I piedi nudi come Imitatio Christi nell’iconografia francescana delle origini
di Alessandra Fiaschi
L’articolo si propone di mettere in evidenza la rappresentazione dei piedi nudi di Francesco. Fin dalle prime raffigurazioni iconografiche, questo elemento si configura come un chiaro segno di imitazione evangelica e del percorso di evangelizzazione intrapreso dall’Assisiate, ispirato alla “Missione dei Dodici”; successivamente esso diventa indicativo dell’identificazione di Francesco come alter Christus nella biografia bonaventuriana e negli affreschi di Giotto ad Assisi.Il saggio affronta dunque le più antiche rappresentazioni di Francesco, fino a giungere al ciclo giottesco di Assisi, che costituisce un fondamentale punto di svolta: da quel momento, i piedi nudi di Francesco assumono un significato più elevato, indicando non solo colui che ama e segue devotamente Cristo e i suoi insegnamenti, ma Cristo stesso. Tale interpretazione esercita un’influenza anche sulle raffigurazioni a piedi nudi di Cristo e degli apostoli a partire dal XIV secolo.
This article aims to emphasize the representation of Francesco’s bare feet. Since the earliest iconography, this kind of representation has been a clear sign of evangelical imitation and the path of evangelization that the Assisian decided to undertake, inspired by the “Mission of the Twelve”, and later it became an indication of Francesco’s identification as alter Christus in the Bonaventurian biography and in Giotto’s frescoes in Assisi. The present essay therefore address the oldest representations of Francesco, leading up to the frescoes by Giotto in Assisi. These indeed constitute the fundamental turning point after which Francesco’s bare feet acquire a higher significance, indicating not only the one who loves and devoutly follows Christ and his teachings but also Christ himself. This influencing extends to the barefoot depiction of Christ and the apostles from the 14th century.
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Roma fuori da Roma: le tante vite di San Flaviano a Montefiascone
di Marta Vizzini
Nel Medioevo, Montefiascone si affermò come uno dei centri più rilevanti lungo le vie di pellegrinaggio dirette a Roma. Situata ai margini dell’abitato, nel punto in cui si incontrano la Via Francigena e la Via Teutonica, la chiesa di San Flaviano rappresenta un santuario di grande originalità nel panorama dell’Italia centrale. Il saggio si propone un duplice obiettivo: da un lato analizzare le diverse fasi architettoniche del complesso nel corso del Medioevo; dall’altro chiarire le funzioni dei suoi vari spazi, elementi che devono essere letti congiuntamente alla luce dell’evoluzione storica di Montefiascone. Le forme architettoniche di San Flaviano subirono numerose trasformazioni: inizialmente chiesa pievana e di pellegrinaggio, legata al culto delle reliquie del martire Flaviano ivi sepolto, essa divenne successivamente una base logistica per le celebrazioni liturgiche dei pontefici residenti nella Rocca dei Papi. Alcune peculiarità dell’edificio contribuiscono a definire Montefiascone come una sorta di “piccola Roma fuori Roma”, almeno in alcune fasi della sua storia medievale. La struttura della chiesa è caratterizzata da due livelli sovrapposti, collegati da un’ampia apertura centrale. Il livello superiore, giunto fino a noi, rispecchia l’assetto voluto da papa Urbano IV (1262–1264), che probabilmente necessitava di una tale articolazione spaziale per finalità liturgiche, cerimoniali e simboliche: in particolare, per stabilire una corrispondenza ideale e visiva con la confessio petrina, anche attraverso la sovrapposizione degli altari principali dei due livelli e la valorizzazione della vocazione pellegrinale della chiesa. Infine, il saggio prende in esame alcuni degli aspetti più significativi della campagna decorativa pittorica del XIV secolo, finanziata da committenze laiche locali. Il ciclo, ricostruibile attraverso le scene dipinte, combina formule e modelli differenti, testimoniando la circolazione di maestranze, pittori, schemi iconografici e modelli figurativi su una scala geografica ampia.
In medieval times, Montefiascone emerged as one of the most significant centres on the pilgrimage routes to Rome. Situated on the edge of the town, at the crossroad between the Via Francigena and Via Teutonica meet, San Flaviano parish church is a very distinctive sanctuary in central Italy. The objective of this essay is twofold. First, it analyses the various and different architectural phases of the construction of the complex in the Middle Ages; second, it sheds light on the functions of its various spaces. Indeed, both elements need to be read together against the backdrop of Montefiascone’s evolving historical context. The architectural forms of San Flaviano changed in various ways throughout the Middle Ages: initially a parish and pilgrimage church, hinged on the devotion of buried-there martyr Flavian’s relics, it later emerged as a logistic base for the liturgical celebrations of the popes who resided in the Rocca dei Papi at the top of the town. Some specificities of the church are among the main reasons why Montefiascone can be considered as a small ‘Rome outside Rome’, at least in certain conjunctures of its medieval history. San Flaviano’s peculiar structure consists of two levels, connected through a large opening at the centre of the church. The upper level survived today as it was conceived by pope Urban IV (1262–1264), who probably needed such spatial articulation for liturgical and ceremonial purposes, as well as for symbolic reasons: establishing an ideal and visual correspondence with the confessio petrina, also through the overlapping of the two levels’ major altars and the exploitation of the pilgrim nature of the church. Finally, light will be shed on some of the most interesting aspects of the 14th-century campaign of pictorial decoration, financed by Montefiascone laymen, which can be retrieved within the various painted scenes. Combining different formulas and models, this decorative cycle well testifies the circulation of artisans, painters, iconographical schemes and figurative models on a quite broad geographical scale.
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Francesco Vanni’s Flagellation at Santa Cecilia in Trastevere, and Caravaggio’s regard for it and other new works there: implying an earlier start to the rivalry with Guido Reni
di Jacob Willer
La Flagellazione di Cristo di Francesco Vanni, realizzata per la basilica di Santa Cecilia in Trastevere tra il 1600 e il 1605, è stata in gran parte dimenticata dopo il suo trasferimento nel vicino convento, nonostante fosse una delle opere più copiate dell’epoca. Il saggio ne esamina il ruolo nella storia delle raffigurazioni di questo soggetto e ipotizza l’esistenza di un dialogo artistico tra Vanni e Caravaggio. Se Caravaggio, il cui nuovo stile dominato dalle ombre può essere messo in relazione con uno degli aspetti del revival paleocristiano allora emergente, prestò particolare attenzione ai lavori di rinnovamento promossi da Sfondrato a Trastevere, è anche probabile che proprio in quel contesto egli abbia rivolto per la prima volta un interesse significativo a Guido Reni. In effetti, opere di Caravaggio e di Reni databili attorno al 1601 presentano indizi di un reciproco confronto già in atto, ben prima che, nel 1605, Caravaggio arrivasse a minacciare Reni accusandolo di avergli sottratto lo stile.
Francesco Vanni’s Flagellation of Christ, which was made for the Basilica of Santa Cecilia in Trastevere at some point between 1600 and 1605, has largely been forgotten since it was removed to the adjacent convent, but it was one of the most copied paintings of the age. Here its place in the history of depictions of this subject is discussed, and an artistic conversation around it between Vanni and Caravaggio is hypothesised. If Caravaggio, whose new shadowy style may have reflected one aspect of the Paleochristian revival just then catching on, paid particular attention to Sfondrato’s renovations in Trastevere, it is also likely that there he first took serious note of Guido Reni. Indeed, both Caravaggio’s and Reni’s works from this time, c. 1601, contain clues that they were already responding to each other, long before Caravaggio, in 1605, came to threaten Reni for stealing his style.
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Notiziario
Per Fabrizio Santafede:
un’opera perduta, un documento ritrovato
di Giuseppe Porzio
La Flagellazione di Cristo di Francesco Vanni, realizzata per la basilica di Santa Cecilia in Trastevere tra il 1600 e il 1605, è stata in gran parte dimenticata dopo il suo trasferimento nel vicino convento, nonostante fosse una delle opere più copiate dell’epoca. Il saggio ne esamina il ruolo nella storia delle raffigurazioni di questo soggetto e ipotizza l’esistenza di un dialogo artistico tra Vanni e Caravaggio. Se Caravaggio, il cui nuovo stile dominato dalle ombre può essere messo in relazione con uno degli aspetti del revival paleocristiano allora emergente, prestò particolare attenzione ai lavori di rinnovamento promossi da Sfondrato a Trastevere, è anche probabile che proprio in quel contesto egli abbia rivolto per la prima volta un interesse significativo a Guido Reni. In effetti, opere di Caravaggio e di Reni databili attorno al 1601 presentano indizi di un reciproco confronto già in atto, ben prima che, nel 1605, Caravaggio arrivasse a minacciare Reni accusandolo di avergli sottratto lo stile.
Francesco Vanni’s Flagellation of Christ, which was made for the Basilica of Santa Cecilia in Trastevere at some point between 1600 and 1605, has largely been forgotten since it was removed to the adjacent convent, but it was one of the most copied paintings of the age. Here its place in the history of depictions of this subject is discussed, and an artistic conversation around it between Vanni and Caravaggio is hypothesised. If Caravaggio, whose new shadowy style may have reflected one aspect of the Paleochristian revival just then catching on, paid particular attention to Sfondrato’s renovations in Trastevere, it is also likely that there he first took serious note of Guido Reni. Indeed, both Caravaggio’s and Reni’s works from this time, c. 1601, contain clues that they were already responding to each other, long before Caravaggio, in 1605, came to threaten Reni for stealing his style.
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Recensioni
Le tecniche della pittura medievale.
Materiali, lavorazioni e percezione visiva
di Caterina Zaira Laskaris
Come l’autrice chiarisce nell’introduzione, il volume pone in evidenza due aspetti cardine, tra loro strettamente connessi, della pittura medievale, che ne plasmano le qualità estetiche e rispondono alle aspettative del suo pubblico: «disomogeneità ottica e materica» e «percezione cangiante e soggettiva». In sostanza, un dipinto medievale è caratterizzato da una variegatezza della texture di superficie, sottoposta a una gamma estremamente articolata di trattamenti, lavorazioni, combinazioni dei materiali che la compongono, al fine di ottenere risultati ottici differenziati: la pelle del dipinto è pensata ed elaborata per rispondere in modo differenziato alla luce che la colpisce e per sollecitare lo sguardo dello spettatore a cogliere le diverse rifrazioni, opacità, lucentezze, screziature.
As the author explains in the introduction, the volume highlights two key aspects of medieval painting—closely interconnected—which shape its aesthetic qualities and respond to the expectations of its audience: “optical and material heterogeneity” and “shifting, subjective perception.” In essence, a medieval painting is characterized by a rich variety in its surface texture, subjected to an अत्य intricate range of treatments, techniques, and combinations of materials in order to achieve differentiated optical effects. The “skin” of the painting is conceived and crafted to respond in varied ways to the light that strikes it, and to prompt the viewer’s gaze to perceive its diverse refractions, opacities, luminosities, and variegations.
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