Editoriale
di Umberto Bordoni
Consegno congiuntamente alle stampe i primi due fascicoli del 2020, anche loro interdetti dall’insorgere della pandemia. Scrive icasticamente il libro dei Numeri (21, 4-9) che il popolo di Israele, nel cammino del deserto, non «sopporta il viaggio». La mancanza di cibo solido rende insostenibile l’archetipico confinamento quarantennale dell’esodo, quello che plasma l’identità del popolo eletto, la sua libertà nell’affrancamento dal potere dispotico dell’Egitto, nell’inevitabile collettivo affrontamento con la morte: quello anticipato in signo nelle acque del Mar Rosso e poi accaduto realmente con la scomparsa di un’intera generazione tra le rocce del Sinai. L’alleanza con Dio, che ne è il cuore, avviene nella piena consapevolezza della fragilità della condizione umana, guadagnata nella spogliazione radicale e nella rivelazione impietosa di sé favorite dal deserto. Il cibo solido non è solo il pane e l’acqua che il popolo chiede, «non di solo pane vive l’uomo» (Matteo 4,4), non di sola salute del corpo, ma di parola, di senso, di relazione, di cultura e di fede.
Alla penuria di alimenti e alla mancanza di sicurezza, che il nomadismo esodico esasperano, sopravviene silenziosa e mortifera la piaga dei «serpenti brucianti»: gli israeliti muoiono in gran numero. È allora che Mosè avverte l’appello divino a fabbricare un’immagine, non un idolo a sembianza dell’Irrappresentabile, ma un serpente di bronzo: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita» (Numeri 21,8). La lettera di Barnaba così attualizza: «Quando uno di voi viene morsicato venga vicino al serpente che è sopra il legno e speri credendo che pur essendo morto può dare la vita e subito sarà salvato» (XII). Nel vangelo di Giovanni vedere e credere sono pressoché sinonimi. Il morto che può dare la vita è il Figlio dell’uomo, che occorre sia innalzato «perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (3,15), è il crocifisso Signore che elevato da terra attira tutti a sé (12,20), il trafitto cui volgere lo sguardo (17,37), colui che desidera essere visto per essere creduto perché anche quelli che non vedono possano credere (20,29). Quando la tragedia irrompe, le parole suonano sorde e il rito è impedito l’invocazione passa per lo sguardo, si nutre di immagini, soprattutto del crocifisso. Se la parola è il cuore dell’alleanza biblica, c’è un ruolo dell’immaginario e del vedere che appartiene egualmente all’esperienza della fede. Gli artisti, come annota papa Francesco, «hanno capacità di creatività molto grande e per mezzo della strada della bellezza ci indicano la strada da seguire».

Tra le undici tavole per l’Evangeliario Ambrosiano Ettore Spalletti, morto lo scorso ottobre, ha realizzato la pagina qui a fianco per la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Il serpente genesiaco attraverso il quale la morte è entrata nel mondo diviene segno cristologico della resurrezione: la filiforme spirale d’oro che all’apertura della pagina carminia si solleva dalla croce commissa è segno potente della vita nuova che proprio dalla morte sorge.
Non sono mancati a Spalletti importanti lavori di indubbia sacralità: la Salle des départs dell’ospedale di Garches, il Cero pasquale della cattedrale di Reggio Emilia, la Croce per la Fondazione Lercaro e la Cappella di Villa Serena a Pescara, ma come annota Francesco Tedeschi, è l’intera sua opera ad avere «una qualificazione implicitamente spirituale, in quanto tende naturalmente a una forma di trascendenza, rispetto ai materiali di cui pure si nutre e avvale, siano essi la luce della natura o i pigmenti di colore, che vanno a occupare o creare lo spazio nel quale si manifestano». Esemplari da questo punto di vista sono le Stanze da lui create nello studio di Cappelle sul Tavo. La perfezione geometrica delle forme e l’essenzialità dei materiali, la polverizzazione del colore per dissolvere la superficie più volte dipinta fino a far emergere l’aura dell’oggetto come spazio liminale di riverbero tra il colore, la luce e l’ambiente fanno dell’artista abruzzese uno dei grandi ricercatori dell’assoluto nella bellezza metafisica del contingente.
Il tempo che stiamo vivendo, nella sua criticità, rende ancor più preziosa la missione di Arte Cristiana a servizio della cultura e della dignità integrale dell’uomo. La rivista prosegue nel suo impegno, quest’anno con splendidi monografici sui metalli romanici, sul cinquecentesimo di Raffaello, su Lucio Fontana e il sacro, grazie all’ampia collaborazione di studiosi, abbonati e sostenitori. È giusto ricordare con molta riconoscenza suor Angelica Pennati, della Famiglia Beato Angelico, che per più di vent’anni ne è stata l’anima nascosta e ora contempla senza veli la bellezza che non ha fine.
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Metalli romanici valsesiani e ambrosiani – Una croce astile romanica in Valsesia
di Saverio Lomartire
L’articolo esamina una croce processionale medievale in ottone inedita, conservata in Valsesia (Piemonte), recentemente riconosciuta negli studi e nelle analisi sulla produzione di oreficeria e metalli del Medioevo nel Nord-Ovest dell’Italia. Questo manufatto rappresenta l’unico caso di croce processionale romanica in tutto il Piemonte, ad eccezione di un’altra croce conservata a Torino, probabilmente proveniente dal mercato antiquario. Dopo una premessa sul *status quaestionis* emergente dagli studi principali, anche in ambito italiano, sulle croci processionali medievali, e romaniche in particolare, l’articolo analizza il reperto descrivendone i dati metrici e formali, riportando lo stato di conservazione, le peculiarità esecutive e tecniche, e fornendo dati aggiornati sulla composizione della lega metallica. Successivamente, vengono definiti alcuni parametri per cercare confronti utili a stabilire riferimenti cronologici e geografici approssimativi per il manufatto. Escludendo riferimenti a croci processionali italiane simili, lo studio identifica i confronti più convincenti in un gruppo di artefatti dell’area germanica, in particolare della Bassa Sassonia (*Nieder Sachsen*), datati tra la seconda metà e la fine del XII secolo. Stabilito questo collegamento, che appare piuttosto evidente, si può ipotizzare che la croce sia connessa alla presenza in Valsesia della comunità Walser, di origine tedesca e già insediata nella regione tra il XII e il XIII secolo, e ai continui contatti con la madrepatria, iniziati già nel Medioevo ma possibilmente continuati anche in periodi successivi.
The article examines an unpublished medieval brass processional cross preserved in Valsesia (Piedmont), recently recognized in studies and analysis on the production of goldsmithery and metals of medieval age in North-Western Italy. This artifact represents the only case of a Romanesque processional cross in the whole of Piedmont, with the exception of another cross preserved in Turin, perhaps coming from the antiques market. After a premise on the *status quaestionis* emerging from the main studies, also of Italian area, on medieval processional crosses, and Romanesque in particular, the article analyzes the artefact, describing the metric and formal data and reporting on the state of conservation, the peculiarities of execution and technique, also providing updated data on the composition of the metal alloy. Afterwards, some parameters are set, in order to look for possible comparisons, useful to establish approximate chronological and geographical references for the artefact. Excluding any possible reference to similar Italian processional crosses, the study identifies the most convincing comparisons in a group of artefacts from the Germanic area, specifically from Lower Saxony (*Nieder Sachsen*), dating between the second half and the end of the 12th Century. Having established such link, which appears quite clear, it can therefore be assumed that the cross may be connected to the presence in Valsesia of the Walser community, of German origin and already settled in the region in the 12th and 13th Centuries, and to its continuous contacts with the motherland, starting as early as the Middle Ages, but possibly also in a later period.
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Analisi spettroscopiche
di Angelo Agostino
Lo studio delle leghe metalliche mediante fluorescenza di raggi X (XRF) sta diventando sempre più frequente. L’uso di questa tecnica analitica, che negli ultimi anni ha raggiunto, grazie agli sviluppi strumentali, un elevato grado di affidabilità [1-6], offre una serie di vantaggi significativi, primo tra tutti la non invasività. Questo consente di eseguire numerose misurazioni su oggetti, anche musealizzati, senza la necessità di prelevare campioni per ottenere informazioni composizionali sui materiali con cui tali oggetti sono stati realizzati.
The study of metal alloys through X-ray fluorescence (XRF) is becoming increasingly common. The use of this analytical technique, which in recent years has achieved a high degree of reliability thanks to instrumental advancements [1-6], offers several significant advantages, chief among them being non-invasiveness. This allows for numerous measurements to be carried out on objects, including those housed in museums, without the need to take samples in order to obtain compositional information about the materials used in their creation.
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Metalli romanici valsesiani e ambrosiani – I picchiotti romanici del Nord Italia: i casi di Sant’Ambrogio a Milano e di San Nazzaro Sesia
di Silvia Muzzin
L’articolo discute la rarità dei battenti prodotti localmente nel Nord Italia, mettendo in evidenza esempi notevoli come quelli di Sant’Ambrogio a Milano, il Museo Diocesano di Susa, il Museo di Santa Giulia a Brescia e l’abbazia di San Nazzaro Sesia in Piemonte. Questi manufatti sono stati sottoposti ad analisi chimiche condotte dal CenISCo (Centro Interdisciplinare per lo Studio e la Conservazione dei Beni Culturali) dell’Università del Piemonte Orientale, in collaborazione con l’Università di Torino, nell’ambito del progetto “Memip”, che si concentra su smalti, oreficeria e avori medievali in Piemonte.
I battenti sono stati confrontati stilisticamente e morfologicamente con oggetti simili del periodo romanico in Europa, utilizzando come riferimento lo studio monografico di Ursula Mende del 1981. Gli artefatti italiani hanno mostrato peculiarità specifiche, come l’iscrizione unica sui battenti di Milano e elementi stilistici influenzati dalle opere scultoree del cantiere di Sant’Ambrogio. L’artefatto del Piemonte è stato ipotizzato come arcaico, con una possibile datazione all’XI secolo.
L’analisi è stata condotta utilizzando lo strumento non invasivo THERMO Niton XLT GOLDD, che consentirà ai ricercatori di confrontare i risultati e determinare le somiglianze o le differenze tra gli oggetti analizzati.
The article discusses the rarity of locally-made doorknockers from Northern Italy, highlighting notable examples from Sant’Ambrogio in Milan, the Diocesan Museum of Susa, the Museum of Santa Giulia in Brescia, and the abbey of San Nazzaro Sesia in Piedmont. These artifacts underwent a chemical analysis conducted by CenISCo (Centro Interdisciplinare per lo Studio e la Conservazione dei Beni Culturali) at the University of Eastern Piedmont, in collaboration with the University of Turin, as part of the “Memip” project, which focuses on medieval enamels, metalwork, and ivories in Piedmont.
The doorknockers were compared stylistically and morphologically with similar items from the Romanesque period in Europe, using Ursula Mende’s 1981 monographic study as a reference. Italian artifacts demonstrated specific peculiarities, such as the unique inscription on the Milan doorknockers and stylistic elements influenced by the sculpted works of the Sant’Ambrogio shipyard. The artifact from Piedmont was hypothesized to be archaic, possibly dating back to the 11th Century.
The analysis used the non-invasive THERMO Niton XLT GOLDD instrument, which will ultimately allow the researchers to compare results and determine the similarities or differences between the analyzed objects.
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Analisi chimiche
di Angelo Agostino
L’analisi chimica dei manufatti metallici nell’ambito dello studio dei beni culturali riveste un ruolo fondamentale nel fornire informazioni utili sulla produzione e la manifattura di tali opere, che possono aiutare a determinarne la collocazione temporale e/o geografica, contribuendo così alle discussioni di storici e storici dell’arte. Data la natura degli oggetti, queste analisi devono rispettare una serie di parametri volti a evitare alterazioni o danni, come l’impiego di tecniche non distruttive o, come in questo caso, non invasive (senza contatto diretto con il reperto).
Attualmente, una delle tecniche analitiche più efficaci per ottenere informazioni sulla composizione chimica di oggetti metallici in modo non invasivo è la fluorescenza a raggi X (XRF). Questa tecnica si basa su un principio fisico secondo cui un materiale, irradiato con raggi X a bassa potenza, emette a sua volta raggi X caratteristici per ogni elemento chimico presente. In tal modo, si possono ottenere indicazioni sia qualitative che quantitative sulla composizione degli elementi chimici.
Si tratta, pertanto, di un’indagine di tipo elementare, in cui si raccolgono informazioni sugli atomi (e sulle loro quantità) che compongono la materia, senza però ottenere dati sulla struttura molecolare dei composti presenti.
The chemical analysis of metallic artifacts within the field of cultural heritage studies plays a crucial role in providing valuable information about the production and manufacture of such works, which can help determine their temporal and/or geographical origin, thus contributing to discussions by historians and art historians. Given the nature of these objects, such analyses must adhere to a set of parameters aimed at preventing alterations or damage, including the use of non-destructive techniques or, as in this case, non-invasive techniques (without direct contact with the artifact).
Currently, one of the most effective analytical techniques for obtaining chemical composition information of metallic objects in a non-invasive manner is X-ray fluorescence (XRF). This technique is based on a physical principle whereby a material, irradiated with low-power X-rays, emits characteristic X-rays for each chemical element present. In this way, both qualitative and quantitative data on the composition of the chemical elements can be obtained.
Thus, it is an elemental investigation that gathers information about the atoms (and their quantities) that make up the material, without, however, providing data on the molecular structure of the compounds present.
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