La Madonna Cagnola
Tatuaggio e arte sacra
Il Miracolo di San Biagio a Serravalle Pistoiese
Nuove proposte per Francesco Ruschi
Adeguamento liturgico questione aperta
Cattedrali abitate nel medio evo
Sull’immagine di una chiesa storica

 30,00

Arte Cristiana n° 918

Pubblicato in maggio/giugno 2020,
fascicolo numero progressivo: volume CVIII

162 Silvano Petrosino, Giuliano Zanchi Tatuaggio e arte sacra
166 Roberta Delmoro Intorno alla Madonna Cagnola. Problematica aperte e qualche pista di ricerca (I parte)
182 Stefano Manavella Intorno alla Madonna Cagnola. Problematica aperte e qualche pista di ricerca (II parte)
202 Lorenzo Agnoletti Il Miracolo di San Biagio: restituzione storico-critica di un affresco nella chiesa di San Michele a Serravalle Pistoiese
214 Antonio Cipullo Nuove proposte per il catalogo di Francesco Ruschi
220 Umberto Bordoni Adeguamento liturgico questione aperta
222 Maria Antonietta Crippa A proposito di cattedrali e di gestione dello spazio liturgico, nel medio evo
230 Jacopo Benedetti La percezione dell’immagine di una chiesa storica: presenza e traccia
234 Giovanni Chiaramonte Sette luci
238 AmeInforma Identità e Ristrutturazione. Il Museo dei Cappuccini di Milano

Editoriale

di Silvano Petrosino, Giuliano Zanchi

Arte Cristiana 918, Tatuaggio e arte sacra © Mark Bussell

Come da più parti si è sottolineato, dare un senso univoco alla pratica del tatuaggio è pressoché impossibile; inoltre si è pure notato che c’è dell’inspiegabile nell’offrirsi volontariamente al dolore che la pratica del tatuaggio comporta. In verità questa seconda osservazione risulta molto meno convincente della precedente, anche perché è fin troppo nota la passione che il soggetto umano ha per la sofferenza, soprattutto quando quest’ultima viene ‘giustificata’ in nome di principi e valori considerati fondamentali. In generale ogni riflessione sul tatuaggio non può che svilupparsi attorno al tema della ‘scrittura’ e alla figura del ‘corpo’. È preferibile parlare di ‘scrittura’ e non immediatamente di ‘arte’ perché nel tatuaggio ciò che emerge con particolare forza è soprattutto il tema della narrazione: si tratta di un segno che immediatamente tende/vuole/desidera narrare qualcosa, raccontare una storia. Da questo punto di vista bisognerebbe interrogarsi con rigore sulla natura della ‘scrittura’ prestando particolare attenzione alla categoria spazio/temporale della ‘stabilità’, della ‘permanenza’: un tatuaggio è, almeno in linea di principio, per sempre; questo segno che tende/vuole/desidera raccontare una storia è essenzialmente un segno che resta, che permane, è un segno che fa proprio di questa permanenza un tratto distintivo della propria identità e della propria forza. Un tatuaggio non smette di raccontare, e una simile pulsione a raccontare, o meglio, come si dovrà sottolineare in seguito, a raccontarsi, è talmente forte da sopportare benissimo qualsiasi velatura (non necessariamente chi si fa tatuare mette in mostra il proprio tatuaggio: al soggetto tatuato è sufficiente sapere di essere tatuato, facendo così affidamento alla capacità di narrare del proprio tatuaggio, capacità magari celata sotto un vestito ma non per questo cancellata o inibita. Anche se il tatuaggio è coperto, il soggetto sa che il proprio tatuaggio lo ‘scopre’, cioè lo ‘narra’, restando comunque ‘attivo’ e ‘parlante’). In tal senso il tatuaggio è forse una forma ancestrale di ‘racconto’ se si conferisce al termine la densità istitutiva che esso poteva avere in società pre-moderne; il che gli conferisce, specie nelle sue origini antropiche, la funzione di ‘iscrizione’ nel corpo del mito di fondazione sociale. Il ‘mondo’, inteso come senso del tutto, incide sul singolo lasciando tracce sul suo corpo. In questa veste di ‘iscrizione’ del mito fondatore il segno del tatuaggio è nel contempo legato all’individuo in quanto riconoscibile socialmente. Funziona perché è quel ‘mio scritto’ sulla pelle che riguarda il ‘corpo di tutti’. All’interno di tale prospettiva emerge con chiarezza come la pratica del tatuaggio abbia un evidente nesso con le ritualità religiose e con i passaggi iniziatici: si tratta di un segno del passaggio di certe soglie o dell’ingresso in certe cerchie, o della combinazione di questi due processi iniziatici (diventare adulti significa fare ingresso nella collettività). Nella contemporaneità, fuori dall’epoca dei miti collettivi di fondazione, il tatuaggio si restringe a dichiarazione individuale del proprio mito, o del mito della propria ‘tribù sociale’ di appartenenza, o come esercizio di una mitografia personalizzata in cui dare espressione alla sfera ristretta dei propri ‘divi’ personali (i cantanti, i calciatori, Che Guevara); quando non le piccole epopee individuali (la data di nascita dei figli, la data del matrimonio); spesso anche di una propria auto-iniziazione (certi ragazzi che patteggiano con la famiglia il primo tatuaggio). Il secondo aspetto da considerare riguarda, come si anticipava, il ‘corpo’, che tuttavia in questo caso deve essere inteso più precisamente come il «proprio corpo», Leib e non Körper: il tatuaggio riguarda essenzialmente non solo il corpo ma il proprio corpo e soprattutto non quello dell’altro. Di conseguenza nel tatuaggio è sempre in gioco la questione del proprio, della propria soggettività, di quell’identità che attraverso tale scrittura rivendica e manifesta, ma forse si potrebbe arrivare a dire ‘urla’, l’‘unicità’ di se stessi. Ad essere ancora più precisi bisognerebbe dunque affermare che il tatuaggio più che parlare di questo o di quello (dell’immagine o del segno ch’esso riproduce) parla del soggetto stesso che lo ‘indossa’, vale a dire ‘lo parla’: non parla o narra ma, narrando, lo parla. Si può così avanzare la seguente ipotesi: anche chi non ha nulla ha il proprio corpo, e di conseguenza può sempre trasformare questo ‘poco’ che ha in un ‘tutto’, vale a dire in quella scrittura significante che, fosse anche da nessuno vista e letta, tuttavia non cessa un istante di ‘narrarlo’, perfino quando dorme. Forse è anche per questa ragione che il tatuaggio un tempo era praticato soprattutto dalle classi meno abbienti: i ricchi parlano di sé, narrano di sé attraverso i beni che posseggono (si pensi alle collezioni di quadri presso i nobili dove la rappresentazione dei nudi era ed è anche un modo per affermare la proprietà su quei corpi: ad essere di mia proprietà non è solo il quadro ma anche il corpo ch’esso dipinge e rappresenta), i poveri parlano di sé, narrano sé attraverso l’unico bene che possiedono, il proprio corpo. In mancanza d’altro, si può sempre trasformare il proprio corpo in quel ‘quadro’ che è mio non tanto e non solo perché lo posseggo io, quanto piuttosto perché mi ri-guarda, perché mi rap-presenta nella mia stessa carne: qui la rappresentazione tende a coincidere con la presentazione stessa.

Tatuaggio e arte sacra © Mark Bussell

 

La fortuna storica del tatuaggio segue anche un’evoluzione nella concezione del corpo che le varie civiltà hanno sviluppato. Nella cultura greco/romana, legata a una concezione del corpo idealistico apollinea, il tatuaggio è considerato una cosa triviale e indegna dell’uomo civile e libero. In quel mondo sono i poveri, gli schiavi e i barbari che hanno tatuaggi. Nel cristianesimo sono naturalmente banditi come offesa alla dignità umana in quanto imago Dei. Salvo eccezioni storiche che non è il caso qui di approfondire.

Quindi è significativo che la pratica del tatuaggio abbia ripreso diffusione collettiva dopo secoli di inibizione. Significa sicuramente un nuovo rapporto col corpo nei suoi standard collettivi come forma dell’umano ideale. Non sono più i poveri, gli schiavi e i marginali a tatuarsi (come a Roma nell’antichità) ma le nuove ‘divinità’ pubbliche, i calciatori, i rapper, gli atleti, gli attori, cioè i detentori dell’ideale antropologico vigente (questi hanno anche scalzato il tentativo degli artisti di farne una forma d’arte; i quali hanno dovuto estremizzare il loro rapporto col corpo attraverso processi di autolesionismo: vedi Orlan e Abramovic). Nell’era dell’immagine digitale il segno sul corpo appare come una necessaria regressione compensativa o per lo meno integrativa. Gli antichi miti di fondazione fluttuano nelle fiction che si alternano sugli schermi. Il tatuaggio iscrive sul corpo qualcosa di più tangibile e duraturo benché di caratura fondativa sempre più ristretta.
Infine, un terzo tema fondamentale riguarda il contenuto, se così ci si può esprimere, del tatuaggio in quanto scrittura. Anche in questo caso è quasi impossibile giungere a delle conclusioni certe. I primi tatuaggi, per quello che si sa, risalgono a circa 5000 anni fa. È probabile che in un primo tempo essi svolgessero essenzialmente una ‘funzione religiosa’ (traccio nella mia stessa carne il segno che mi lega al divino. Non si tratta propriamente del simbolo di un legame con il mistero ma della scrittura stessa di questo legame: nell’immanenza per eccellenza del mio ‘qui’, cioè nel mio corpo, inscrivo la traccia stessa di quel ‘là’ della trascendenza a cui inevitabilmente mi sento legato).
Ma il tatuaggio ha svolto e continua a svolgere anche una ‘funzione sociale’ (incido nella mia stessa carne la cifra che testimonia la mia appartenenza ad una determinata etnia, ad un certo clan, perfino ad una particolare banda: si tratta di una sorta di ‘carta d’identità’ vivente che immediatamente mi colloca e così mi definisce). Ed oggi quale funzione svolge il tatuaggio? Alcuni parlano di una ‘funzione preminentemente estetica’, come se il soggetto volesse mettersi in mostra ma non tanto per rivelare una qualche particolare identità, quanto piuttosto per ribadire semplicemente la propria esistenza.

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Intorno alla Madonna Cagnola. Problematiche aperte e qualche pista di ricerca

di Roberta Delmoro e di Stefano Manavella

Questo articolo a doppia firma propone di riesaminare il dipinto del XV secolo della Madonna con Bambino e angeli conservato nella Collezione della Villa Cagnola a Gazzada. La questione critica che si è sviluppata, a partire dagli anni ’50 del XX secolo, divide gli studi in due scuole di pensiero totalmente distinte riguardo all’interpretazione stilistica dell’opera: da un lato vi è un’inclinazione verso un’origine ligure-provenzale dell’anonimo “Maestro della Madonna Cagnola”; dall’altro si cerca di identificare quest’ultimo con il pittore di Corte milanese Zanetto Bugatto, un artista con il quale possiamo collegare un sostanziale corpus di documenti, ma non un corpus di dipinti.
Il saggio è suddiviso in due sezioni separate: la prima esamina i problemi di identificazione di Zanetto Bugatto come “Maestro della Madonna Cagnola”; la seconda contestualizza la Madonna Cagnola e la collezione di dipinti ad essa associata in un ampio contesto culturale. Questi dipinti rivelano infatti affinità più forti con varie espressioni figurative dell’area mediterranea. Nella seconda metà del XV secolo, in Spagna, nel sud della Francia, nel sud Italia e in Liguria, si sviluppò un linguaggio che condivideva elementi comuni, basato sulla rielaborazione di modelli fiamminghi, con una predilezione per lo splendore cromatico e la sintesi formale unita a un’eleganza decorativa, che collega la ricerca di artisti attivi tra Valencia, Barcellona, Napoli e Sicilia, Nizza e Provenza. Ed è proprio nell’area ligure-provenzale, con artisti come Donato de’ Bardi, Giusto d’Alemagna, Enguerrand Quarton, Ludovico Brea e Nicolò Corso, che dobbiamo cercare gli antecedenti e gli eredi del raffinato linguaggio sviluppato dal “Maestro della Madonna Cagnola.”

This dual-authored article proposes to re-examine the 15th century painting of the Madonna and Child with angels preserved in the Collection of the Villa Cagnola at Gazzada. The critical issue that has developed, starting in the fifties of the 20th century, divides the studies into two totally distinct schools of thought as regards the stylistic interpretation of the work: on the one hand there is an inclination towards a Ligurian-Provencal origin of the anonymous “Master of the Cagnola Madonna”; on the other an attempt is made to identify the latter with the Milanese Court painter Zanetto Bugatto, a painter that we can connect to a substantial corpus of documents, but no body of paintings. The essay is divided into two separate sections: the first examines the problems of the identification of Zanetto Bugatto as the “Master of the Cagnola Madonna”; the second contextualizes the Madonna Cagnola and the collection of paintings gathered around it in a broad cultural context. These paintings in fact reveal stronger affinities with various figurative expressions of the Mediterranean area. In the second half of the 15th century, in Spain, in the South of France, in Southern Italy and in Liguria, there developed a language sharing common elements, based on the reworking of Flemish models, with a predilection for chromatic splendour, the formal synthesis united with decorative elegance, which relates the research of artists painting between Valencia, Barcellona, Naples and Sicily, Nice and Provence. And it is in the Ligurian-Provencal area, with artists such as Donato de’ Bardi, Giusto d’Alemagna, Enguerrand Quarton, Ludovico Brea and Nicolò Corso, that we must seek the antecedents and heirs to the refined language developed by the “Master of the Cagnola Madonna.”

(I parte)

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(II parte)

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Il Miracolo di San Biagio: restituzione storico-critica di un affresco nella chiesa di San Michele a Serravalle Pistoiese

di Lorenzo Agnoletti

Il saggio si concentra su un affresco del XIV secolo, ancora parzialmente visibile nella chiesa di San Michele a Serravalle Pistoiese, che rappresenta San Biagio mentre guarisce un bambino. La prima parte dell’articolo è dedicata all’analisi stilistica della composizione, databile intorno agli anni 1320: l’opera si inserisce nel contesto della pittura locale dell’epoca, influenzata dalla lezione di Giotto, ma caratterizzata da una forte carica emotiva, e mostra forti somiglianze con lo stile dell’autore anonimo di alcuni affreschi successivi nella chiesa di San Domenico a Pistoia. La seconda parte del saggio affronta la peculiare iconografia del dipinto ed esamina la diffusione del culto di San Biagio nel medioevo per identificare le ragioni della scelta di tale soggetto. Con tutta probabilità, il frammento non apparteneva a un ciclo più ampio dedicato al santo, ma era piuttosto un’immagine votiva isolata, espressione della devozione popolare. La persistenza di tale devozione è testimoniata dai successivi eventi di trasformazione degli spazi interni della chiesa, deducibili dalla documentazione d’archivio.

The essay focuses on a 14th-Century fresco, still partially extant in the church of San Michele at Serravalle Pistoiese, representing St. Blaise healing a child. The first section of the article is dedicated to the stylistic analysis of the composition, which can be dated around the 1320s: the work fits into the context of local painting of that period, influenced by Giotto’s lesson, but marked by a strong emotional charge, and shows strong similarities to the style of the anonymous author of a few later frescoes in the church of San Domenico in Pistoia. The second part of the essay addresses the peculiar iconography of the painting and examines the diffusion of the cult of St. Blaise in the medieval age to identify the reasons for the choice of such subject. Most likely, the fragment didn’t belong to a wider cycle dedicated to the saint, but was rather an isolated votive image, expression of popular devotion. The persistence of such devotion is testified by the subsequent events of transformation of the internal spaces of the church, deductible from the archival documentation.

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Nuove proposte per il catalogo di Francesco Ruschi

di Antonio Cipullo

Il saggio presenta nuove scoperte sulla biografia di Francesco Ruschi durante gli anni veneziani: un pagamento per il soffitto di Sant’Anna di Castello – la sua opera più maestosa – e due accordi di “garzonato” che forniscono informazioni sulla bottega artistica. Vengono proposti alcuni nuovi inserimenti nel catalogo dell’artista: tre dipinti con figure allegoriche – attribuibili con buona certezza al soffitto disperso di Sant’Anna e conosciuti solo tramite documentazione fotografica – permettono una ricostruzione, seppur frammentaria, di questo elaborato lavoro di Ruschi. Inoltre, vengono presentati una ‘Crocifissione’, una scena con ‘Giustizia e Pace’, che sono transitati più volte nel mercato internazionale dell’antiquariato, e un frammento di un dipinto raffigurante un ‘Giovane con scudo’, recentemente rinvenuto a Vienna. L’elevata qualità di quest’ultimo lavoro, insieme ad alcuni elementi specifici, suggerisce che possa effettivamente essere parte di un’ancona di Ruschi, documentata da fonti contemporanee nella chiesa di San Polo a Venezia.

The essay introduces new findings on the biographical account of Francesco Ruschi’s Venetian years: a payment for the ceiling of Sant’Anna di Castello – his most majestic work – and two agreements of “garzonato” (apprenticeship) providing information about the artistic workshop. Some additions to the artist’s catalogue are here suggested: three paintings with allegorical figures – attributable with good certainty to the dispersed ceiling of Sant’Anna and known only from photographic documentation – allow a reconstruction, however fragmentary, of this elaborate work by Ruschi. Furthermore, a ‘Crucifixion’, a scene with ‘Justice and Peace’, which have transited in the international antique market several times, and a fragment of a painting representing a ‘Young man with a shield’, recently found in Vienna, are presented. The very high quality of the latter work, along with some specific elements, suggests it might indeed be part of an altarpiece by Ruschi, documented by contemporary sources in the church of San Polo in Venice.

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Adeguamento liturgico questione aperta

di Umberto Bordoni

Che l’adeguamento liturgico delle chiese, cui la rivista Arte Cristiana e la Scuola Beato Angelico dedicano da tempo particolare attenzione, non possa ridursi alla sola funzionalità liturgica, seppur qualificata esteticamente oltre che rispondente alla sua più nobile pretesa di articolazione degli spazi per una appropriata celebrazione del rito, ma costituisca oggetto teorico di più ampia portata e complessa decifrazione, non è ancora problema adeguatamente messo a fuoco nel dibattito teorico e quindi nel progetto. L’inquietante estraneità di gran parte degli adeguamenti alla narrazione, stratificata e spesso condensata in modi complessi nell’edificio, e la banale irrilevanza di parecchi altri, ne denunciano l’urgenza; in qualche modo giustificano reazioni di rigetto e stimolano il proliferare di soluzioni mimetiche storiciste: si veda l’ambone in stile nella Mater et Caput di San Giovanni in Laterano. La natura funzionalistica degli interventi evidenzia una profonda perdita di senso, di unicità storica e ambientale dell’edificio chiesa, che si può definire de-territorializzazione o disancoramento dall’implicazione insediativa che qualifica da sempre i territori segnati dalla presenza cristiana.

That the liturgical adaptation of churches, to which the magazine Arte Cristiana and the Scuola Beato Angelico have long devoted particular attention, cannot be reduced to mere liturgical functionality, even if aesthetically qualified and in line with the noble aim of articulating spaces for the appropriate celebration of the rite, but rather constitutes a theoretical subject of broader scope and complex interpretation, is still an issue not adequately addressed in the theoretical debate and thus in design. The unsettling alienation of many adaptations from the narrative, which is layered and often condensed in complex ways within the building, and the banal irrelevance of many others, highlight its urgency. In some way, this justifies reactions of rejection and encourages the proliferation of historicist mimetic solutions: consider the stylized ambo in the Mater et Caput of St. John Lateran. The functionalist nature of these interventions highlights a profound loss of meaning, of the historical and environmental uniqueness of the church building, which can be described as a de-territorialization or detachment from the settlement implications that have always defined territories marked by the Christian presence.

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A proposito di cattedrali e di gestione dello spazio liturgico, nel medio evo

di Maria Antonietta Crippa

Le cattedrali sono importanti testimonianze del patrimonio culturale che abbiamo ereditato. Emergono nelle città come punti di riferimento e luoghi di memoria collettiva, spesso di origine medievale, ma con molte trasformazioni e interventi di restauro. La loro storia ha suscitato un grande interesse in ogni nazione, specialmente dal XIX secolo fino a oggi. Il libro di Eduardo Carrero Santamaría propone una sintesi a partire dal legame tra le forme liturgiche e la “produzione dello spazio”, che egli analizza secondo caratteristiche funzionali. Esamina principalmente le cattedrali della penisola iberica, confrontandole con altre in Europa. Sottolinea come la cattedrale sia stata abitata in modi diversi nel corso dei secoli, ma il modo in cui veniva utilizzata nel Medioevo è, dice, quasi inimmaginabile per noi. La sua esplorazione si concentra su libri eruditi, vari documenti originali, miniature, dipinti, fotografie antiche. Le interpretazioni innovative riguardano il ruolo del clero capitolare nelle devozioni popolari, la ricchezza della vita nel complesso della cattedrale e le cattedrali nelle incoronazioni reali. Il libro riassume molti anni di ricerca di Carrero, professore di Storia dell’Arte Medievale presso la Universitat Autònoma di Barcellona.

Cathedrals are important testimonies of the cultural heritage we inherited. They emerge in cities as references and places of collective memory, often of medieval origin, but with many transformation and restoration interventions. Their history has aroused great interest in every nation, especially from the 19th Century until today. Eduardo Carrero Santamaría’s book proposes a synthesis starting from the link between liturgical forms and ‘production of space’, which he brings out according to functional characteristics. He mostly examines cathedrals of the Iberian peninsula, comparing them with others in Europe. He highlights how the cathedral has been inhabited in different ways over the centuries, but the way it was used in the Middle Ages is, he says, hardly imaginable to us. His exploration focuses on erudite books, various original documents, miniatures, paintings, old photographs. The innovative interpretations concern the role of the chapter clergy to popular devotions, the richness of life in the cathedral complex, cathedrals and royal coronations. The book summarizes many years of research by Carrero, professor of Historia del Arte Medieval in the Universitat Autònoma in Barcelona.

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La percezione dell’immagine di una chiesa storica: presenza e traccia

di Jacopo Benedetti

Questo breve saggio propone alcune possibili linee di indagine sulla percezione visiva di una chiesa storica. Cercheremo di descrivere come la mente visiva costruisce un certo modello di spazio a partire dai dati raccolti attraverso l’esperienza cinestetica di un osservatore nel tempo. Argomenteremo quindi che alcune trasformazioni materiali di un edificio storico—danni, ricostruzioni, rimozioni, restauri—possono cambiare radicalmente la sua immagine visiva, mentre altre possono avere un effetto minore sulla percezione complessiva del suo spazio. L’immagine di una chiesa storica sarà intesa come una combinazione di presenza attuale e tracce storiche: un fenomeno interpretativo che dà origine a una relazione complessa e critica tra l’osservatore e la storia di uno spazio specifico.

This brief essay suggests a few possible lines of inquiry into the visual perception of a historical church. We will try to describe how the visual mind builds a certain image of space out of the data collected through the kinesthetic experience of an observer over time. We will then argue that certain material transformations to a historical building – damages, reconstructions, removals, restorations – may radically change its visual image, while others may have a lesser effect on the overall perception of its space. The image of a historical church will be understood as a combination of actual presence and historical traces: an interpretive phenomenon that gives rise to a complex, critical relationship between the observer and the history of a given space.

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Sette luci

di Giovanni Chiaramonte

Il 30 aprile 1970, il regista russo Andrei Tarkovsky iniziò a scrivere i suoi Diari. Aveva allora 38 anni e aveva già creato due capolavori assoluti: L’infanzia di Ivan, che aveva ottenuto il premio “Leone d’Oro” al Festival del Cinema di Venezia nel 1962, e Andrei Rublëv, girato nel 1966 ma bloccato dalla censura del regime comunista che regnava all’epoca in Russia e dalla diffamazione culturale disillusa ed invidiosa dei colleghi del regista. Scelse subito il titolo emblematico e significativo Martirologio: la trasposizione della testimonianza fatta durante la sua vita della sua vocazione per l’arte come redenzione in Dio e, al tempo stesso, il ricordo della sua fedeltà alla tradizione religiosa di tutti coloro che, nella storia, avevano vissuto e erano morti per lo stesso ideale. Tarkovsky scrive: “L’arte esprime tutto il meglio che è presente in ogni essere umano: Speranza, Fede, Misericordia, Bellezza, Preghiera… L’artista mostra l’istinto spirituale di tutta l’umanità, e nel suo lavoro l’aspirazione di ogni uomo verso l’eternità, la trascendenza e il divino… L’arte è una dichiarazione d’amore, un riconoscimento della propria dipendenza dagli altri, una confessione, un atto inconsapevole, ma capace di riflettere il significato autentico della vita: Amore e Sacrificio”.

The last day of April 1970, Russian film director Andrei Tarkovsky started writing his Diaries. He was 38 years old then and he had already created two absolute masterpieces: Ivan’s Childhood, that was awarded the “Leone d’Oro” prize at the Venice Film Festival in 1962, and Andrei Rublëv, filmed in 1966 but blocked by the censorship of the communist regime that reigned at that time in Russia and by the disheartening, envious cultural slander of the director’s colleagues. He immediately chose the emblematic, meaningful title Martyrology: the transcription of the witness made during his life of his vocation for art as a redemption in God and, at the same time, the memory of his fidelity to the religious tradition of all those who, in history, had lived and died for the same ideal. Tarkovsky writes: “Art expresses all the best that is present in every human being: Hope, Faith, Mercy, Beauty, Prayer… The artist shows the spiritual instinct of all mankind, and in his work the aspiration of every man towards eternity, transcendence and the divine…Art is a love declaration, an acknowledgement of one’s dependence from others, a confession, an unaware act, but capable to reflect the authentic meaning of life: Love and Sacrifice”.

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AmeInforma

Identità e Ristrutturazione.
Il Museo dei Cappuccini di Milano

di Rosa Giorgi, Giuseppe Biscottini

La ristrutturazione del “Museo dei Cappuccini” di Milano nasce dalla necessità di ampliare gli spazi del museo per esporre una nuova collezione d’arte, una donazione di dipinti italiani del XX secolo. Il progetto architettonico riflette la consapevolezza che il museo, situato in un convento, dovesse mantenere la propria sobrietà e semplicità, eliminando tutto ciò che potesse apparire superfluo o eccessivo, per mettere in risalto al meglio le opere d’arte del museo. L’allestimento espositivo e i materiali scelti rispondono a tali criteri, essendo combinati in modo sofisticato e progettati specificamente con tecnologie personalizzate per valorizzare i vari pezzi d’arte in mostra. Il nuovo design espositivo ha offerto l’opportunità di ripensare l’intero layout, i percorsi, l’illuminazione e i sistemi tecnologici, dando al museo in generale un rinnovamento in continuità con la sua tradizione.

The refurbishment of the “Museo dei Cappuccini” in Milan comes from the need to expand the museum’s spaces, in order to exhibit a new art collection, a donation of 20th-Century Italian paintings. The architectural design reflects the awareness that the museum, located in a Convent, had to maintain its sobriety and simplicity, eliminating everything that could appear as unnecessary or excessive, and in order to best emphasize the Museum’s artworks. The exhibition layout and the chosen materials meet such criteria, as they are sophisticatedly combined and specifically designed with custom technologies to enhance the different art pieces of the exhibition. The new exhibition design gave the opportunity to rethink the entire layout, its paths, the lighting and technological systems, and the museum in general, a renewal in continuity with its tradition.

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