Novità su Bernardino Licinio: aggiunte al catalogo
e alla storia collezionistica
di Olga Piccolo, Luca Salaorni
Il saggio ricostruisce la storia di due opere sacre di Bernardino Licinio, oggi conservate in collezioni private. Documenti inediti provenienti dagli archivi di Milano, Modena e Roma, insieme a raccolte fotografiche, hanno permesso di tracciare le vicende della Pala di San Vito (1530), originariamente destinata all’altare maggiore della chiesa di San Vito a Ferrara, legata a un convento di monache agostiniane. Dopo le soppressioni, la pala fu selezionata per la Pinacoteca di Brera a Milano, dove giunse nel 1811 insieme ad altre cinque opere, anch’esse provenienti da Ferrara. Il saggio documenta per la prima volta la storia espositiva di questi dipinti. Nel 1815, la pala di Licinio fu collocata nella chiesa parrocchiale di Agliate (Monza e Brianza), da cui scomparve misteriosamente nel corso del XIX secolo. La ricerca ha ricostruito la sua successiva provenienza nella celebre collezione Prinetti di Milano, che all’inizio del XX secolo ospitava numerose opere di rilievo. Inoltre, la lettura di un’iscrizione finora trascurata offre un indizio sull’identità della committente, probabilmente una monaca agostiniana appartenente alla famiglia Zerbinati di Ferrara. Infine, l’opera viene messa in relazione con un trittico inedito di Licinio, appartenuto al padre del conoscitore Gustavo Frizzoni e citato in un inventario del 1849. Di questo trittico era finora noto solo il pannello centrale, erroneamente ritenuto parte delle collezioni dell’Hermitage.
This essay reconstructs the history of two sacred works by Bernardino Licinio, now held in private collections. Newly discovered documents from the archives of Milan, Modena, and Rome, along with photographic collections, have allowed for tracing the movements of the Pala di San Vito (1530), originally conceived for the main altar of the Church of San Vito in Ferrara, linked to a convent of Augustinian nuns. After the suppression, the altarpiece was selected for the Pinacoteca di Brera (Milan), where it arrived in 1811 with five other artworks, also from Ferrara. For the first time, this essay documents the exhibition history of these works. In 1815, Licinio’s altarpiece was placed in the Parish Church of Agliate (Monza e Brianza), from which it mysteriously disappeared in the 19th century. The research has traced its later provenance to the renowned Prinetti collection in Milan, which housed other significant artworks in the early 20th century. Moreover, the reading of a previously overlooked inscription provides a clue to the identity of the altarpiece’s patron, likely an Augustinian nun from the Zerbinati family of Ferrara. Lastly, the work is compared with an unpublished triptych by Licinio, which belonged to the father of art connoisseur Gustavo Frizzoni, mentioned in an 1849 inventory. Only the central panel of the triptych was previously known, erroneously believed to be part of the Hermitage Museum collection.
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Nuove opere di Barnaba da Modena e la persistenza del dossale in Liguria nel Trecento
di Nicolò Pitto
L’articolo si propone di presentare alcune opere inedite del pittore Barnaba da Modena, originario dell’Emilia ma attivo a Genova, da dove inviò opere in Piemonte e in Spagna e lavorò anche a Pisa. Tre delle opere presentate, raffiguranti i Santi Leonardo, Nicola di Bari e Bartolomeo, vengono ricondotte a un medesimo polittico. L’analisi della venatura orizzontale del legno e di altri dati tecnici – come i punzoni decorativi – ha permesso di ipotizzare che esse appartenessero a una struttura d’altare modellata su esempi dei primi decenni del XIV secolo. Parallelamente, è stato condotto uno studio approfondito volto a esaminare e analizzare la fortuna di questa tipologia di polittico in Liguria nel corso del Trecento.
The article intends to present some previously unpublished works by the painter Barnaba da Modena, a native of Emilia but active in Genoa, from where he sent works to Piedmont and Spain and also worked in Pisa. Three of the works presented, Saints Leonard, Nicholas of Bari and Bartholomew, are traced back to the same altarpiece. Considering the horizontal grain of the wood and other technical data – such as the punch-marks – made it possible to hypothesize that it belongs to an altarpiece, modelled on models from the early 14th century. At the same time, an in-depth study was carried out to examine and analyze the fortunes of this type of altarpiece in Liguria during the 14th century.
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Per Giovanni Angelo del Maino:
due sculture inedite dalla collezione del Liebieghaus Museum
di Emiliano Stefenetti
L’articolo presenta due sculture lignee conservate nella collezione del Liebieghaus Museum di Francoforte, raffiguranti un San Giovanni Battista e una Maria Maddalena, qui attribuite a Giovanni Angelo del Maino, il più importante scultore ligneo del Rinascimento lombardo. L’autore propone per queste due opere una provenienza da due complessi scultorei perduti: il San Giovanni sarebbe probabilmente parte della Pala di Pezzana, originariamente nella chiesa del Carmine a Pavia; mentre la Maddalena apparterrebbe al Compianto di Piacenza, del quale erano finora note solo alcune figure. Lo studio offre inoltre l’occasione per aggiungere a questo gruppo del Compianto anche il Cristo morto conservato nella chiesa di Santa Eufemia a Piacenza, finora mai studiato né attribuito.
The article presents two wooden sculptures in the collection of the Liebieghaus Museum in Frankfurt, a Saint John the Baptist and a Mary Magdalene, here attributed to Giovanni Angelo del Maino, the most important wooden sculptor of the Lombard Renaissance. The author proposes for these two pieces a provenance from two lost sculptural complex: the St John was probably part of the Pezzana Altarpiece, originally in the Church of Carmine in Pavia; while the Magdalene was part of the Lamentation of Piacenza of which were known only some figures. The study is also an opportunity to added to this Lamentation group the Dead Christ in the Church of Santa Eufemia (in Piacenza), which until now has never studied and attributed.
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Museo Carmelitano Carmus. Teresa di Gesù in Alba de Tormes
di Elisabetta Marchetti
La città spagnola di Alba de Tormes, nella provincia di Salamanca (Comunità autonoma di Castilla y León), è fortemente vincolata alla vita e alla figura di Teresa di Gesù (1515-1582), la carmelitana mistica, scrittrice, andariega, fondatrice di conventi e riformatrice dell’antico Ordine del Carmelo. Ad Alba de Tormes santa Teresa d’Avila, come è più conosciuta in Italia, fondò nel 1571 il suo ottavo monastero, frutto dell’azione di rinnovamento da lei compiuta all’interno di un’antica tradizione religiosa sorta nel XIII secolo. Anni più tardi, il 4 ottobre 1582, Teresa morì e venne sepolta in questo monastero che subito diventò meta di pellegrini provenienti prima dalla Spagna e, in seguito, da tutto il mondo. La presenza di Teresa in questa città castigliana nei giorni che precedettero la morte si doveva al fatto che la santa, benché stanca ed ammalata, era stata chiamata in città per accompagnare la sposa di don Fernando Álvarez de Toledo y Pimentel, III duca d’Alba, doña Maria Enríquez che era in procinto di dare alla luce un figlio. Questo duca d’Alba, figura di rilievo nelle corti di Carlo I di Spagna e Filippo II, ebbe il merito di convertire la cittadina in un centro di vita culturale attirando, grazie al suo mecenatismo, nobili pensatori, pittori, scrittori ed artisti del Siglo de Oro. Il legame tra la casa d’Alba, Teresa e il suo Ordine dura tutt’ora come dimostrano innumerevoli interventi ed iniziative.
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Un Medioevo di abbracci.
Non solo d’amore, non solo umani
di Giovanna Brambilla
In una società sempre più algofobica, dove al moltiplicarsi delle connessioni non corrisponde quello delle relazioni, il libro di Virtus Zallot si concentra su un alfabeto di gesti che prendono vita tra persone, corpi, cose, scegliendo i confini del Medioevo. Questo periodo storico, che porta un nome indefinito e sospeso tra l’Età classica e quella rinascimentale, quasi a denigrarne gli esiti, è in realtà un’epoca incredibilmente generativa, tale da avere un’onda lunga che si sente anche nella contemporaneità, e non è così distante dal nostro sentire. La crescita della borghesia, le sovrapposizioni tra laico e profano, l’intensa spiritualità e la greve fisicità sono l’innesco delle trasformazioni che creeranno la sensibilità moderna.
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