Crocifissi polimaterici
Approcci multidisciplinari
Pomodoro e Cascella a Metanopoli
Affreschi di Domenico Piola a Genova
La bottega dei Vivarini alle Tremiti

 30,00

Arte Cristiana n° 935

Pubblicato in marzo/aprile 2023,
numero progressivo: Volume CXI

82 Zuleika Murat Editoriale
90 Carla Maria Bino «Imagine composta, come si crede, di umano tegumento» Manufatti polimaterici del Cristo morto in Italia
106 Sara Carreño De imagen a cuerpo santo: el crucifijo polimatérico de la Catedral de Ourense (siglo XIV). Historia, usos, recepción
Storia dell’arte
118 Davide Colombo I fratelli Pomodoro e Cascella nella chiesa di Santa Barbara a Metanopoli. Una rilettura moderna del passato
138 Sara Garaventa Per il cantiere della chiesa di San Luca a Genova. Nuovi documenti sul ciclo di affreschi di Domenico Piola
146 Federica Giamattei Il polittico della chiesa di Santa Maria a Mare delle Isole Tremiti: un capolavoro di intaglio e di pittura della bottega dei Vivarini
158 Recensioni

Editoriale

di Zeleika Murat

Approcci multidisciplinari per lo studio delle opere medievali: il caso dei Crocifissi polimaterici

Racconta Andrea Da Mosto che il futuro doge Andrea Contarini (1368-1382), assiduo frequentatore notturno di monasteri femminili, giunto al «monastero della Celestia con Marco Priuli, suo intimo amico, amante di una monaca, si innamorò a sua volta di un’altra religiosa. La sera, che, col di lei consenso stava per farla sua, avendole scorto in dito un anello gliene chiese la ragione. Avendogli risposto che lo portava per essere sposa di Cristo ne ebbe tale impressione che, trovato il pretesto di avere dimenticato in gondola il borsellino con molto denaro e gli anelli, fuggì dal convento. Passando nel chiostro, davanti ad un Cristo crocifisso scolpito nel legno, ebbe l’impressione che al suo gesto di devozione chinasse il capo in segno di benevolenza quasi ringraziandolo per l’atto compiuto».

Episodi di questo tipo si moltiplicano nel corso del Tardo Medioevo in varie regioni europee e impongono di riflettere sul rapporto che i fedeli instauravano con le opere, intese quali mediatrici del divino, presenza ed espressione materiale, concreta, tangibile del sacro, e strumento di comunicazione fra mondo terreno e mondo celeste, secondo dinamiche che, inizialmente riservate a santi o a membri della comunità religiosa, sempre più spesso coinvolsero dei laici in una sorta di trickle-down effect.

A chi si occupi di opere di questo tipo (e per esteso di opere religiose medievali) si presenta una sfida: come decifrare il significato degli oggetti, agganciandolo non tanto al pensiero moderno, quanto piuttosto al sentire del fruitore medievale, per il quale quegli oggetti furono realizzati? È chiaro che chi voglia intraprendere una lettura di questo tipo deve compiere un’operazione preliminare, affrancandosi dalle modalità di fruizione attuali che, per esigenze conservative, si limitano all’esperienza visiva delle opere, spesso in asettiche sale museali, o comunque in ambienti che ormai poco hanno a che fare con il sistema (inteso come contesto rituale e fisico, ma anche come circuito formato da numerosi altri oggetti che con i nostri agivano in sinergia) in cui le opere si inserivano; soprattutto, senza il tipo di rapporto – empatico, pietistico, emotivo – che i fedeli dell’epoca allacciavano con quegli oggetti.

In poche parole, bisogna andare oltre le attuali modalità di ricezione delle opere, e assimilare strumenti, concetti, teorie complementari che aiutino a ricostruire quanto più possibile la mente e le abitudini percettive delle donne e degli uomini dell’epoca. Un’epoca intrisa di una religiosità intensamente vissuta, giocata spesso sulla Imitatio Christi, sull’immedesimazione e intima unione con Cristo, e su processi di introiezione di immagini e parole.

I Cristi polimaterici costituiscono, in quest’ambito, un serbatoio e un terreno di studio ideale, soprattutto riguardo a due aspetti che i saggi di Carla Bino e Sara Carreño pubblicati in questo dossier e lucidano in maniera esemplare. Anzitutto il loro essere oggetti mobili, secondo una doppia accezione: spaziale, per prima cosa, poiché si tratta di manufatti che venivano fisicamente spostati da un luogo ad un altro nel corso di determinati riti; e poi ‘anatomica’, in quanto essi stessi movibili tramite meccanismi che agivano come articolazioni. Non immagini, dunque, e soprattutto non immagini statiche, ma al contrario attori e agenti. Il secondo aspetto riguarda il materiale che li costituisce; anzi, i materiali, poiché si tratta di opere realizzate assemblando materiali diversi, appunto, che simulano un corpo umano in carne e ossa. Tale caratteristica impone di interrogarsi sul significato attribuito a quei materiali, sull’effetto che si desiderava ottenere sul fruitore, innescando una serie di sensazioni tattili, olfattive, perfino gustative. L’occhio sì, dunque, ma come tramite di stimoli, e per esteso di reazioni, più complessi e sofisticati.

Si tratta, in sostanza, di applicare quello che in campo antropologico e sociologico viene definito come ‘approccio emico’, funzionale a ricostruire la prospettiva dell’insider, esplorando le credenze, i valori e le pratiche di una particolare cultura dalla prospettiva delle persone che vivono al suo interno, per comprendere il senso e il significato culturale, appunto, di particolari usanze, credenze, o comportamenti (nel nostro caso, associati ad oggetti) così come essi sono intesi da chi li vive in prima persona e a propria volta li mette in pratica. [start-read-more]

Tale approccio si basa, in ambito socio-antropologico, sulla field research, dunque sulla ricerca sperimentale sul campo. Un metodo che, per ovvie ragioni, non è applicabile allo studio del Medioevo europeo. Il ricercatore deve dunque schierare competenze e metodologie diverse secondo un sistema che già Michael Baxandall aveva teorizzato e discusso nel suo Painting and Experience in Fifteenth- Century Italy; lì lo studioso formula l’idea, testandola, che si possa ricostruire un «period eye», ovvero che un insieme di documenti e testimonianze dell’epoca restituiscano le abitudini percettive, le esperienze e le aspettative del pubblico (quattrocentesco, nel suo caso) dell’arte; il pubblico, cioè, per il quale l’arte dell’epoca fu prodotta. Può sembrare un aspetto scontato, e tuttavia non lo è affatto: chi studia culture lontane dalla propria, siano esse lontane nel tempo o nello spazio, corre il rischio costante di applicare ad esse il proprio punto di vista e i propri schemi interpretativi, sovrapponendo ad esse le proprie categorie di pensiero, fino – nei casi più estremi – a far diventare realtà storica le proprie personali impressioni. Il rischio si fa ancora più concreto, credo, quando ci si allontana dalla strada tracciata, per così dire, ovvero da una tradizione di studi ben stratificata e opportunamente verificata, e si intraprendono percorsi nuovi, che ancora mancano della griglia interpretativa che esiste invece per i primi.

Venendo ai Cristi oggetto di questo dossier, forte è il rischio di adottare una prospettiva contemporanea, slegata dal quadro devozionale e pietistico in cui le opere si inserivano. Diventa dunque fondamentale il ricorso alle fonti storiche, che Carla Bino e Sara Carreño selezionano, presentano e discutono con rigore; i documenti d’archivio, ma anche le cronache, e le fonti narrative. Quelle, cioè, che parlano del «period eye». Poche altre testimonianze hanno, a mio modo di vedere, la stessa suggestiva potenza della cronaca cittadina di Perugia nota come Diario del Graziani, in cui si tramanda il ricordo dell’impiego fortemente drammatico ed emozionante di un’opera lignea da parte del predicatore osservante Roberto Caracciolo da Lecce (1425-1495), che nella città umbra predicò durante la quaresima del 14487. Il 29 marzo di quell’anno, giorno in cui cadeva il Venerdì santo, terminata la predica, si mise in scena una rappresentazione della Passione, con un attore in carne e ossa (tale Eliseo de Cristofano, «barbiere de porta S. Agnolo») ad impersonare il ruolo di Cristo per le vie della città, nudo (ovvero con addosso uno dei costumi descritti dalle fonti dell’epoca, usati per simulare il corpo martoriato di Gesù), e con la croce in spalla. Rientrato il corteo nel luogo della predica, «al pergolo de frate Ruberto», l’attore che impersonava Cristo stette per un po’ con la croce ancora in spalla, mentre il popolo piangeva e invocava misericordia; poi posò la croce a terra e si allontanò, mentre sulla croce «pusonce uno crucifisso che ci stava prima», ovvero fu riallestita la scultura di Cristo che era lì normalmente affissa. Si trattava, dunque, di un insieme, croce e Crocifisso, da Deposizione. Al momento dell’esposizione del Crocifisso scolpito, afferma il cronista, «li stridi del popolo fuoro assai magiori», e si iniziò allora il dramma sacro con il Planctus Mariae, seguito dalla Deposizione, con la scultura nuovamente separata dalla croce e posata in grembo a Maria, e infine la deposizione nel sepolcro; «Et molti disseno che mai più fu fatta in Peroscia la più bella e la più devota devozione de questa»8. Il Cristo crocifisso in quanto opera (immagine e oggetto), quindi, infiammava gli animi più di un attore che impersonava Cristo. La scultura ‘era’ Cristo crocifisso, in un modo in cui un attore non avrebbe mai potuto essere. Essa era al contempo simbolo e presenza reale di Cristo, oggetto cui si tributava devozione e che mediava quotidianamente l’incontro dei fedeli con il divino. Del resto, che proprio le immagini dipinte e scolpite esercitassero un forte ascendente drammatico e patetico sul fruitore è testimoniato pure da Bernardino da Siena, che spesso le utilizzava nelle proprie prediche (fig. 1) e affermava che «le figure dipinte e le cose scolpite ti rappresentano Gesù e per quello rappresentare te lo metti dentro e lèviti in lui con la mente e con le parole», in un processo di introiezione che è, come già detto, tipico del periodo in esame.

In tale contesto, quanto contava la verosimiglianza di Cristo-immagine ad una persona fisica reale? Quanto contava, in sostanza, lo stile dell’opera, il realismo della figura, la sua capacità di fingere un corpo vero? Certo non sarà un caso che proprio in quest’epoca, quando l’arte simula con sempre maggior attenzione la realtà epidermica delle cose, si moltiplichino i racconti del tipo che abbiamo sopra menzionato. Gli artisti avranno guardato a corpi di uomini e di donne reali, in carne ed ossa, per raffigurare i santi e le Madonne? I documenti ell’epoca tacciono, mentre incuriosiscono alcune testimonianze più tarde, come quella offerta da Hester Lynch Piozzi, in Italia nel 1784 durante il Grand Tour; la donna riportava un aneddoto che le era stato narrato, protagonista Giotto, che per realizzare al meglio un Crocifisso avrebbe utilizzato un modello in carne e ossa, un uomo, che avrebbe realmente inchiodato ad una croce causandogli ferite profonde, tanto da incorrere nell’ira del papa11. Eppure, le nostre opere – così potenti nel loro crudo realismo – sono state spesso trascurate dagli studi storico-artistici. Troppo diverse, forse, dalle opere ‘alte’, quasi dei fantocci, spesso modificate nei secoli per continuare a servire scopi devozionali, non attribuibili ad artisti individuabili chiaramente, difficili da definire; a volte quasi disturbanti, nel realismo macabro (diremmo oggi!) con cui si soffermano a descrivere le piaghe, il sangue, il dolore. Hanno invece attirato l’interesse degli storici della liturgia e del teatro, ma pure di coloro i quali si occupano di cultura materiale. Accanto agli studi già prodotti da Carla Bino e Sara Carreño, quindi, sarà opportuno menzionare il volume, divenuto ormai un classico, di Kamil Kopania Animated Sculptures of the Crucified Christ, che proprio a partire dal dato materiale, costruttivo e tecnico, raccoglie un campione consistente di opere in diverse regioni europee, e rileva i fils rouges che le legano fra loro e che le relazionano, al contempo, alla cultura della loro epoca; i risultati di questo studio sono stati ulteriormente ampliati e perfezionati in contributi successivi dello stesso autore, nonché in volumi miscellanei che scaturiscono dai lavori del progetto di ricerca Agency of Things, a cui afferiscono, oltre a Kopania, numerosi altri studiosi. Fra gli esiti più recenti meritano di essere menzionati almeno il volume The Agency of Things in Medieval and Early Modern Art, e il convegno internazionale svoltosi nel 2021 What Does Animation Mean in the Middle Ages?, di cui è attesa la pubblicazione in un volume di atti.

Il concetto di agency offre senz’altro, anche nel campo specifico di cui ci stiamo qui occupando, un valido strumento di analisi per indagare le modalità con cui le opere esercitavano un’azione sul loro pubblico, innescando, infiammando, o direzionando la risposta devozionale del fedele; in tale contesto, esso andrà per forza di cose affiancato da quello che a mio avviso è il suo principio complementare, ovvero quello del response. Se il primo pone infatti l’accento sull’opera, il secondo si focalizza invece sul ricevente, o il fruitore, ed essi costituiscono dunque le due facce di una stessa medaglia.

Gli studi di Carla Bino e Sara Carreño qui pubblicati rilevano trame assai fitte di agency e response, mostrando come le opere ‘agissero’ sui fedeli e come i fedeli ‘reagissero’ al loro cospetto. Proprio l’aspetto materico, oltre a quello estetico, riveste in questo contesto importanza fondamentale. Non solo perché le specifiche caratteristiche tecniche e materiali delle opere consentivano, come già detto, una loro movimentazione, necessaria per i riti in cui esse erano attivamente coinvolte. Ma anche perché, nella morbidezza delle carni, realizzate con materiali soffici al tatto su anima di legno, nell’inclusione di peli e frammenti ossei per fingere capelli, barba e unghie, esse evocavano l’impressione tattile del corpo e delle sue diverse componenti; e non sarà un caso che, come rilevato da Sara Carreño, i Cristi polimaterici venissero talvolta scambiati per corpi veri, al punto da rendere necessarie investigazioni ufficiali per accertarne la natura, e divenissero infine reliquie essi stessi. Il Cristo fatto carne, dunque, letteralmente. In un’epoca in cui, come ha dimostrato in maniera esemplare Caroline Walker Bynum, il corpo di Cristo, con il dogma dell’Incarnazione, e il sangue di Cristo, diventano oggetto di una devozione sempre più intensamente vissuta.

Accanto ai diversi materiali utilizzati, andranno pure considerati gli ingegnosi sistemi per simulare il sanguinamento di Cristo, generalmente tramite contenitori di liquido che fuoriusciva dal costato, e per la movimentazione della lingua (fig. 2), azionata in momenti specifici dell’azione drammatica – liturgica o devozionale – per accompagnare le ultime parole pronunciate da Cristo sulla croce, recitate da una persona fisica. Tali performances, che immaginiamo altamente suggestive, vanno idealmente ricollocate negli ambienti e nel contesto dei riti in cui le sculture agivano; ambienti e riti che, per dirla con termini moderni, erano immersivi e multimodali. Si deve infatti tener conto dell’aspetto sonoro delle azioni, immaginando non solo le parole recitate, ma anche i canti che accompagnavano i rituali, con variazioni di tono e intensità che segnalavano acusticamente il pathos del momento; l’uso di fragranze e soprattutto dell’incenso, talvolta utilizzato pure per fingere l’esalazione dell’ultimo respiro di Cristo tramite carboni inseriti nel cavo orale delle sculture e accesi in momenti specifici dell’azione scenica, in un gioco sottile di stimoli visivi e olfattivi che innescavano nei fedeli una serie di associazioni mentali sofisticate; l’aroma emanato dalle sculture, infine, che venivano cosparse di unguenti e oli per replicare il rito dell’unzione del corpo di Cristo, oppure deterse con acqua e vino, in una gamma assai ricca di significati che sommavano pratiche, materiali, e sensazioni evocative diverse.

Esperienza fisica e sensoriale da un lato, e assimilazione dei concetti e conseguente risposta devozionale dall’altro, finivano dunque per coincidere, come fasi consequenziali di un unico processo; la ricezione di un’opera, delle immagini, come parte integrante di una pratica spirituale attiva, rientrava in un sistema complesso, in cui il medium materiale azionava il meccanismo che metteva in contatto corpo e spirito, percezione fisica e introiezione spirituale. Si trattava, in sostanza, di un raffinato modello di «sense-derived knowledge», per utilizzare, parafrasandola appena, una brillante espressione di Mary Carruthers. Del resto, è stato ormai ampiamente dimostrato come, nel contesto delle pratiche collegate al fenomeno della affective piety, ovvero quel tipo di devozione focalizzata sull’umanità di Cristo, e sul potente coinvolgimento emotivo ed empatico del fedele che abbiamo qui più volte richiamato, un ruolo di primo piano fosse svolto dai processi percettivi, sensoriali, e cognitivi del fruitore. L’hanno chiarito, ormai definitivamente, gli studi di Michelle Karnes sui meccanismi cognitivi alla base di pratiche di meditazione individuale, e i lavori di Sarah McNamer30 sul carattere fortemente emotivo della spiritualità medievale, in particolare in relazione alla Passione. In parallelo, studiosi di antropologia hanno evidenziato l’importanza che rituali codificati e condivisi hanno nel processo di memorizzazione e introiezione, secondo dinamiche valide anche per il Medioevo europeo; Harvey Whitehouse, in particolare, evidenzia che nella maggior parte delle tradizioni religiose «ritual action tends to be highly routinized, facilitating the storage of elaborate and conceptually complex religious teachings in semantic memory, but also activating implicit memory in the performance of most ritual procedures».

I Cristi polimaterici, attori primari del rito, dovevano contribuire in misura fondamentale alle esperienze spirituali dell’epoca. Essi incarnavano – letteralmente! – la presenza di Cristo nella comunità, conferendole forma tangibile, esperibile attivamente dal fedele. Il potente coefficiente drammatico delle sculture innescava risposte emotive ed empatiche, oltre che devozionali, attivando l’introiezione di immagini e parole, e favorendo così l’immedesimazione e l’intima unione con Cristo.  
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«Imagine composta, come si crede, di umano tegumento»
Manufatti polimaterici del Cristo morto in Italia

di Carla Maria Bino

L’articolo si concentra su tre crocifissi policromi italiani con caratteristiche simili: manufatti provenienti da Perugia, Mercatello sul Metauro e Orte. Queste sculture del Cristo crocifisso possono essere datate al XIV secolo; il corpo è realizzato con materiali vari, ricoperto di cuoio su una struttura di legno e lana, interamente flessibile e molto leggero. Il fatto di avere arti morbidi e snodabili e barba e capelli realizzati con crine di cavallo li fa assomigliare a cadaveri, con un effetto sorprendentemente realistico. Questi crocifissi policromi sono eccellenti esempi dell’incorporazione di nuove tecniche e materiali nella produzione scultorea medievale. Oltre all’aspetto, l’articolo cerca di analizzare la funzione rituale e liturgica di questi simulacri. Inseriti nell’ampio capitolo delle statue “animate”, sono stati genericamente riferiti ai riti della Settimana Santa. Facendo riferimento a fonti documentarie, si cercherà di mostrare come gli usi devozionali di questi manufatti siano stati diversi e abbiano subito cambiamenti tra il Medioevo e l’Età Moderna.

The article focuses on three Italian polymaterial crucifixes with similar characteristics: artifacts from Perugia, Mercatello sul Metauro, and Orte. These sculptures of the crucified Christ can be dated to the 14th century; the body is made of various materials, covered with leather on a structure of wood and wool, which is entirely flexible and very light. The fact that they have soft, flexible limbs and a beard and hair made of horsehair makes them resemble dead bodies, with a surprisingly realistic effect. These polymaterial crucifixes are excellent examples of the incorporation of new techniques and materials into medieval sculptural production. In addition to their appearance, the article seeks to analyze the ritual and liturgical function of these simulacra. Included in the broad chapter of “animated” statues, they have been generically referred to the rites of Holy Week. Referring to documentary sources, an attempt will be made to show how the devotional uses of these artifacts differed and underwent changes between the Middle Ages and the Modern Age.

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De imagen a cuerpo santo: el crucifijo polimatérico de la Catedral de Ourense (siglo XIV).
Historia, usos, recepción

di Sara Carreño

Questo lavoro analizza la scultura medievale del Cristo crocifisso noto come Santo Cristo, custodita nella cattedrale di San Martiño de Ourense, nel nord-ovest della penisola iberica. L’analisi si concentrerà in primo luogo sull’impatto che questa immagine ha avuto nei secoli sulla topografia sacra e sulla configurazione spaziale della cattedrale, compresi i cambiamenti nella denominazione degli altari, le modifiche ai volumi esistenti e persino la creazione di nuovi spazi per il culto e la devozione. In secondo luogo, verranno indagati gli usi liturgici e rituali che questo crocifisso avrebbe avuto nel tardo Medioevo, in particolare come fulcro visivo durante le liturgie commemorative della Croce e la sua ipotetica manipolazione durante le cerimonie drammatiche della Settimana Santa. Inoltre, alcune considerazioni sono dedicate ai possibili cambiamenti nella sua ricezione liturgica tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, quando l’idea di velare e svelare l’immagine divenne centrale. Infine, verrà esaminato il mutamento dello status di questa immagine come reliquia della cattedrale, realtà che può essere documentata a partire dal XVI secolo.

This paper studies the medieval sculpture of Christ crucified known as Santo Cristo kept in the cathedral of San Martiño de Ourense in the northwest of the Iberian Peninsula. Firstly the analysis will focus on the impact this image has had over the centuries on the sacred topography and spatial configuration of this cathedral, including changes in the naming of altars, alterations to existing volumes, and even the creation of new spaces for worship and devotion. Secondly, the liturgical and ritual uses this crucifix would have had in the late Middle Ages will be investigated, particularly as a visual centrepiece during liturgies commemorating the Cross and its hypothetical manipulation during the dramatized ceremonies of Holy Week. Furthermore, some considerations are devoted to the possible changes in its liturgical reception in the late 15th and early 16th centuries, when the idea of veiling and unveiling the image became central. Finally, the changing status of this image as one of the cathedral’s relics
will be examined, a reality that can be traced verbatim to the 16th century.

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I fratelli Pomodoro e Cascella nella chiesa di Santa Barbara a Metanopoli. Una rilettura moderna del passato

di Davide Colombo

La chiesa di Santa Barbara, costruita a Metanopoli, San Donato Milanese (1953-55) dall’architetto Mario Bacciocchi e commissionata da Enrico Mattei, presidente dell’Eni, è un efficace esempio delle dinamiche storiche, sociali, economiche, artistiche e culturali del dopoguerra milanese. In effetti, tre temi principali si intrecciano: il ruolo svolto da alcune grandi aziende industriali italiane come centri economici, ma anche sociali e culturali; l’ampia collaborazione tra architetti e artisti nell’ambito del dibattito sulla sintesi delle arti; da un lato l’evoluzione della posizione della Chiesa Cattolica nei confronti della modernità e dell’arte contemporanea, dall’altro l’ambizione dei giovani artisti di affrontare l’antica iconografia e i soggetti cristiani in modo nuovo, grazie a uno stile artistico contemporaneo influenzato da fonti visive arcaiche. Il saggio si concentra sull’edicola e sui candelabri di Arnaldo e Giò Pomodoro, e sui pannelli dipinti per il soffitto di Andrea e Pietro Cascella (1954-55), entrambi influenzati da diversi modelli artistici, dal periodo paleocristiano a quello romanico. Nel dopoguerra, diversi artisti furono coinvolti in un articolato interesse per l’arte primitiva e arcaica, dalla quale appresero un linguaggio semplificato, più diretto ed espressivo. Inoltre, citare o simulare codici visivi di una cultura diffusa e condivisa – come nel caso della cultura cristiana – poteva incoraggiare il pubblico e i credenti a comprendere l’arte sacra contemporanea.

The church of S. Barbara, built in Metanopoli, San Donato Milanese (1953-55) by architect Mario Bacciocchi and commissioned by Enrico Mattei, President of Eni, is an effective example of the historical, social, economic, artistic and cultural dynamics of the postwar period in Milan. In effect, three main topics are linked together: the role played by some main Italian industrial companies as economic centers as well as social and cultural too; the wide collaboration between architects and artists within the debate on the synthesis of the arts; on one side, the evolution of Catholic Church’s position about modernity and contemporary art, on the other the ambition of young artists to address the old Christian iconography and subjects in as new way, thanks to a contemporary artistic style influenced by archaic visual sources. The essay focuses on Arnaldo and Giò Pomodoro’s aedicule and candelabra, and Andrea and Pietro Cascella’s painted panels for the ceiling (1954-55), both influenced by differentartistic models, from the Early-Christian to the Romanesque period. After WWII, several artists were involved in an articulated interest on primitive and archaic art, from which they learned a simplified and more direct and expressive language. Moreover, to quote or simulate visual codes of a widespread, shared culture – as was the case for Christian culture – could encourage public and believers to understand contemporary sacred art.

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Per il cantiere della chiesa di San Luca a Genova. Nuovi documenti sul ciclo di affreschi di Domenico Piola

di Sara Garaventa

L’articolo analizza alcuni aspetti del sito di San Luca, chiesa privata appartenente alla famiglia aristocratica genovese Spinola. Documenti inediti consentono di comprendere il particolare sistema di amministrazione politica riservato a governatori Spinola periodici in numero di tre e, nel contempo, di aggiungere alcune novità al datato ciclo di affreschi di Domenico Piola e della sua bottega. Focalizzandosi sulla cronologia dell’incarico e sui pagamenti a pittori e scultori (Domenico Piola, Daniele Solaro e Domenico con Gio Antonio Parodi) possiamo considerare la decorazione della chiesa di San Luca un’opera corale Spinola-Grimaldi realizzata in due stagioni distinte, come sostenuto da Federigo Alizeri: prima del 1684 e, in un secondo momento, intorno al 1690.

The article analyzes some aspects of the site of S. Luca, a private church belonging to the Genoese aristocratic family Spinola. Previously unpublished documents allow us to understand the particular system of political administration reserved to periodical Spinola governators in number of three and, in the meantime, to add some news to the dated fresco cycle by Domenico Piola and his workshop. Focusing on the chronology of the commission and payments of painters and sculptors (Domenico Piola, Daniele Solaro and Domenico with Gio Antonio Parodi) we can consider the decoration of the church of San Luca a corporate work Spinola-Grimaldi carried out in two different seasons, according to Federigo Alizeri: before 1684 and, in a second moment, around 1690.

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Il polittico della chiesa di Santa Maria a Mare delle Isole Tremiti: un capolavoro di intaglio e di pittura della bottega dei Vivarini

di Federica Giammattei

Questo articolo si concentra sul polittico dell’altare maggiore della chiesa di Santa Maria a Mare, situata sull’isola di San Nicola nell’arcipelago delle Tremiti. Lo studio di questo capolavoro di scultura e pittura del XV secolo è stato sollecitato dalla mancanza di un’indagine sistematica e approfondita. I Canonici Lateranensi, ai quali Papa Gregorio XII assegnò la chiesa, decisero di restaurarla all’inizio del XV secolo, ed è ipotizzabile che commissionarono il polittico alla bottega dei Vivarini, famosa in tutta la costa adriatica. Infatti, l’analisi della tipologia del polittico e dello stile e della policromia delle figure evidenzia le strette affinità tra la pala d’altare di Tremiti e le opere realizzate dai Muranesi nella metà del XV secolo. Confrontando la pala d’altare di Tremiti con la sontuosa cornice del polittico Vivarini nella Certosa di Bologna (ora nella Pinacoteca di Bologna) e il piccolo gruppo della Dormitio Virginis nella Pinacoteca Civica di Ascoli (un probabile frammento di un polittico intagliato), è stato possibile attribuire il polittico di Tremiti e le altre due opere allo stesso intagliatore. Il suo nome non è menzionato in nessun documento, ma possiamo chiamarlo “Maestro del Polittico di Tremiti”.

The high altar of the church of Santa Maria a Mare, located on the island of San Nicola in the Tremiti archipelago. The study of this 15th-century masterpiece of carving and painting was prompted by the lack of a systematic and thorough investigation. The Lateran Canons, to whom Pope Gregory XII assigned the church, decided to restore it at the beginning of the 15th century, and it can be assumed that they commissioned the polyptych from the Vivarini workshop, famous throughout the Adriatic coast. In fact, analysis of the typology of the polyptych and the style and polychromy of the figures highlights the close affinities between the Tremiti altarpiece and the works made by the Muranese in the mid-15th century. By comparing the Tremiti altarpiece with the sumptuous frame of the Vivarini polyptych in the Certosa di Bologna (now in the Pinacoteca di Bologna) and the small group of the Dormitio Virginis in the Pinacoteca Civica di Ascoli (a probable fragment of a carved polyptych), it was possible to attribute the Tremiti polyptych and the other two works to the same carver. His name is not given in any documents, but we can call him “the Master of the Tremiti Polyptych”.

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Recensioni

Ambrogio Lorenzetti. The Masterpieces of the Uffizi Galleries

di Julian Gardner

L’impossibilità di esporre la pala d’altare datata e firmata del 1342 di Ambrogio Lorenzetti, oggi agli Uffizi alla grande mostra dedicata all’artista tenutasi a Siena nel 2017, si è deciso di pubblicare il libro in esame. Il libro comprende le quattro scene di San Nicola agli Uffizi insieme con l’Annunciazione del 1344 nella Pinacoteca di Siena e un piccolo pannello della Crocifissione e dell’Adorazione di Cristo Bambino allo Städel Museum di Francoforte. Il volume è ben illustrato e comprende disegni e fotografie tecniche. Tuttavia, manca un indice e ha una bibliografia limitata con alcune omissioni significative. Inoltre, alcuni documenti rimangono non tradotti e alcune traduzioni dal latino sono errate. Queste carenze riducono il valore della nuova ricerca presentata nel libro. È interessante notare che gli autori si sono ampiamente e proficuamente consultati con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze per informazioni sulla costruzione e sulle tecniche pittoriche della pala d’altare.

Because of the impossibility of exhibiting Ambrogio Lorenzetti’s signed and dated altarpiece of 1342 now in the Uffizi at the major exhibition of the artist’s work held at Siena during 2017, it was decided to publish the book under review. It also includes the four St. Nicholas scenes in the Uffizi together with the 1344 Annunciation in the Pinacoteca at Siena, and a small panel of the Crucifixion and Adoration of the Christ Child in the Staedel Museum at Frankfurt. The volume takes its place in the distinguished series Masterpieces of the Uffizi Galleries and is, undeniably, a significant addition to scholarship on Sienese Trecento painting, splendidly illustrated with many photographs taken expressly for the publication. There are in addition almost fifty technical drawings and photographs. Shamefully, for a book which makes very considerable demands on the reader there is no index and only a perfunctory bibliography, with significant lacunae. It raises a question about the readership for whom this weighty volume is aimed. Many documents are left in Latin or Italian. Occasionally the Latin is egregiously mistranslated, for example on pp. 173, 244. All these shortcomings considerably vitiate the value of the important new research contained within it. The authors have drawn extensively and fruitfully on the expertise of the Opificio delle Pietre Dure in Florence for information about the carpentry and the painting procedures.

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