Attraverso questa pratica, i cristiani creano un segno permanente e personale della loro fede, permettendo loro di esprimere la propria devozione in modo sottile ma potente, anche di fronte alle avversità. Il saggio esamina come questi tatuaggi funzionino sia come forma di resistenza che come mezzo di perseveranza spirituale in ambienti oppressivi.

For many Christians residing in predominantly Muslim nations, tattoos serve as a vital lifeline for maintaining a personal and enduring connection with their religious beliefs. In recent years, Christians in these regions have faced severe persecution for their faith, often enduring harsh punishments for openly preaching the word of God. These punishments range from imprisonment to, in extreme cases, death sentences. Fear of exposure forces many Christians to worship in private, limiting their ability to express their faith freely. In response, some have turned to tattooing religious iconography—most commonly the image of the cross—onto their bodies as a way of reclaiming control over their identities and carrying their faith with them in their daily lives.
This paper focuses particularly on Coptic Christians in Egypt, who have a long-standing tradition of tattooing the cross on their wrists as a symbol of their faith and identity. It also explores the broader phenomenon in other Muslim-majority countries, where Christian minorities use tattoos to maintain and preserve their religious identity despite the challenges and persecution they face. Through this practice, Christians create a permanent, personal mark of their faith, allowing them to express their devotion in a subtle yet powerful way, even in the face of adversity. The paper examines how these tattoos function as both a form of resistance and a means of spiritual perseverance in oppressive environments.

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