Arte cristiana oggi.
Jean Guitton pittore, i presepi di Maria Lai
i manoscritti di Nicolò de Lyra
St. Fronleichnam di Rudolf Schwarz

 30,00

Arte Cristiana n° 904

Pubblicato in Gennaio/Febbraio 2018,
fascicolo numero progressivo: volume CVI

02 Umberto Bordoni Editoriale
04 Pierangelo Sequeri Arte cristiana, oggi
10 Maria Antonietta Crippa Architettura di chiese: tra eredità del XX secolo e aperture per ulteriori ricerche
24 Giovanni Chiaramonte Luce come sacramento
30 Marco Rossi I due manoscritti delle postillae bibliche di Nicolò de Lyra commissionati da Gian Galeazzo Visconti
40 Paolo Sacchini Dipingere la filosofia: la pittura di Jean Guitton
58 Giacomo Fuk I presepi di Maria Lai
68 Jacopo Benedetti L’adeguamento liturgico della chiesa del Corpus Christi di Rudolf Schwarz
76 Amei Informa
78 Recensioni
80 Notiziario

Editoriale

di Umberto Bordoni

Il 15 gennaio 1913 usciva il primo numero di Arte Cristiana, come rassegna della «Società degli Amici dell’Arte Cristiana» e col programma, a firma del marchese Filippo Crispolti, di «congiungere in una le energie disperse e assegnare all’arte ispirata dal Cristianesimo un posto distinto ed a sé». A 105 anni di distanza la rivista rinnova il suo cammino come espressione di un sodalizio culturale, grazie a una conduzione collegiale affidata al nuovo Consiglio di Direzione, all’apporto del Comitato Scientifico e a un più ampio coinvolgimento di nuovi amici dell’arte cristiana. Un pensiero particolarmente grato, di stima e di affetto, va a monsignor Valerio Vigorelli per la direzione appassionata e competente di questi decenni. Immutata rimane la necessità di congiungere le energie disperse, di dare visibilità alle esperienze creative in atto, di promuovere un cenacolo di pensiero. La rivista, che esce con una nuova veste grafica disegnata da Pierluigi Cerri, al tradizionale ancoramento scientifico alla storia dell’arte, con la pubblicazione miscellanea dei contributi più ragguardevoli, unisce una nuova sezione monografica iniziale, luogo di dibattito tematico e di allargamento disciplinare curato dalla redazione, e una rubrica fissa dedicata ad adeguamenti liturgici e nuove chiese. Ai tempi della sua fondazione Arte cristiana, già nel titolo, si proponeva di stigmatizzare l’estraneità tutta moderna delle dimensioni che la caratterizzano: «sovente le due parole vengono scisse, prevalendo in alcuni un amore dell’arte così indifferente, da considerare come un di più la sua eventuale qualità cristiana e in altri un amore del Cristianesimo, che non bada alle ragioni dell’arte quando esse dovrebbero avervi la loro parte».

 

Giovanni Chiaramonte, Luce crocifissa,Scuola Beato Angelico, Milano, 2017 © Giovanni Chiaramonte
Giovanni Chiaramonte, Luce crocifissa, Scuola Beato Angelico, Milano, 2017 © Giovanni Chiaramonte

 

Nell’attuale situazione i termini stessi del dibattito sono in questione: cosa sia “arte” oggi, nell’inafferrabile estensione ed evanescenza del fenomeno artistico e della sua autocomprensione, e come intendere la specificazione «cristiana», nel duplice contesto di una società plurale e della chiesa «in uscita» di papa Francesco, domandano il coraggio di una interrogazione della quale la rivista vuole farsi carico. Non semplicemente dal punto di vista teorico, ma anche estendendo l’attenzione alla produzione internazionale e alle nuove discipline che si aggiungono al campo tradizionale delle belle arti: dalla visual culture alla fotografia, dal cinema alla drammaturgia sacra. Ancora tutte da indagare permangono le ragioni di un immaginario cristiano che fatica ad assumere le forme della contemporaneità: non si tratta di una marginale opzione estetica, ma del cruciale riconoscimento dell’accadere della rivelazione nel presente. Nel primo articolo del numero inaugurale, titolato O Crux Ave, Celso Costantini, del quale lo scorso ottobre si è avviata la causa di beatificazione, trattava diffusamente della croce come «pensiero dominante di tutta l’arte cristiana». Non diversa è l’immagine paradigmatica che apre questo nuovo numero, una fotografia scattata da Giovanni Chiaramonte presso la Scuola Beato Angelico di Milano, nel laboratorio di scultura di don Marco Melzi (1918–2013), custodito ancora così come lasciato dall’artista e dai suoi allievi. Gli oggetti, gli impianti, le attrezzature dell’officina, torniti dalla luce, sonnecchiano silenti, ma ancora pervasi dall’energia umana che li ha agiti nel paziente, arduo gesto creativo. Sorpresi dall’obiettivo nel loro realismo metafisico, è come se fremessero in attesa di riprendere il lavoro. Le sculture si concentrano e stringono in una sottile fascia ottica, in meditata progressione: il dorso sgrezzato, non finito, poggiato sulla mensa, di una Madonna col Bambino; il santo vescovo di profilo, orante; il crocefisso, felice frutto dell’opera di un allievo, a interrompere il ritmo compositivo, compierlo e darvi centro. L’arte di un maestro e dei suoi discepoli, custodita nella freschezza dei bozzetti, ma ancor più negli ambienti di lavoro densi di esperienza, di umanità condivisa e di fede, torna a vivere grazie allo sguardo del fotografo, alla luce che irrompe dal lato e allo scatto che la rende visibile. Arte cristiana: intreccio di tradizione e di futuro, scambio di generazioni e di discipline, contaminazione irrisolvibile tra il tempo degli accadimenti biblici e l’oggi della storia e delle sue forme. L’uomo della croce continua ad essersene l’origine, la misura. Le mani intrecciate in primo piano, avvolte dalla luce nel gesto della consegna di sé, la nascosta epifania nel quotidiano.

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Arte cristiana, oggi

di Pierangelo Sequeri

La riflessione presentata in questo saggio mira a mettere in luce i problemi e le opportunità dell’arte “cristiana” oggi, da un punto di vista teorico e pratico. Il primo punto di riflessione è la necessità di superare il “gap” tra la logica testimoniale della fede e la pratica simbolica dell’arte. La nuova estetica teologica dell’incarnazione di Dio richiama creativamente la memoria storica dell’Evento Rivelatore. Il secondo punto di riflessione sostiene che l’arte cristiana dovrebbe essere in grado di riconciliarsi con la “rottura” dei codici tradizionali, portando il suo contributo critico ma anche dialogico alla causa comune di una nuova era dell’umanesimo artistico.

The reflection presented in this essay aims to expose the problems and opportunities of “Christian” art today from a theoretical and practical point of view. The first point of reflection is the need to overcome the “gap” between the testimonial logic of faith and the symbolic practice of art. The new theological aesthetic of the incarnation of God creatively recalls the historical memory of the Revealing Event. The second point of reflection claims that Christian art should be able to reconcile with the “breaking” of traditional codes, bringing its critical but also dialogical contribution to the common cause of a new age of artistic humanism.

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Architettura di chiese: tra eredità del XX secolo e aperture per ulteriori ricerche

di Maria Antonietta Crippa

La tesi centrale di questo articolo è espressa dalle riflessioni di Carlo Sini: “Nell’apertura del segno, sulla sua soglia, il mondo vibra come un’eco risuonante”. L’architettura moderna delle chiese trova il suo valore maggiore quando riesce a essere percepita come segno, come soglia del Mistero. Dall’interno della congregazione deve emergere la percezione della bellezza che Paolo VI richiamò nel breve messaggio agli artisti del 1965, al termine del Concilio Vaticano II. L’architetto-progettista e il suo team non possono sottrarsi a questo compito. L’opera d’arte cristiana non può essere concepita semplicemente, separata dalla vita di coloro che ne sono toccati. Esistono numerosi casi di convergenza tra alta qualità artistica e significative motivazioni liturgiche e devozionali, grazie alla collaborazione tra teologi, ecclesiastici, artisti e architetti di straordinaria spiritualità e talento, nella costruzione di cattedrali, chiese per centri parrocchiali o per monasteri e conventi, e di cappelle. Tuttavia, c’è un’incompletezza moderna da riconoscere, una ‘primavera’ dell’arte sacra che attende ancora la sua ‘estate’. Il Novecento ci lascia un percorso già tracciato, nonostante le sue incertezze. Per questo, è necessario approfondire due temi importanti. Il primo è quello dell’architettura partecipata, utilizzata in Italia da Giancarlo De Carlo per edifici residenziali, ma non adeguatamente meditata per le chiese. Il secondo è stato proposto da Romano Guardini come conditio sine qua non, sostenendo che arte, architettura e liturgia possano convergere nella Grande Arte, nella centralità dei Segni Sacri.

The central thesis of this paper is expressed by the thoughts of Carlo Sini: ‘In the opening of the sign, on its threshold, the world vibrates like a resounding echo’. The modern architecture of churches is most valued when it is able to be perceived as a sign, of a threshold of Mystery. From within the church congregation must emerge the perception of beauty that Paul VI recalled in the brief message to the artists of 1965 at the close of the Second Vatican Council. The architect-designer and his team cannot escape this task. The work of Christian art cannot be conceived simply, distinct from the life of those whom it impacts. There are multiple cases of convergence of excellent artistic quality with relevant liturgical and devotional motivations, thanks to the collaboration between theologians, ecclesiastics, artists and architects of extraordinary spirituality and talent in the construction of cathedrals, churches for parish centers or for monasteries and convents, and of chapels. However, there is a modern incompleteness to be recognized, a ‘spring’ of sacred art that still awaits its ‘summer’. The twentieth century leaves us a path already designed, despite its uncertainties. For this reason, it is necessary to deepen two important themes. The first is that of participated architecture, used in Italy by Giancarlo De Carlo for residential buildings, but not adequately meditated on the churches. The second was proposed by Romano Guardini as conditio sine qua non, which claims that art, architecture, and liturgy can converge in Great Art, the centrality of The Sacred Signs.

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Luce come sacramento

di Giovanni Chiaramonte

Robert Adams, uno dei più importanti artisti americani contemporanei, scopre la sua vocazione di fotografo durante uno dei suoi soggiorni in Europa, dove visita tre delle più importanti chiese dell’architetto Rudolf Schwarz. L’esperienza della luce che si irradia all’interno delle altezze armoniose della navata bianca diventa per Adams una comprensione delle dinamiche dell’Incarnazione: Cristo come luce venuta per illuminare coloro che cercano redenzione. L’itinerario ermeneutico di Adams è stato inoltre plasmato dagli insegnamenti di Reinhold Niebuhr, grande protagonista di quel realismo cristiano che permea e anima la cultura americana del XX secolo.

Robert Adams, one of the most important contemporary American artists, discovers his vocation as a photographer during one of his stays in Europe, where he visits three of architect Rudolf Schwarz’s most important churches. The experience of the light radiating within the harmonious heights of the white nave becomes, for Adams, an understanding of the dynamics of the Incarnation: Christ as the light who came to enlighten those who seek redemption. Robert Adams’ hermeneutical itinerary, moreover, was shaped by the teaching of Reinhold Niebuhr, the great protagonist of that Christian realism that imbues and enlivens 20th-century American culture.

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I due manoscritti delle Postillae bibliche di Nicolò de Lyra commissionati da Gian Galeazzo Visconti

di Marco Rossi

Due manoscritti miniati sicuramente commissionati da Gian Galeazzo Visconti tra il 1395 e il 1402 contengono parte dei commentari biblici del francescano Nicolò de Lyra e conservano numerose illustrazioni. Sebbene incompleti e poco studiati, sono molto interessanti per l’arte gotica lombarda del tardo periodo. I manoscritti miniati sono il ms. Lat. 364 della Bibliothèque nationale de France di Parigi, con le Postille in Genesim e 110 illustrazioni, e il più ampio ms. 252 [2] della Bibliothèque Municipale di Arras, che include le Postille in Genesim simili a quelle del manoscritto parigino. Inoltre, ci sono le Postille in Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, Giudici, per un totale di quasi 1.300 illustrazioni, per lo più inedite, che qui vengono esaminate con particolare attenzione. L’enfasi sulle opere e attività umane è rappresentata attraverso scene naturalistiche e vedute di spazi urbani e interni, in accordo con il linguaggio figurativo contemporaneo dei Tacuina sanitatis. La produzione unitaria dei due manoscritti di Nicolò de Lyra permette di ipotizzare un legame con la bottega che ha decorato quattro manoscritti della fine del XIV secolo per i Gonzaga (Histoire Marciana, Fr. II; Polistorio e Livius della Biblioteca Universitaria Nazionale di Torino, Mss N.I.11 e N.I.6; Polistorio della Houghton Library), sebbene non si possano escludere relazioni con le botteghe viscontee contemporanee, come quella con la bottega del Maestro del Libro d’Ore di Modena.

Two illuminated manuscripts surely commissioned by Gian Galeazzo Visconti between 1395 and 1402 contain part of the biblical commentaries of the Franciscan Nicolò de Lyra and conserve many illustrations. Although incomplete and poorly studied, they are very interesting for the Lombard Late Gothic art. The illuminated manuscripts are the ms. Lat. 364 of Paris, Bibliothèque nationale de France, with the Postilla in Genesim and 110 illustrations, and the wider ms. 252 [2] of the Bibliothèque Municipale of Arras, including the Postilla in Genesim similar to the Parisian manuscript. Additionally, there are those in Exodus, Leviticus, Numbers, Deuteronomy, Joshua, Judges, totaling almost 1,300 mostly unpublished illustrations, which are given special attention here. The emphasis on human works and activities is represented through naturalistic scenes and views of urban and inner spaces, in agreement with the contemporary figurative language of the Tacuina sanitatis. The unitary production of the two manuscripts of Nicolò de Lyra allows one to hypothesize a link with the workshop which decorates four manuscripts of late 14th century for the Gonzaga (Histoire Marciana, Fr. II; Polistorio and Livius of the National University Library of Turin, Mss N.I.11 and N.I.6; Polistorio of the Houghton Library), although relationships with contemporary Visconti workshops cannot be ruled out, like that with the workshop of the Master of the Modena Book of Hours.

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Dipingere la filosofia: la pittura di Jean Guitton

di Paolo Sacchini

Come è ben noto, Jean Guitton è senza dubbio uno dei più importanti filosofi cattolici del ventesimo secolo, fatto attribuibile al fatto che fu l’unico laico invitato a prendere la parola durante il Concilio Vaticano II. Meno noto è, però, che Guitton nutrisse anche un interesse per la pittura e che considerasse sempre la pittura come una sorta di “completamento” della sua filosofia, tramite cui poteva investigare in modo intuitivo e analogico le stesse questioni che affrontava razionalmente e argomentativamente nei suoi libri e saggi. Questo articolo si propone di esaminare i legami molto stretti tra queste due sfere del lavoro guittoneo, con l’obiettivo di precisare come e in che modo le opere pittoriche del filosofo francese possano aver tratto i loro elementi decisivi dai concetti filosofici sviluppati nella sua ricca produzione scritta.

As is well known, Jean Guitton is surely one of the most important Catholic philosophers of the twentieth century, which can be attributed to the fact that he was the only layman to be invited to take the floor at the Second Vatican Council. It is not so commonly known, though, that Guitton also had an interest in painting and that he always considered painting as a sort of “completion” of his philosophy, through which he could intuitively and analogically investigate the same issues that he rationally and argumentatively discussed in his books and essays. This article intends to examine the very close connections between these two spheres of the Guittonian work with the goal to specify how and through which ways the paintings of the French philosopher could have taken their decisive elements from the philosophical concepts developed in his rich written production.

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I presepi di Maria Lai

di Giacomo Fuk

Maria Lai (1919-2013) è un’importante artista italiana. Dal 1954 fino agli ultimi anni della sua vita, ha prodotto piccole opere scultoree che ha chiamato *Presepi*, “Scene di Natività”. L’articolo cerca di comprendere alcune peculiarità formali della struttura e del significato di queste opere, confrontandole con la poco conosciuta storia dei presepi tradizionali e con il concetto di spazio scultoreo del suo maestro, Arturo Martini.

Maria Lai (1919-2013) is an important Italian artist. Since 1954 until her later years, she had been producing little sculptural works she named *Presepi*, “Nativity scenes”. The article tries to understand some formal peculiarities of the formal structure and of the meaning of these works by comparing them with the little-known history of traditional nativity scenes and with the concept of sculptural space of her teacher, Arturo Martini.

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L’adeguamento liturgico della chiesa del Corpus Christi di Rudolf Schwarz

di Jacopo Benedetti

La chiesa parrocchiale del Corpus Domini ad Aquisgrana, ricostruita da Rudolf Schwarz, è probabilmente una delle chiese più celebri della moderna Europa. Il vero e unico fulcro visivo e simbolico del progetto di Schwarz è il monumentale presbiterio della chiesa, che poggia su un podio elevato all’estremità della navata principale. Sul finire degli anni Ottanta, il design originale del presbiterio è stato modificato, in modo sottile ma deciso, con l’aggiunta di una pedana sormontata da un ambone e di un altare eucaristico di nuovo disegno. Le configurazioni originale e modificata della chiesa saranno discusse approfonditamente. Si sosterrà che, pur avvicinando la celebrazione alla comunità, il nuovo presbiterio non si trova più vicino agli occhi dei laici. Inoltre, si affermerà che la trasformazione della chiesa ha reciso il legame tra spazio e azione liturgica che era al cuore del progetto originale.

The parish church of the Corpus Christi in Aachen, reconstructed by Rudolf Schwarz, is arguably one of the most renowned churches in modern Europe. The one true visual and symbolic focus of Schwarz’s design is the church’s monumental presbyterium, which rests on an elevated podium at the main nave’s far end. At the turn of the 1980s, the original design for the presbyterium was altered—subtly, yet resolutely—through the addition of a dais topped by an ambo and a newly designed Eucharistic altar. The original and the modified configurations of the church will be discussed at due length. It will be argued that, while bringing the celebration nearer to the community, the new presbyterium is by no means closer to the eyes of the laymen. Furthermore, we will contend that the transformation of the church severed the bond between space and liturgical action that lay at the very core of the original design.

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AmeInforma

“Costruire ponti. I Musei ecclesiastici per il dialogo interculturale e interreligioso” XI convegno AMEI, Bergamo 23-24 novembre 2017

di Rita Capurro

Nella vita dell’associazione, la conferenza biennale è sempre stata un’occasione per concentrarsi su temi cruciali per i musei ecclesiastici, dialogando sia con la museologia contemporanea sia con la missione specifica dei musei ecclesiastici. Nel novembre 2017 si è svolta l’11ª Conferenza dell’AMEI presso il Museo Diocesano Adriano Bergareggi di Bergamo. La conferenza, intitolata *Costruire Ponti: i Musei Ecclesiastici per il Dialogo Interculturale e Interreligioso*, ha avuto come obiettivo quello di promuovere una riflessione sui cambiamenti sociali, dove l’incontro con diverse culture e religioni è sempre più frequente. Il ruolo sociale dei musei e il ruolo pastorale specifico dei musei ecclesiastici sono le basi su cui è radicata la necessità di sviluppare una maggiore consapevolezza su questo tema. La conferenza ha esplorato una vasta gamma di possibilità per l’incontro di diverse religioni e culture nel museo, dai progetti di inclusione sociale alla riconsiderazione degli strumenti interpretativi per migliorare l’esperienza della visita per tutti. La conferenza ha offerto spunti di riflessione ai partecipanti, spaziando dai fondamenti teorici a casi studio significativi, da esperienze internazionali a esperienze locali.

In the life of the association, the biennial conference has always been the occasion to focus on crucial topics for ecclesiastical museums, in dialogue both with contemporary museology and with the specific mission of ecclesiastical museums. In November 2017, the 11th Conference of AMEI took place at Museo Diocesano Adriano Bergareggi in Bergamo. The conference was titled *Building Bridges: The Ecclesiastical Museums for Intercultural and Interreligious Dialogue,* and its aim was to call for reflection on the issue of social changes where the encounter with different cultures and religions is increasing. The social role of museums and the specific pastoral role of ecclesiastical museums are the foundations where the need for development of consciousness on the topic is rooted. The conference considered a wide range of possibilities of encounter of different religions and cultures in the museum, from projects of social inclusion to the rethinking of the interpretation tools to enhance the experience of the visit for everybody. The conference provided food for thought for the participants, from theoretical ground to meaningful case studies, from international to local experiences.

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Recensioni

Chrétiens d’Orient. Deux mille ans d’histoire

di Rita Capurro

Tra gli eventi espositivi che hanno destato maggiore interesse nell’autunno parigino del 2017, la mostra Chrétiens d’Orient. Deux mille ans d’histoire, presso l’Institut du monde arabe, merita una particolare attenzione per svariati motivi: la serietà scientifica, l’accattivante impianto narrativo, la qualità dei manufatti esposti e, soprattutto, la capacità di sintetizzare in una mostra la complessità degli intrecci sociali, culturali e religiosi che hanno segnato la storia dei cristiani d’Oriente. Dal punto di vista territoriale, le curatrici si sono concentrate in special modo sull’area del Vicino Oriente (che oggi corrisponde a sei paesi arabi: l’Iraq, la Siria, il Libano, la Giordania, i Territori palestinesi e l’Egitto), non trascurando alcuni approfondimenti sulla regione armena. Il racconto che si dipana attraverso il percorso espositivo coglie così i tratti comuni del cristianesimo nel mondo arabo pur evidenziando presenze e azione di diverse confessioni cristiane.

Among the most notable exhibition events that sparked interest in the Parisian autumn of 2017, the exhibition Chrétiens d’Orient. Deux mille ans d’histoire, held at the Institut du monde arabe, deserves special attention for various reasons: its scientific rigor, its captivating narrative structure, the quality of the artifacts on display, and, above all, its ability to synthesize in one exhibition the complexity of the social, cultural, and religious intertwining that has marked the history of Eastern Christians. From a territorial perspective, the curators focused especially on the area of the Near East (which today corresponds to six Arab countries: Iraq, Syria, Lebanon, Jordan, the Palestinian Territories, and Egypt), while not neglecting some insights into the Armenian region. The narrative that unfolds throughout the exhibition path thus captures the common features of Christianity in the Arab world, while highlighting the presence and actions of different Christian denominations.

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La chiesa nella città a 50 anni dal Concilio Vaticano II

di Davide Fusari

Il volume La chiesa nella città a 50 anni dal Concilio Vaticano II, curato da Claudia Manenti, raccoglie riflessioni e studi proposti nell’ambito di iniziative seminariali tenute presso il Centro studi per l’architettura sacra e la città della Fondazione Lercaro di Bologna con particolare riferimento all’omonimo Seminario internazionale svoltosi il 14 marzo 2014. “Dal Concilio Vaticano II ad oggi – si legge nella seconda di copertina – molte sono le ricerche e le sperimentazioni proposte per l’edificio liturgico, nella costante volontà che esso sia al contempo luogo inserito nella vitalità della città contemporanea, spazio consono alla vitalità cristiana e immagine attendibile della comunità che in esso celebra”.

The volume La chiesa nella città a 50 anni dal Concilio Vaticano II, edited by Claudia Manenti, gathers reflections and studies presented as part of seminar initiatives held at the Center for Studies on Sacred Architecture and the City of the Lercaro Foundation in Bologna, with particular reference to the eponymous International Seminar held on March 14, 2014. “From the Second Vatican Council to today,” it reads on the back cover, “many are the researches and experiments proposed for the liturgical building, with the constant intention that it be simultaneously a place embedded in the vitality of the contemporary city, a space suited to Christian vitality, and a reliable image of the community that celebrates within it.”

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Notiziario

In memoria di Valentino Vago

di Elena Pontiggia

È scomparso lo scorso 17 gennaio Valentino Vago, uno dei più significativi interpreti dell’astrattismo contemporaneo. Era nato a Barlassina nel 1931 e aveva studiato all’Accademia di Brera, facendosi conoscere già nel 1955 alla Quadriennale di Roma. Negli anni settanta era stato tra i protagonisti, con Oliveri, Verna, Raciti e altri, della pittura analitica, la tendenza che si proponeva di dipingere non per raffigurare cose, figure, geometrie, ma per analizzare gli elementi primi della pittura: dipingere per sapere cos’è il colore, cos’è lo spazio, cos’è una linea. Per Vago quella tendenza si era tradotta in una pittura di solo colore, in cui si disseminavano pochi segni luminosi. Amava profondamente il colore. Ricordo che, quando ci incontravamo nelle riunioni della Consulta per l’Arte Sacra, di cui entrambi facevamo parte, guardava con bonario rimprovero le opere di certi mestieranti che non erano certo arte, tantomeno arte sacra. “Eppure basterebbe poco: basta usare il colore, lì c’è già tutto” diceva.

Valentino Vago, one of the most significant figures of contemporary abstractionism, passed away on January 17th. He was born in Barlassina in 1931 and studied at the Brera Academy, gaining recognition as early as 1955 at the Rome Quadriennale. In the 1970s, he was one of the key figures, along with Oliveri, Verna, Raciti, and others, of analytical painting, a trend that aimed not to paint in order to depict things, figures, or geometries, but to analyze the fundamental elements of painting: to paint in order to understand what color is, what space is, what a line is. For Vago, this trend translated into a painting of pure color, with few luminous signs scattered across the canvas. He deeply loved color. I remember that when we met at the meetings of the Consultative Committee for Sacred Art, of which we were both members, he would look with kind reproach at the works of certain craftsmen that were certainly not art, let alone sacred art. “Yet it would take so little: just use color, there is everything there,” he would say.

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