San Giuseppe col Bambino di Pompeo Ferrucci
Santagata al Santuario della Guardia
Una commendatio in casa Minerbi-Dal Sale
L’Annunciazione di Gillis Tavernier
Novità su Bernardino Licinio
Nuove opere di Barnaba da Modena
Giovanni Angelo Del Maino al Liebieghaus

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Arte Cristiana n° 943 + pdf

Pubblicato in Luglio/Agosto 2024
fascicolo numero progressivo: Volume CXII

Categoria:

242 Umberto Bordoni Editoriale
244 Marco Coppolaro Una Paternità per Pompeo Ferrucci? Riflessioni su un’iconografia di San Giuseppe col Bambino a partire da un inedito tondo marmoreo a rilievo
252 Andrea Daffra Pittura, iconografia e spiritualità: l’affresco di Antonio Giuseppe Santagata al Santuario genovese di Nostra Signora della Guardia (1963-1967)
260 Dario De Cristofaro Un Giudizio o una commendatio? Appunti su un’insolita figurazione funeraria trecentesca in casa Minerbi-Dal Sale a Ferrara
268 Bernardo Oderzo Gabrieli Da Audenarde a Chieri: l’Annunciazione di Gillis Tavernier
286 Olga Piccolo Luca Salaorni Novità su Bernardino Licinio: aggiunte al catalogo e alla storia collezionistica
300 Nicolò Pitto Nuove opere di Barnaba da Modena e la persistenza del dossale in Liguria nel Trecento
308 Emiliano Stefenetti Per Giovanni Angelo Del Maino: due sculture inedite dalla collezione del Liebieghaus Museum

Editoriale

di Umberto Bordoni

Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere. La Biennale d’arte di Venezia 2024 trova una sua convincente chiave di lettura nella figura dello straniero come emblematica di uno spaesamento esistenziale, prima ancora che migratorio, che connota la postmodernità. A tema la fatica dell’abitare: una condizione di estraneità costitutiva di un’epoca di transizione liquida e di evanescenza dell’orizzonte simbolico. Gli artisti resistono al disincantamento del mondo per vie sorprendentemente costruttive di meditato ritorno agli archetipi mitici di senso più che alle forme sintomatiche ed esacerbate della denuncia e dello sfogo.
L’Esposizione internazionale d’arte, a cura di Adriano Pedrosa, senza evadere dai temi politicamente corretti, con ampia attenzione a questioni di genere e all’emergenza di donne artiste, trova un suo viluppo convincente, dando spazio ad autori, provenienze e sviluppi inediti. Anche la silloge iconografica dei modernismi novecenteschi non occidentali, installata ai Giardini, esce felicemente dai conformismi di sistema e favorisce una pluralità di approcci.
Tra i padiglioni nazionali quello tedesco colpisce per la forza evocativa con la quale intreccia, in una sorta di eterno ritorno, visioni mitopoietiche del passato, uno scenario attuale post-apocalittico e una fantascientifica diaspora post-terrestre.
Notevole è la presenza del padiglione vaticano presso la casa di detenzione femminile della Giudecca: un esempio di come l’arte possa agire come strumento di ‘ridomesticazione’.
Benedicti Claustra Onlus all’Isola di San Giorgio Maggiore propone una installazione della scultrice belga Berlinde De Bruyckere: tre Arcangeli che sembrano sospesi tra cielo e terra, avvolti in teli di cera e drappi che conferiscono loro un’aura enigmatica. City of Refuge III, il nome dell’esposizione, evoca l’immagine biblica delle città di asilo per i reietti e nasce nel contesto di una narrazione post-pandemica.
Lo spazio sacro della Basilica palladiana genera un dispositivo complesso di installazione degli Arcangeli, non solo per un tema di visibilità e di scala, ma forse per una necessaria deframmentazione dell’opera tesa a proiettarla in dimensioni
differentemente liminali. Una tensione verticale anzitutto, ad articolare il tangibile e l’inaccessibile: piedestallo/statua, diaframma/specchio, asta/insegna. E poi a tessere un sistema complesso di rimandi tra il rudere della macchina tecnica, la figura del corpo umano/angelico dal volto velato, l’immagine riflessa come intreccio di relazione con l’intero edificio ma anche di moltiplicazione polisemica, e infine l’insegna con la sua tessitura densa di enunciazione, quasi una pelle primitiva del senso, come quella che avvolge il sacro libro nel coro. Una parabola del nostro tempo, dove gli Arcangeli sono le figure di commiato per una trascendenza perduta o i melanconici araldi di un ritorno del sacro.

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Una Paternità per Pompeo Ferrucci?
Riflessioni su un’iconografia di San Giuseppe col Bambino a partire da un inedito tondo marmoreo a rilievo

di Marco Coppolaro

L’articolo si concentra sull’iconografia di San Giuseppe con il Bambino, a partire dalla scoperta di un tondo inedito che raffigura questi soggetti a rilievo. L’opera è conservata a Roma, nell’antico Conservatorio della Santissima Concezione all’Arco di San Vito. La scultura presenta una soluzione compositiva specifica, nata a Roma nella prima metà del XVII secolo, che mostra San Giuseppe nell’atto di tenere il Bambino tra le braccia, in un intimo scambio di sguardi. A partire da questo schema, viene proposta un’ipotesi di trasmissione iconografica dall’antichità, in cui si combinano la rievocazione di una memoria culturale e un preciso modello figurativo. Tale modello può essere individuato anche nella statua classica di Sileno con il piccolo Dioniso, la cui struttura è incentrata sul concetto di paternità adottiva, come nel caso di San Giuseppe. Il rilievo – inserito in un processo di progressiva elaborazione dello stile iconografico cristiano – è attribuito a Pompeo Ferrucci, scultore nato a Firenze e attivo a Roma dalla metà del primo decennio fino alla fine degli anni Trenta del Seicento.

The article focuses on the iconography of St. Joseph with Child, starting with the discovery of an unpublished tondo depicting these subjects in relief. This artwork is preserved in Rome in the ancient Conservatory Santissima Concezione all’Arco di San Vito. The sculpture depicts a specific compositional solution, which originated in Rome in the first half of the 17th century, showing St. Joseph holding the Child in his arms in an intimate exchange of glances. Based on the scheme mentioned above, one case of iconographic transmission from antiquity is proposed, in which both the revival of a cultural memory and a specific model act in conjunction. This model can also be seen in the classical statue of Silenus holding the Infant Dionysus, whose structure is centred on the concept of adoptive fatherhood, as in the case of St. Joseph. The relief – included in a series of gradual refinements of the Christian iconographic style – is attributed to Pompeo Ferrucci, a sculptor born in Florence and active in Rome from the middle of the first decade to the end of the 1630s.

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Pittura, iconografia e spiritualità: l’affresco di Antonio Giuseppe Santagata al Santuario genovese di Nostra Signora della Guardia (1963-1967)

di Andrea Daffra

Il contributo indaga l’affresco realizzato da Antonio Giuseppe Santagata sulla volta centrale del Santuario di Nostra Signora della Guardia a Ceranesi, eseguito tra il 1963 e il 1967. Lo studio propone un’analisi approfondita della bibliografia e di documenti inediti provenienti dall’archivio personale dell’artista, conservato presso la Biblioteca Civica “Niccolò Cuneo” di Camogli. La metodologia di ricerca si basa sull’esame della corrispondenza, dei bozzetti preparatori e degli appunti dell’artista, al fine di ricostruire con precisione la genesi e la struttura dell’opera. Un aspetto centrale dell’indagine è rappresentato dalla lettura iconografica del dipinto, che approfondisce i significati simbolici e teologici insiti nella composizione. Questo contributo costituisce il primo studio organico dedicato all’opera di Santagata all’interno del santuario mariano, analizzandone sia le scelte stilistiche sia le intenzioni spirituali che hanno guidato il processo creativo.

This paper investigates the fresco painted by Antonio Giuseppe Santagata on the central vault of the Sanctuary of Nostra Signora della Guardia in Ceranesi, completed between 1963 and 1967. It offers an in-depth examination of bibliographic material and unpublished documents from the artist’s personal archive, preserved at the Biblioteca Civica “Niccolò Cuneo” in Camogli. The research methodology includes the analysis of correspondence, preparatory sketches, and Santagata’s personal notes to accurately outline the genesis and structure of the work. A key focus of the investigation is the iconographic reading of the painting, which delves into the symbolic and theological meanings inherent in the composition. This contribution represents the first structured study dedicated to Santagata’s work within the Marian sanctuary, examining both his stylistic choices and the spiritual intentions behind his creative process.

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Un Giudizio o una commendatio? Appunti su un’insolita figurazione funeraria trecentesca in casa Minerbi-Dal Sale a Ferrara

di Dario De Cristofaro

Nel salone principale della residenza quattrocentesca appartenuta alla famiglia Dal Sale, importante casato ferrarese, si trova una singolare raffigurazione devozionale-funeraria. Questa rappresentazione è unica nel suo genere, poiché fonde elementi della commendatio e del Giudizio Universale, configurandosi come un esempio del tutto inedito all’interno di un contesto abitativo.

In the grand hall of the fourteenth-century residence once belonging to the Dal Sale family, a prominent Ferrarese lineage, there is an unusual devotional-funerary depiction. This portrayal is unique, blending elements of the commendatio and the Last Judgment, making it an entirely unprecedented example within a residential context.

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Da Audenarde a Chieri: l’Annunciazione di Gillis Tavernier

di Bernardo Oderzo Gabrieli

L’articolo esamina l’affresco dell’Annunciazione datato 1469, conservato nel Santuario dell’Annunciata a Chieri. Questo caso arricchisce le conoscenze già acquisite sulle opere e sui maestri fiamminghi del XV secolo attivi a Chieri. Recenti dati d’archivio identificano il pittore come Gillis Tavernier, membro di una prestigiosa dinastia artistica di Audenarde e cugino del celebre miniatore Jan de Tavernier, con il quale condivideva modelli figurativi. A Chieri, l’attività di Gillis è collegata alla famiglia Villa, in particolare a Claudius e al prelato di Lovanio Henric Rampart. Approfonditi studi tecnici sul dipinto murale hanno inoltre messo in luce caratteristiche distintive riconducibili alla cultura materiale nordica, come l’impiego del pressbrokat e l’uso di polvere di vetro incolore mescolata a strati di lacca rossa.

This article examines the Annunciation fresco dated 1469, preserved in the Santuario dell’Annunciata in Chieri. This case enriches the existing knowledge of 15th-century Flemish works and masters in Chieri. Recent archival data identify the painter as Gillis Tavernier, a member of a prestigious artist lineage from Audenarde and cousin to the famous illuminator Jan de Tavernier, with whom he shared models. In Chieri, Gillis’s work is associated with the Villa family, particularly Claudius and the Louvain prelate Henric Rampart. In-depth technical studies of the Chieri wall painting reveal distinctive features closely tied to a northern material culture, such as the use of pressbrokat and colorless glass powder mixed with red lake layers.

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Novità su Bernardino Licinio: aggiunte al catalogo
e alla storia collezionistica

di Olga Piccolo, Luca Salaorni

Il saggio ricostruisce la storia di due opere sacre di Bernardino Licinio, oggi conservate in collezioni private. Documenti inediti provenienti dagli archivi di Milano, Modena e Roma, insieme a raccolte fotografiche, hanno permesso di tracciare le vicende della Pala di San Vito (1530), originariamente destinata all’altare maggiore della chiesa di San Vito a Ferrara, legata a un convento di monache agostiniane. Dopo le soppressioni, la pala fu selezionata per la Pinacoteca di Brera a Milano, dove giunse nel 1811 insieme ad altre cinque opere, anch’esse provenienti da Ferrara. Il saggio documenta per la prima volta la storia espositiva di questi dipinti. Nel 1815, la pala di Licinio fu collocata nella chiesa parrocchiale di Agliate (Monza e Brianza), da cui scomparve misteriosamente nel corso del XIX secolo. La ricerca ha ricostruito la sua successiva provenienza nella celebre collezione Prinetti di Milano, che all’inizio del XX secolo ospitava numerose opere di rilievo. Inoltre, la lettura di un’iscrizione finora trascurata offre un indizio sull’identità della committente, probabilmente una monaca agostiniana appartenente alla famiglia Zerbinati di Ferrara. Infine, l’opera viene messa in relazione con un trittico inedito di Licinio, appartenuto al padre del conoscitore Gustavo Frizzoni e citato in un inventario del 1849. Di questo trittico era finora noto solo il pannello centrale, erroneamente ritenuto parte delle collezioni dell’Hermitage.

This essay reconstructs the history of two sacred works by Bernardino Licinio, now held in private collections. Newly discovered documents from the archives of Milan, Modena, and Rome, along with photographic collections, have allowed for tracing the movements of the Pala di San Vito (1530), originally conceived for the main altar of the Church of San Vito in Ferrara, linked to a convent of Augustinian nuns. After the suppression, the altarpiece was selected for the Pinacoteca di Brera (Milan), where it arrived in 1811 with five other artworks, also from Ferrara. For the first time, this essay documents the exhibition history of these works. In 1815, Licinio’s altarpiece was placed in the Parish Church of Agliate (Monza e Brianza), from which it mysteriously disappeared in the 19th century. The research has traced its later provenance to the renowned Prinetti collection in Milan, which housed other significant artworks in the early 20th century. Moreover, the reading of a previously overlooked inscription provides a clue to the identity of the altarpiece’s patron, likely an Augustinian nun from the Zerbinati family of Ferrara. Lastly, the work is compared with an unpublished triptych by Licinio, which belonged to the father of art connoisseur Gustavo Frizzoni, mentioned in an 1849 inventory. Only the central panel of the triptych was previously known, erroneously believed to be part of the Hermitage Museum collection.

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Nuove opere di Barnaba da Modena e la persistenza del dossale in Liguria nel Trecento

di Nicolò Pitto

L’articolo si propone di presentare alcune opere inedite del pittore Barnaba da Modena, originario dell’Emilia ma attivo a Genova, da dove inviò opere in Piemonte e in Spagna e lavorò anche a Pisa. Tre delle opere presentate, raffiguranti i Santi Leonardo, Nicola di Bari e Bartolomeo, vengono ricondotte a un medesimo polittico. L’analisi della venatura orizzontale del legno e di altri dati tecnici – come i punzoni decorativi – ha permesso di ipotizzare che esse appartenessero a una struttura d’altare modellata su esempi dei primi decenni del XIV secolo. Parallelamente, è stato condotto uno studio approfondito volto a esaminare e analizzare la fortuna di questa tipologia di polittico in Liguria nel corso del Trecento.

The article intends to present some previously unpublished works by the painter Barnaba da Modena, a native of Emilia but active in Genoa, from where he sent works to Piedmont and Spain and also worked in Pisa. Three of the works presented, Saints Leonard, Nicholas of Bari and Bartholomew, are traced back to the same altarpiece. Considering the horizontal grain of the wood and other technical data – such as the punch-marks – made it possible to hypothesize that it belongs to an altarpiece, modelled on models from the early 14th century. At the same time, an in-depth study was carried out to examine and analyze the fortunes of this type of altarpiece in Liguria during the 14th century.

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Per Giovanni Angelo del Maino:
due sculture inedite dalla collezione del Liebieghaus Museum

di Emiliano Stefenetti

L’articolo presenta due sculture lignee conservate nella collezione del Liebieghaus Museum di Francoforte, raffiguranti un San Giovanni Battista e una Maria Maddalena, qui attribuite a Giovanni Angelo del Maino, il più importante scultore ligneo del Rinascimento lombardo. L’autore propone per queste due opere una provenienza da due complessi scultorei perduti: il San Giovanni sarebbe probabilmente parte della Pala di Pezzana, originariamente nella chiesa del Carmine a Pavia; mentre la Maddalena apparterrebbe al Compianto di Piacenza, del quale erano finora note solo alcune figure. Lo studio offre inoltre l’occasione per aggiungere a questo gruppo del Compianto anche il Cristo morto conservato nella chiesa di Santa Eufemia a Piacenza, finora mai studiato né attribuito.

The article presents two wooden sculptures in the collection of the Liebieghaus Museum in Frankfurt, a Saint John the Baptist and a Mary Magdalene, here attributed to Giovanni Angelo del Maino, the most important wooden sculptor of the Lombard Renaissance. The author proposes for these two pieces a provenance from two lost sculptural complex: the St John was probably part of the Pezzana Altarpiece, originally in the Church of Carmine in Pavia; while the Magdalene was part of the Lamentation of Piacenza of which were known only some figures. The study is also an opportunity to added to this Lamentation group the Dead Christ in the Church of Santa Eufemia (in Piacenza), which until now has never studied and attributed.

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Museo Carmelitano Carmus. Teresa di Gesù in Alba de Tormes

di Elisabetta Marchetti

La città spagnola di Alba de Tormes, nella provincia di Salamanca (Comunità autonoma di Castilla y León), è fortemente vincolata alla vita e alla figura di Teresa di Gesù (1515-1582), la carmelitana mistica, scrittrice, andariega, fondatrice di conventi e riformatrice dell’antico Ordine del Carmelo. Ad Alba de Tormes santa Teresa d’Avila, come è più conosciuta in Italia, fondò nel 1571 il suo ottavo monastero, frutto dell’azione di rinnovamento da lei compiuta all’interno di un’antica tradizione religiosa sorta nel XIII secolo. Anni più tardi, il 4 ottobre 1582, Teresa morì e venne sepolta in questo monastero che subito diventò meta di pellegrini provenienti prima dalla Spagna e, in seguito, da tutto il mondo. La presenza di Teresa in questa città castigliana nei giorni che precedettero la morte si doveva al fatto che la santa, benché stanca ed ammalata, era stata chiamata in città per accompagnare la sposa di don Fernando Álvarez de Toledo y Pimentel, III duca d’Alba, doña Maria Enríquez che era in procinto di dare alla luce un figlio. Questo duca d’Alba, figura di rilievo nelle corti di Carlo I di Spagna e Filippo II, ebbe il merito di convertire la cittadina in un centro di vita culturale attirando, grazie al suo mecenatismo, nobili pensatori, pittori, scrittori ed artisti del Siglo de Oro. Il legame tra la casa d’Alba, Teresa e il suo Ordine dura tutt’ora come dimostrano innumerevoli interventi ed iniziative.

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Un Medioevo di abbracci.
Non solo d’amore, non solo umani

di Giovanna Brambilla

In una società sempre più algofobica, dove al moltiplicarsi delle connessioni non corrisponde quello delle relazioni, il libro di Virtus Zallot si concentra su un alfabeto di gesti che prendono vita tra persone, corpi, cose, scegliendo i confini del Medioevo. Questo periodo storico, che porta un nome indefinito e sospeso tra l’Età classica e quella rinascimentale, quasi a denigrarne gli esiti, è in realtà un’epoca incredibilmente generativa, tale da avere un’onda lunga che si sente anche nella contemporaneità, e non è così distante dal nostro sentire. La crescita della borghesia, le sovrapposizioni tra laico e profano, l’intensa spiritualità e la greve fisicità sono l’innesco delle trasformazioni che creeranno la sensibilità moderna.

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