La pala di Umiltà da Faenza di Pietro Lorenzetti
Mario Barberis nella cappella delle Orsoline
Sulle opere sacre della collezione Frizzoni
Los religiosos arquitectos del siglo XX

 35,00

Arte Cristiana n° 924 + pdf

Pubblicato in maggio/giugno 2021,
fascicolo numero progressivo: volume CIX

166 Chiara Demaria Un contesto per la pala di Umiltà da Faenza di Pietro Lorenzetti
178 Emanuela Lauro Mario Barberis: il ritrovato (e in parte perduto) ciclo pittorico per la cappella del Generalato delle suore Orsoline dell’Unione Romana
202 Olga Piccolo Le opere sacre della collezione di Federico Frizzoni a Bellagio: indizi inediti nei diari del secondo Direttore della National Gallery di Londra, William Boxall (1869)
220 Esteban Fernández-Cobián Los religiosos arquitectos del siglo XX

Editoriale

di Guido Bertagna

Nel catalogo della mostra “Chagall. Le passeur de la lumière” ospitata alla Fondazione Pompidou di Metz, a p. 183, si trova una bellissima e rara istantanea datata 1959-1960: Chagall è nello studio Simon-Marq di Reims, dove sono state realizzate la maggior parte dei suoi lavori su vetro. È al centro dell’inquadratura. Alla sua sinistra, accanto a lui, Charles Marq e, poco più dietro, Brigitte Simon, moglie di Charles. Alla sua destra, il cavalletto con la maquette definitiva del progetto per le vetrate di Metz. Chagall, al centro, con la mano destra tiene il segno sulla maquette e con la sinistra indica dove noi non possiamo vedere: immaginiamo che, guardando verso l’alto, indichi probabilmente la vetrata in costruzione, un punto, ‘quel’ punto, dove il taglio di vetro colorato va collocato, forse rivisto, la sabbiatura corretta, l’intensità della sfumatura rafforzata o arricchita. Chagall appare con il gesto energico di un direttore d’orchestra o come il capitano di una nave che indichi al timoniere una direzione che solo lui vede e riconosce.
È una fotografia che racconta. Con la forza della sintesi e dell’immaginazione, ci racconta di una lunga e decisiva collaborazione e di una meravigliosa “confiance réciproque” come lo stesso Charles Marq ebbe a definirla. Chagall inizia il suo lavoro su vetro quando la sua carriera di pittore è già affermatissima. Insieme al maestro vetraio Paul Bony dipinge nel 1956 due vetrate per il battistero di Notre-Dame-de-Toute-Grâce di Assy, in Alta Savoia, l’impresa fortemente voluta e animata dal geniale domenicano padre Marie-Alain Couturier; tutte le altre tredici opere su vetro di Marc Chagall – tra 1957 e 1985, anno della sua morte – sono nate a Reims, nel laboratorio Simon-Marq. Marq, raccontando la sua lunga collaborazione con Chagall, ebbe a dire: “Avec Chagall, on a révolutionné le vitrail”. Una rivoluzione che si perfeziona anche attraverso una coraggiosa ricerca tecnica e si compie in particolare grazie all’utilizzo continuo del vetro doppio placcato. A differenza di Paul Bony che riferirà della complicata collaborazione con Chagall per l’estrema difficoltà di tradurre su vetro dettagli, sfumature e toni di colore delle sue maquette (“Si la préparation avait été longue et difficile […], l’exécution de la peinture a été pour moi un plaisir plein d’angoisse”), la convinzione di Marq sarà proprio quella di poterle non semplicemente tradurre e restituire nella loro ricchezza e varietà con la forza del gioco della luce e delle trasparenze, ma, più precisamente, di poterle reinventare: “Tutto il nostro lavoro con Chagall – ricorda Charles Marq – consisteva in questo sforzo comune di inventare a ogni istante, di non essere mai traduttori”.
La sequenza di disegni, schizzi preparatori, gouaches e maquettes presenti nella mostra permettono di percorrere l’elaborazione del pensiero delle composizioni di Chagall: un modo di procedere, il suo, mai lineare ma, piuttosto, circolare, con continue sorprese, giochi di corrispondenze e dialoghi interni tra spazi e figure: tutto è dinamico, avvolto in un movimento caleidoscopico e mutevole, un movimento capace di assecondare e dialogare con quei cambi di luce e di intensità luminosa che rendono la vetrata mai uguale a se stessa. Questo può essere detto, analogamente, per i soggetti delle vetrate, la maggior parte dei quali biblici o più o meno direttamente connessi con storie, misteri e personaggi delle pagine bibliche.
Anche da questo punto di vista, le sue vetrate ospitano più livelli di significato e una serie di rimandi interni: accanto all’episodio centrale, infatti, troviamo una serie di figure ‘laterali’ e microstorie, di personaggi ricorrenti e di richiami attualizzanti. Questi ultimi gettano una luce nuova sulla scena principale ricevendo a loro volta, proprio da questi accostamenti, nuovi significati. Viene spesso chiamato in causa l’influsso delle illustrazioni dei lubok, le antiche stampe russe di gusto popolare, o delle icone: anche tra i curatori della mostra di Metz – nel sottolineare il rapporto dinamico tra i personaggi oppure il richiamo alla ‘prospettiva rovesciata’, elemento caratteristico della spazialità delle icone – si nota come “cette influence ne c’est point arretée à l’aspect formel, elle s’est éntendue à un contenu philosophique et théologique” (p. 163). È come se Chagall – la cui elaborazione dei soggetti biblici appare nell’insieme più complessa e pensata di quello che sembra a un primo sguardo – reinventasse, in un personale midrash visivo, le storie bibliche che racconta, nelle quali, infine, è sempre il livello autobiografico e l’attrazione potente del suo racconto personale a trasfigurare, riconfigurare ogni cosa e “conciliare antinomie eterne”, secondo la felice definizione di Lionello Venturi: tutta l’opera di Chagall può essere letta anche come metafora della sua biografia.

 

Marc Chagall,Progetto delle vetrate per l’abside nord della cattedrale di Metz, Moïse, David et Jérémie, 1958, acquerello, tempera e matita su carta , 114 x 94 cm, Deposito del Centre Pompidou, Musée national d’art moderne, Parigi, al Musée national Marc Chagall, Nizza
Marc Chagall, Progetto delle vetrate per l’abside nord della cattedrale di Metz, Moïse, David et Jérémie, 1958, acquerello, tempera e matita su carta, 114 x 94 cm.
Deposito del Centre Pompidou, Musée national d’art moderne, Parigi, al Musée national Marc Chagall, Nizza

 

Marc Chagall,La Crucifixion en jaune, titolo attribuito: Crucifixion jaune 1942, olio su tela di lino, 140 x 101 cm, Paris, Centre Pompidou, Musée national d’art moderne
Marc Chagall, La Crucifixion en jaune, titolo attribuito: Crucifixion jaune 1942, olio su tela di lino, 140 x 101 cm,
Paris, Centre Pompidou, Musée national d’art moderne

 

È come se la pittura di Chagall ci facesse risuonare le parole misteriose ed evocative del Salmo 62 (61), 12: “Una parola ha detto Dio/due ne ho udite…” e ce ne offrisse un’esegesi ‘visuale’: ogni parola biblica (e ogni immagine) custodisce una molteplicità di sensi e rimandi misteriosi da scoprire e decifrare.
Tra i curatori della mostra, in particolare Dominique Jarrassé insiste sul valore di universalità dell’iconografia chagalliana. Non può, cioè, essere ridotta a una sola fonte (una sola tradizione) benché molto riconoscibile e connotata, quella biblica, perché «il eut l’espoir de les réunir à travers un message oecuménique construit sur leur source commune, la Bible, car il refusait par-dessus tout la ghettoïsation au nom de la liberté artistique et des valeurs humanistes portées par le judaïsme» (p. 11). Quella di Chagall, secondo Jarrassé, è una vera e propria ‘traduzione’, come la LXX, o quella di Lutero, o la Vulgata ed è consegnata alla monumentalità delle vetrate come suo luogo privilegiato di comunicazione e fruizione. Tutte le traduzioni si collocano in un preciso contesto storico, con coordinate, interlocutori e humus culturale ben riconoscibili. Anche la ‘traduzione’ di Chagall si colloca in un contesto preciso, secondo Jarrassé, «un contexte, après la Shoah, de reconstruction où le dialogue judéo-chrétien parut central» (p. 12). Una chiave interpretativa, questa, che occorre tenere presente per entrare più profondamente nei significati dei soggetti delle vetrate – incluse le personali interpretazioni dei crocifissi con i tefillin, solo per fare un esempio – e nell’animo di Chagall. Un momento, un contesto, quello in cui Chagall affronta la monumentalità delle vetrate, che potrebbe essere testimoniato in modo eloquente, tra l’altro, dalla pagina di Diario di Julien Green datata 1949, è la risonanza dello scrittore alla lettura di Jules Isaac e del suo Jesus et Israel: “Noi cristiani, siamo quasi tutti responsabili (secondo gradi che misteriosamente variano da un’anima all’altra e secondo il grado di luce): intanto il supplizio di Gesù continua giorno e notte nel mondo: dopo esser stato inchiodato sulla croce romana è perseguitato nella sua razza con una crudeltà inesorabile.” Non è possibile colpire un Ebreo senza colpire Colui che è l’uomo per eccellenza e, nello stesso tempo, il fiore di Israele; era Gesù che si colpiva nei campi di concentramento, era sempre Lui, e non ha finito ancora di soffrire […]. Soltanto le lacrime possono avere senso dopo Auschwitz. Cristiano asciuga le lacrime e il sangue sul viso del tuo fratello ebreo, e il volto di Cristo, del vostro Cristo, risplenderà.
Ancora, un’altra importante chiave di lettura che i curatori della mostra offrono alla riflessione dei visitatori riguarda il dibattito, molto vivo già tra le due guerre e, ancor più, dopo la Seconda guerra mondiale, tra le vie dell’arte sacra e quelle dell’arte religiosa. L’opera di Chagall si colloca decisamente nel solco del superamento dell’arte sacra, con i suoi repertori ormai cristallizzati dalla devozione e da modelli artistici incapaci di parlare al proprio tempo, per un’arte dal carattere più apertamente religioso, vale a dire, per richiamare la riflessione di Lionello Venturi, capace di «faire sentir la présence de l’esprit dans la matière, d’utiliser la fantaisie pour aller au-delà du monde connu».
Le vetrate di Chagall che si collocano, spesso, nel cuore di edifici antichi, con una lunga storia di fede e di identità religiosa, non sono solo elementi decorativi ma diventano veri attori viventi dello spazio, in dialogo aperto con l’antico, con la tradizione e con i modelli iconografici ma capaci di parlare anche alla vita profonda di chi si lascia catturare dalla magia del suo colore e della Bibbia che l’artista stesso ebbe a definire «la plus grande source de poésie de tous les temps».

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Un contesto per la pala di Umiltà da Faenza di Pietro Lorenzetti

di Chiara Demaria

L’altare di Umiltà da Faenza di Pietro Lorenzetti, originariamente collocato nella chiesa fiorentina di San Giovanni Evangelista, è considerato una delle opere più discusse dell’artista, soprattutto per quanto riguarda la datazione. Questo articolo esamina le prove iconografiche e stilistiche per suggerire che la commissione dell’altare fosse probabilmente intesa come mezzo per rafforzare il culto locale di Umiltà, attorno al periodo in cui iniziava la campagna per la sua canonizzazione, nel 1332. In termini di attribuzione, l’intervento e la supervisione di Pietro Lorenzetti sono innegabili; inoltre, alcune caratteristiche suggeriscono il contributo del fratello del pittore, Ambrogio.
La seconda parte dell’articolo affronta altri aspetti dell’interno della chiesa di San Giovanni Evangelista, incluso la struttura del complesso originario della tomba di Umiltà, che probabilmente incorporava il cofano di ferro documentato durante la traslazione delle reliquie della santa nel XVI secolo. È inoltre possibile identificare l’altare maggiore del XV secolo come opera di Lorenzo di Niccolò, ovvero l’Incoronazione della Vergine con santi (1410); quattro piccoli pannelli raffiguranti santi, oggi conservati a Cortona e attribuiti allo stesso pittore, devono essere considerati come componenti dell’altare, probabilmente collocati originariamente nelle pilastrate laterali.

The Umiltà da Faenza altarpiece by Pietro Lorenzetti, which once stood in the Florentine church of San Giovanni Evangelista, is considered one of the artist’s most controversial works, especially in regard to dating. This paper explores the iconographic and stylistic evidence to suggest that the commission of the altarpiece was probably intended as a means of reinforcing the local cult of Umiltà around the time when the campaign for her canonization was beginning, in 1332. In terms of authorship, evidence of Pietro’s intervention and supervision is undeniable; moreover, some features suggest the contribution of the painter’s brother, Ambrogio.
The second part of the article addresses other aspects of the interior of San Giovanni Evangelista, including the structure of the original Umiltà tomb complex, which probably incorporated the iron case documented during the translation of the saint’s remains in the 16th Century. Furthermore, it is possible to identify the 15th-Century high-altarpiece as Lorenzo di Niccolò’s Coronation of the Virgin With Saints (1410); four small panels depicting saints by the same painter, now in Cortona, should be seen as components of the altarpiece, arguably serving originally as part of lateral pilasters.

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Mario Barberis: il ritrovato (e in parte perduto) ciclo pittorico per la cappella del Generalato delle suore Orsoline dell’Unione Romana

di Emanuela Lauro

L’articolo ricostruisce la pianificazione e l’esecuzione del ciclo pittorico realizzato dal pittore romano Mario Barberis nella Cappella del Generalato delle Orsoline dell’Unione Romana a Roma, dedicata a Cristo Re (1936-1937). La pittura murale ruotava attorno alla celebrazione del sacrificio di Gesù Cristo e dei santi patroni dell’Ordine; la leggenda di Sant’Orsola e la storia della Congregazione dalla fondatrice, Sant’Angela Merici, fino alla fondazione dell’Unione Romana. Documenti inediti delineano le scelte tecniche e stilistiche operate dall’artista e il suo modus operandi. Tali documenti sono arricchiti dalla scoperta di alcuni bozzetti e di cinque cartoni preparatori a grandezza naturale. La Cappella subì delle trasformazioni a partire dal 1965, in seguito alle prescrizioni del Concilio Vaticano II. La maggior parte delle decorazioni pittoriche è andata persa, ma ne abbiamo testimonianza grazie a un cospicuo gruppo di fotografie coeve, che ci permettono di ricostruire visivamente l’aspetto originario del ciclo decorativo.

The article recalls the planning and execution of the pictorial cycle made by Roman painter Mario Barberis in the Chapel of the Generalate of the Ursulines of the Roman Union in Rome, dedicated to Christ the King (1936-1937). The mural painting rotated around the celebration of Jesus Christ’s sacrifice and of the patron saints of the Order; the legend of Saint Ursula and the history of the Congregation since the foundress, Saint Angela Merici, until the foundation of the Roman Union. Unpublished documents delineate the technical and stylistic choices made by the artist and his modus operandi. The documents are supported by the concurrent discovery of some rough sketches and five preparatory cartoons in natural size. The Chapel underwent transformation from 1965 onwards, according to the prescriptions of the Second Vatican Council. For the most part the decorative paintings are lost, but we have proof of them thanks to a sizeable group of coeval photos.

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Le opere sacre della collezione di Federico Frizzoni a Bellagio: indizi inediti nei diari del secondo Direttore della National Gallery di Londra, William Boxall (1869)

di Olga Piccolo

Partendo dalla scoperta di una fonte inedita, alcuni estratti da uno dei diari del secondo direttore della National Gallery di Londra, William Boxall, dedicati a un nucleo di opere della collezione rilevante di Federico Frizzoni, allora conservata a Bellagio (sul Lago di Como), il saggio intende fare luce sull’acquisizione delle opere da parte del mercante d’arte milanese Giuseppe Baslini nell’autunno del 1869. Il diario evidenzia, per la prima volta, come, immediatamente dopo l’acquisizione, le opere furono proposte da Baslini a Boxall, che al tempo si trovava in Italia con il suo segretario Federico Sacchi, al fine di selezionare opere italiane per il Museo Inglese. Il saggio contiene una proposta per l’identificazione delle opere, la maggior parte delle quali sono sacre e di grande valore storico e artistico, e una contestualizzazione del tema attraverso una lettura comparativa di altre fonti dell’epoca, tra cui i diari di viaggio del primo direttore della National Gallery, Charles Lock Eastlake (e del suo agente di viaggio tedesco Otto Mündler), e i taccuini illustrati del conoscitore d’arte Giovanni Battista Cavalcaselle. Queste comparazioni rivelano i diversi modi in cui, nella seconda metà del XIX secolo, le opere proposte da Baslini a Boxall sono state valutate.

Starting from the discovery of an unpublished source, some excerpts from one of the diaries of the second director of the National Gallery of London, William Boxall, dedicated to a core of artworks from the relevant collection of Federico Frizzoni, then preserved in Bellagio (on Lake Como), the essay intends to shed light on the acquisition of the artworks by the Milanese art dealer Giuseppe Baslini in the autumn of 1869. The diary highlights, for the first time, how, immediately after the acquisition, the artworks were proposed by Baslini to Boxall, who at that time was in Italy, with his secretary Federico Sacchi, in order to select Italian artworks for the English Museum. The essay contains a proposal for the identification of the artworks, most of which are sacred and of great historical and artistic value, and a contextualization of the subject through a comparative reading of other sources of the time, including the travel diaries of the first director of the National Gallery, Charles Lock Eastlake (and of his German travel agent Otto Mündler), and the illustrated notebooks of art connoisseur Giovanni Battista Cavalcaselle. These comparisons reveal the different ways in which, in the second half of the 19th century, the artworks proposed by Baslini to Boxall were evaluated.

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Los religiosos arquitectos del siglo XX

di Esteban Fernández-Cobián

Attraverso la storia, vi sono stati numerosi uomini di fede che sono stati anche architetti o artisti in generale, e sebbene la loro peculiare vocazione abbia talvolta ridotto la loro visibilità, il loro lavoro non è stato meno prezioso; anzi, l’opposto è vero. Questo articolo intende suggerire una prima contestualizzazione dei religiosi-architetti del XX secolo, riunendoli in base ai loro particolari carismi. Quasi tutti hanno pubblicato il loro lavoro in un modo o nell’altro, quindi le loro carriere sono raccontate nella letteratura.
Ciò che ci interessa di più in questo momento è vedere come, in ogni caso, sia avvenuta la transizione dall’architetto al monaco o al frate. Cosa porta un architetto a diventare religioso, o un religioso a studiare architettura? Cosa apporta un religioso-architetto alla sua comunità di vita consacrata? Partendo dal Salesiano Ernesto Vespignani, sui seguenti passaggi compariranno i monaci Benedettini Dom Bellot, Dom Côté, Dom van der Laan, Dom Gabriel Guarda, Martín Correa e Fray Gabriel Chávez de la Mora; il missionario svizzero Karl Freuler; il gesuita Enrique Comas de Mendoza; i Domenicani Rayssiguier e Coello de Portugal; i Francescani Cajetan Baumann, Costantino Ruggeri e Angelo Polesello; e le Suore Discepole del Divino Maestro Michelangela Ballan e Laide Sonda. Per loro, l’architettura non è un merito o un modo per ottenere benefici economici personali, ma un modo per formalizzare la loro specifica vocazione, un servizio a Dio e al popolo.

Throughout history, there have been numerous religious men who have also been architects or artists in general, and although their peculiar vocation has sometimes reduced their visibility, their work has not been less valuable; rather, the opposite happens. This article intends to suggest a first contextualization of the religious-architects of the 20th Century, bringing them together according to their particular charisms. Almost all have published their work in one way or another, so their careers are recounted in the literature. What interests us most at this moment is to see how, in each case, the progression from the architect to the monk or the friar has taken place. What is it that makes an architect become a religious, or a religious study architecture? What does a religious-architect contribute to his community of consecrated life? Starting with the Salesian Ernesto Vespignani, the Benedictine monks Dom Bellot, Dom Côté, Dom van der Laan, Dom Gabriel Guarda, Martín Correa and Fray Gabriel Chávez de la Mora will appear on these pages; Swiss missionary Karl Freuler; the Jesuit Enrique Comas de Mendoza; Dominicans Rayssiguier and Coello de Portugal; the Franciscans Cajetan Baumann, Costantino Ruggeri and Angelo Polesello; and the Pious Disciples Sisters of the Divine Master Michelangela Ballan and Laide Sonda. Architecture, for them, is not a merit or a way to obtain personal economic benefits, but a way to formalize their specific vocation, a service to God and to the people.

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