Editoriale
di Umberto Bordoni
L’anno si chiude col sangue che scorre nella Terra che noi cristiani ci ostiniamo a chiamare Santa e che una sommersa e tenace appartenenza ci fa percepire come nostra: «Sono in te tutte le mie sorgenti», come canta il Salmo 87, «L’uno e l’altro in essa sono nati», riconoscendo a Gerusalemme, nella Civitas Dei, l’origine dell’umanità come alterità promettente.
Il costante impegno della nostra rivista a offrire uno spazio di condivisione per nuovi studi sull’arte cristiana, in tempi di così rapido mutamento antropologico e di sorprendente instabilità politica, può apparire accessorio, soprattutto in un momento in cui l’attenzione ecclesiale sembra giustamente orientarsi a profili di più evidente urgenza. Eppure siamo convinti che mai come oggi le ragioni del dolore e del dramma, del senso e della speranza possano trovare nelle espressioni più nobili dell’arte un’ospitalità densa di senso. Nella più sofisticata ed estetizzata delle civiltà l’emersione della barbarie, della violenza gratuita ed efferata, del gusto per la spettacolarizzazione del dolore, dell’odio e della vendetta, assume l’ombra sinistra di una regressione, di uno smarrimento del dramma umano, della libertà esposta alla prova della storia, colpevolmente dimentica del patrimonio culturale col quale l’Occidente ha cercato di dare forma e senso al vivere.
Quando la violenza è esplosa in Israele e a Gaza, Mimmo Paladino ha avvertito un appello indifferibile a dipingere e ha iniziato una serie di Madonne Nere.
Ne ha dipinte sei: icone di prossimità, di supplica, di compassione umana e celeste. Variazioni sul tema della maternità divina, che passano dall’iconografia della Vergine in trono a quella della Misericordia. Il motivo della Madonna Nera è caro alla pietà cristiana, diffuso da secoli nelle varie latitudini, raccoglie in sé echi di culti ancestrali e soprattutto le ragioni affettive di una intima partecipazione. Il nero che caratterizza i volti di Maria e di Gesù è quello della tenebra altrui, assunta e condivisa, come canta il prologo giovanneo, Luce che splende nelle tenebre senza che le tenebre possano vincerla.
Paladino ha però dipinto una settima Madonna Nera, che ha voluto tenere per sé e appendere nel suo studio milanese, quella che per sua cortesia abbiamo posto in copertina: fuori serie rispetto alle altre, non più icona, un grido materico.
Nessuna concessione al colore, solo l’esplodere del dramma, l’esposizione del Bambino, precariamente appeso a un chiodo, e l’effacement, la cancellazione del volto della Vergine, sostituito da una inquietante nebulosa bianca. C’è ancora spazio per la Pietà? L’arte cristiana lancia un grido, appella a un Volto.
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The altarpiece of the chapel of Saint Anne’s Shelter in Diu: Uncovering an important artwork of the former Portuguese India (turn of the 17th century)
di Joaquim Rodrigues dos Santos, José Meco, Vanessa Antunes, Vítor Serrão
L’isola di Diu (India) è stata un territorio portoghese per più di quattro secoli fino alla sua integrazione allo stato indiano nel 1961. L’influenza portoghese può essere osservata in molti edifici e opere d’arte presenti sull’isola, ma molti di queste opere rischiano di deteriorarsi o scomparire del tutto. La pala d’altare dentro la cappella del Rifugio di Sant’Anna è un’opera conservata miseramente e finora rimasta quasi sconosciuta. Trascurato dagli storici dell’arte, questo importante artefatto è probabilmente il più antico dipinto rimasto a Diu, direttamente collegato a Goa e il Portogallo, esemplificativo dei movimenti delle forme d’arte tra Europa e Asia. Questo articolo intende comprendere il contesto in cui è stata prodotta la pala d’altare, e le sue influenze ed origini. Anche la storia dell’edificio dove si trova la pala è importante, poiché rivela anche molto della storia della pala e il contesto dell’isola di Diu.
Diu Island (India) was a Portuguese territory for more than four centuries until its integration into India in 1961. Portuguese influence can be seen in many buildings and works of art on the island, although many of these are in danger of deteriorating
or vanishing altogether. The altarpiece in the chapel of Saint Anne’s Shelter is a poorly conserved work which remains almost unknown. Overlooked by art historians, this important work of art is probably the oldest remaining painting in Diu, directly linked to
Goa and Portugal, exemplifying the journey of art forms between Europe and Asia. This article intends to understand the context in which the altarpiece was produced, and its influences and origins. The history of the building where the altarpiece stands is also important, as it likewise reveals the altarpiece’s history and context in Diu.
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Le strategie di san Giuseppe Calasanzio per gli ‘abbellimenti’ delle Scuole Pie
di Sandra Costa
Il contributo, realizzato grazie a ricerche condotte negli archivi della curia generale dei Padri Scolopi a Roma, propone alcune riflessioni sulle strategie di decorazione e abbellimento di scuole e chiese realizzate da San Giuseppe Calasanzio, il fondatore dell’Ordine, agli inizi del XVII secolo. Il testo analizza le modalità di trasmissione di competenze tecniche e materiali artistici all’interno delle diverse ramificazioni dell’Ordine, al fine di sostenere una produzione artistica ricca e multiforme, caratterizzata dall’esigenza di economicità e autosufficienza. Il passaggio di questi manufatti, spesso realizzati con materiali poveri ma comunque dall’aspetto prezioso, da allestimenti temporanei a strutture permanenti, contribuisce a mettere in luce una molteplicità di spazi e di attori della cultura materiale. Inoltre, la possibilità di una separazione geografica tra i luoghi di ideazione e quelli di esecuzione evidenzia strategie produttive che presentano aspetti di rilevante modernità.
The contribution, made from research carried out in the archives of the general curia of the Scolopians (Piarist Order) in Rome, proposes some reflections on the strategies for decoration and embellishment of schools and churches elaborated by St. Joseph Calasanzio, the founder of the Order, at the beginning of the 17th century. The text analyzes the ways in which technical skills and artistic materials were passed on in the different branches of the Order, so as to support a rich and differentiated production of art objects characterized by the needs of economy and self-sufficiency. The transition of these artifacts, often characterized by poor but sumptuous-looking materials, from ephemeral apparatus to permanent resource contributes to highlight a multiplicity of spaces and actors of the material culture. Furthermore, the possibility of a geographic separation between the places of invention and those of execution highlights production strategies which show aspects of relevant modernity.
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Il portale proto-gotico di Santa Giustina a Padova. Uno studio iconologico
di Francesca Marcellan
Per quanto possiamo ricostruire dalle parti rimanenti, il portale proto-gotico della perduta chiesa medievale dell’Abbazia di Santa Giustina a Padova, presenta un doppio ciclo iconografico. Da un lato si focalizza sull’Eucaristia, e dall’altro sul ruolo della Chiesa nella società contemporanea, segnata sia dalle lotte tra Papato e Impero, sia da quelle tra Impero e Comuni. Infatti, l’Abbazia di Santa Giustina si distingueva per il suo appoggio al Comune di Padova, così come per la sua lealtà al Papato piuttosto che ai papi scismatici nominati dall’Imperatore per ottenere privilegi speciali. Ampio spazio è dedicato anche ai temi del tempo e del lavoro, conseguenze del peccato di Adamo, rappresentati dai Segni Zodiacali, dai Mesi e dalle Stagioni. Autunno e Inverno sono raffigurati come allegoria della caccia, una soluzione piuttosto insolita per l’epoca e, al contrario, molto diffusa in età romana. La scelta di questi soggetti costituisce una significativa presenza del mondo naturale, che permea anche la rappresentazione allegorica dell’Eucaristia situata nella lunetta.
As far as we can reconstruct from its surviving parts, the proto-Gothic portal of the lost medieval church of St. Giustina’s Abbey in Padua displays a double iconographic cycle. On the one hand it focuses on the Eucharist, and on the other hand on the Church’s role in contemporary society, marked by both the struggles between the Papacy and the Empire, and between the Empire and the Communes. Indeed, St.Giustina’s Abbey stood out for its support to Padua’s Commune, as well as for its loyalty to the Papacy rather than to the schismatic popes appointed by the Emperor, so as to gain special privileges. Ample space is also given to the themes of time and work, consequences of Adam’s sin, which are represented by the Zodiac Signs, the Months and the Seasons. Autumn and Winter are depicted in the form of a hunting allegory, a rather unusual solution at the time and, instead, very popular in Roman times. The choice of these subjects results a significant presence of the natural world, which also permeates the allegorical representation of the Eucharist situated in the lunette.
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